C’è occasione migliore di questa perché Schlein e Conte, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Magi, si mostrino all’altezza della sfida, senza personalismi né tatticismi? Non c’è. Eppure il colpo d’ala non si vede, l’assunzione di responsabilità neppure

Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Esagerando parecchio, si potrebbe usare l’appello drammatico che Il Mattino usò ai tempi del terremoto in Irpinia: «Fate presto!». Oppure, ironizzando un po’, si potrebbe optare per l’invito del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie: «Presto, che è tardi!». In ogni caso la formula che le riassume tutte è quella di Michele Serra su queste colonne: «Datevi una mossa!».

Non c’è neanche bisogno di spiegare a chi è rivolta la perorazione accorata e in parte anche irritata. Voi, leader che guidate i partiti dell’opposizione, che state lì a marcarvi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna d’ascolto”. Cosa aspettate a spiegare al Paese che di fronte ai conclamati fallimenti della destra sovranista c’è un centrosinistra riformista già pronto per una credibile alternativa di governo?

Attenzione: “già pronto” non significa tra un mese o tra sei mesi, significa qui e ora. “Credibile alternativa di governo” non vuol dire l’ennesima e pur gioiosa manifestazione di piazza: significa una riunione già fissata per stendere il programma comune con il quale presentarsi alle elezioni. E vuol dire chiudersi in una stanza, buttare la chiave e uscire solo con quel programma scritto e sottoscritto tra le mani. Finora nulla di questo è accaduto.

Dopo il trionfo al referendum, oltre ai brindisi, alle pacche sulle spalle e alle ottime performance parlamentari di ognuno di voi, non si è visto nient’altro. Al contrario: è partito il tormentone non sul “cosa” ma sul “chi”. Non su quali proposte da inserire nella piattaforma programmatica della coalizione, ma sul capo o la capa che la deve guidare. E qui torno a Serra, che ve la dice come va detta: non ne vogliamo sapere niente delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che dovete fare. Se non ora, quando?

Nelle urne del 22 marzo 15 milioni di elettori, insieme al sacrosanto bisogno di difendere la Costituzione dalle manomissioni capocratiche dei patrioti, hanno scaricato una somma di disagi: i salari fermi e le città insicure, le menzogne dei ministri e gli scandali dei sottosegretari, i costi economici e sociali prodotti da uno sceriffo sociopatico che ha trasformato il mondo in un Far West.

Giorgia Meloni, dopo aver scelto i cavalli peggiori, comincia a pagare il prezzo delle sue scommesse sbagliate. L’asse euroscettico con Orbán, l’abbraccio mortale con Trump, la favoletta del «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, la burletta dell’Internazionale sovranista: tutto periclita e declina. La premier, senza ammetterlo, azzarda penose retromarce, nella speranza mal riposta che i cittadini dimentichino in fretta gli errori commessi e gli impegni traditi. Ma risalire la china sarà quasi impossibile: si vota tra un anno, la cassa è vuota, la gente è stufa.

C’è occasione migliore di questa, perché Schlein e ConteFratoianni e BonelliRenzi e Magi, si mostrino all’altezza della sfida, senza personalismi né tatticismi? Non c’è. Eppure il colpo d’ala non si vede, l’assunzione di responsabilità neppure.

La leader del Pd è al vertice del Partito socialista europeo a Barcellona, nella Spagna di Sánchez che proprio sulla folle guerra in Medio Oriente ha dimostrato al mondo cosa significa essere uno statista e un progressista, e quanto le micidiali tossine sprigionate dalla dottrina Maga, alla faccia dei pensosi “terzisti” da salotto tv, abbiano reso ancora più irrinunciabile la distinzione culturale e valoriale tra sinistra e destra. Molto bene. Il leader di M5S va in giro a presentare il suo ultimo libro, Una nuova primavera, vero manifesto politico dell’ex premier passato da grisaglia e pochette a camicia e cravatta. Benissimo. Ma poi?

In politica economica ci chiediamo quando ci faranno sapere le cinque o le dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato dalle flat tax e zavorrato dall’evasione, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita da tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120mila lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficiente a prescindere dalle ordalie referendarie.

In politica estera ci domandiamo quando fisseranno una linea compatta e coerente su cosa è per noi Occidente, come vanno ripensate le relazioni transatlantiche, quali proposte avanziamo per rimettere la chiesa-Italia al centro del villaggio-Europa, e soprattutto quale postura vogliamo assumere sul fronte ucraino, se ha prevalso la linea dem che dice sì agli aiuti militari e no al gas russo oppure quella pentastellata che sostiene l’esatto contrario.

Il tempo per tutto questo è adesso. Anzi, era otto mesi fa. A settembre, alla festa romana di Avs, mi era capitato di moderare il confronto tra i quattro leader del campo largo. Di fronte ai soliti nobili propositi — il salario minimo, il disaccoppiamento del prezzo dell’energia, più fondi alla sanità pubblica — avevo suggerito un gesto più concreto: sta per cominciare la sessione di bilancio, perché non stilate la vostra contro-manovra economica, come foste già un “governo-ombra”, e con quel testo non fate un gran tour delle piazze o dei teatri della penisola, a raccontare tutti e quattro “insieme” cosa fareste se già oggi toccasse a voi guidare l’Italia?

La risposta fu sconfortante: presenteremo un pacchetto di emendamenti condivisi alla legge di stabilità. E così hanno fatto. Se n’è accorto qualcuno? Ma questo è urgente, ora: il “cosa”. Poi deciderete pure il “chi”. O il “come”. Nel migliore dei centrosinistra possibili, dove ci si unisce e ci si riconosce intorno a un’idea di mondo, di paese e di società, la scelta del leader avverrebbe serenamente, con un patto politico tra contraenti che si rispettano e si battono per un solo obiettivo: la cacciata della destra e la riconquista del governo, che è molto più della semplice “presa del potere”. Ma questo non è il migliore dei centrosinistra possibili.

Quindi, alla fine, optate pure per le primarie. Ma sappiate che vi servirà tutto l’equilibrio, il buon senso e la lealtà di cui siete capaci, per evitare che diventino un regolamento di conti che lascia sul terreno solo veleni. Le divisioni interne non mancano e, se tutti i nodi politici e programmatici non si sciolgono prima, affidarsi ai gazebo rischia solo di aggrovigliarli di più.

Un duello Schlein-Conte può appassionare ma anche lasciare ferite profonde tra i due elettorati. Un terzo candidato come Silvia Salis può arricchire la competizione ma non garantire la preparazione, dopo appena undici mesi da sindaca di Genova. Insomma, pensateci bene. Ma ricordate che ogni minuto di tempo sprecato a sinistra è un metro di terreno recuperato a destra. “Salvare il soldato Giorgia” — uscita a pezzi dai conflitti della Storia — è ormai una missione che può riuscire solo a voi.