Attesa finita. Ad agosto farà 60 anni, di cui 23 in Mondadori. Il ritorno di Gianni Letta e i provini per i futuri parlamentari

(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] La clamorosa umiliazione di convocare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in azienda – come un trotterellante dipendente a rapporto – Marina Berlusconi l’ha inflitta come sua propria esibizione (e ginnastica) di potere. Sta rafforzando i bicipiti, visto che questa volta ha davvero deciso di scendere in campo, con una squadra di consiglieri a prepararle un progetto di sopravvivenza politica, dopo il disastro dell’assalto ai giudici, i pasticci di Carletto Nordio, le sciagure di Giusi Bartolozzi e più di tutto le ricorrenti implosioni di Giorgia Meloni, che dopo la sventola del referendum, gli abissi di Trump, la sconfitta di Orbán, la rendono sempre più inaffidabile, man mano che il rendiconto di quattro anni di nulla al governo si avviano alla risacca del quinto e ultimo.
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In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni. Esige di estrarre un senso dalla sua vita di eterna figlia primogenita addetta al monumento del padre. L’ansia preme. Compirà i suoi 60 anni tra cinque mesi, il prossimo 10 agosto. E a giugno saranno tre anni dal funerale di Stato che ha chiuso un’era, inginocchiando e umiliando l’intera Italia, davanti alle spoglie del padre.
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Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle. In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia. A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario. La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali. In sintesi, un moderatismo alla Gianni Letta che Marina ha arruolato anche stavolta, accomodandolo proprio di fronte a Tajani che ascoltava la sua eterna lezione democristiana. La quale, a copertura del potere sostanziale, prevede sempre una vernice di buonismo compassionevole, per temperare la naturale predisposizione della destra a imbracciare derive autoritarie o il cattivismo alla Delmastro che gode quando immagina i detenuti soffocare nei cellulari o a quello di Piantedosi, il ministro innamorato, che i naufraghi li considera “carichi residuali”.
[…] Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza. Per consonanza ha voluto, come primo atto del suo inedito imperio, Stefania Craxi a capo dei deputati. Non solo per insofferenza alla consumata maschera di Gasparri. Ma come complice omaggio alla sua vecchia amica, cugina nel danno, reduce anche lei dai disastri psicologici di un padre macigno, altrettanto assente.
E Pier Silvio? C’era anche lui alla riunione a sogguardare il povero Tajani. Ma lo ha fatto solo per starne ancora di più alla larga. Dudi non ha rivincite da pretendere, né intenzioni remote. Gli piace il giocattolo che ha per le mani nella sua cameretta di comando. Non ha detto neanche una parola. E congedandosi per l’ora di fitness, ha augurato alla sorella maggiore di trovare anche lei la sua ruota della fortuna.
https://www.ilgiorno.it/cronaca/report-strage-capaci-65d88789
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