Il Colle e la festa del popolo senza retorica

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il 2 Giugno “diverso” voluto da Sergio Mattarella per gli 80 anni della Repubblica è uno scossone alla pessima attitudine italiana per la retorica celebrativa. Il taglio largamente popolare dato all’evento, con un grande show aperto ai cittadini al posto del consueto ricevimento esclusivo nei giardini del Quirinale, è di per sé una affermazione di intenti. Diciamolo: spiazza i partiti che da tempo guardavano la data come occasione di routine e preferivano la temperie divisiva di altre giornate, il 25 Aprile per additare la renitenza della destra, il Primo Maggio per attaccare la sinistra dimentica dei lavoratori, il 4 novembre per accapigliarsi sulle spese militari. Ogni festa civile un duello per stringere a coorte la propria tribù.

La Festa della Repubblica, almeno in tempi recenti, era poco utile allo scopo e dunque accolta con lo spirito del trantran: un ricevimento per Vip, una parata in cui mettersi in mostra nella tribuna autorità, molte dichiarazioni sul dovere della memoria, e amen. Quest’anno, in tutta evidenza, il Quirinale ha deciso che era tempo di scuotere l’alberoOttant’anni dal referendum fondativo dello spazio che tutt’ora abitiamo, ottant’anni dal primo voto libero e aperto a tutti e tutte, ottant’anni dalla scelta della Repubblica, erano la scadenza giusta per uscire dal palazzo e tentare di restituire agli italiani il senso della parola “democrazia”.

Si è voluta una festa collettiva, non una passerella per gli outfit dei famosi o un album di frasi di circostanza, magari copiate dall’anno precedente. Un momento per ricordare ai cittadini il valore enorme di quell’antica decisione con un evento aperto alle persone, animato dagli artisti, dai cantanti, dagli attori e atleti che amano. Persino la sfilata dei Fori Imperiali in questo contesto avrà un sapore meno rituale del consueto: se il racconto funzionerà, dietro a quei reparti in marcia potremo vedere in trasparenza le guerre dei nostri nonni, i loro corpi e speranze mandati in trincea, e forse capiremo meglio il “mai più” che quella generazione pronunciò.

Questo 2 giugno “diverso” è segnato in tutta evidenza dal tentativo di rimettere in connessione palazzi e popolo, democrazia e popolo, memoria e popolo. Vasto programma, ma ci si prova, finalmente. Ed è obbligatorio constatare che sulla scena del tentativo non ci sono i partiti, quelli che dovrebbero essere massimamente interessati alla cosa (sono o no la cinghia di trasmissione tra istituzioni e popolo?) ma il “non potere” del Quirinale. Con ogni singolo appuntamento della ricorrenza ha marcato un memorandum destinato alla politica. L’incontro con i fragili, bambini e anziani, nei giardini del Quirinale. La conversazione con i giovani. Le parole ai diplomatici (“alimentare giacimenti di rancore spinge soltanto sulla strada dei conflitti perpetui”). Il messaggio ai Prefetti (serve “dialogo, ascolto e prossimità” per generare coesione sociale). L’invito agli sportivi, icone del risultato ottenuto senza scorciatoie. La diretta Rai ma soprattutto i maxi-schermi in 23 città per lo spettacolo conclusivo della festa, con l’idea che le persone si incontrino anche fisicamente, partecipino in prima persona.

È un’operazione ambiziosa e inaspettata. È un invito a tutti a uscire dalla retorica celebrativa di valori che poi si perdono per strada o sono usati come corpi contundenti contro gli avversari. Arriva dalla figura istituzionale più popolare in assoluto tra gli italiani di ogni schieramento, e dunque autorizza un minimo di ottimismo: magari sarà la scossa che serviva, magari qualcuno, nell’Italia dove ormai vota solo la metà degli elettori, proverà a scommettere sulla partecipazione anziché sulla chiamata alle armi del proprio clan.