Pubblichiamo un paragrafo del nuovo libro del presidente del Movimento 5 stelle in vendita da domani

(di Giuseppe Conte – repubblica.it) – A margine del vertice Nato di Londra del dicembre 2019, si svolse un bilaterale con il presidente Trump, organizzato prima che lui ripartisse. Mi feci accompagnare dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto su varie questioni, ma soprattutto portare all’attenzione del presidente Usa un dossier molto delicato per il nostro paese: la situazione in Libia, dove infuriava la guerra civile e il generale Haftar aveva intrapreso un’operazione militare che mirava a conquistare Tripoli e a rovesciare il governo di accordo nazionale. Davanti al disimpegno degli Stati Uniti in quell’area per noi strategica, intendevo ribadire a Donald Trump che era cruciale che il suo paese non trascurasse la reale portata di quanto accadeva in Libia.
(….) La mia insistenza non cadde nel vuoto. I risvolti economici lo interessarono molto: «Mi dicono che il petrolio libico sia di ottima qualità. Che aspettate a sbarcare lì con il vostro esercito? Forza, andate e prendetevelo voi!».
Questo invito spiazzante mi lasciò di sasso. Emergeva la distanza siderale che ci separava sulla concezione del diritto internazionale e sul rapporto tra Stati sovrani. Mi tornò alla mente l’intervento militare in Libia fortemente voluto da Sarkozy nel 2011, che, partendo da un mandato Onu limitato alla protezione della popolazione civile, aveva portato alla caduta del regime di Gheddafi, innescando un’instabilità di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Risposi molto seriamente: «Noi ci sentiamo vincolati al diritto internazionale, la nostra forza è far dialogare le fazioni in lotta per orientare tutti a una soluzione. Stiamo lavorando per raffreddare lo scontro armato e per avviare un processo di stabilizzazione politica e di pacificazione nazionale. È il modo migliore per respingere l’influenza di potenze straniere e tutelare i nostri interessi strategici in linea con lo sviluppo del fianco sud della Nato. Ma se gli usa non ci aiutano, sarà molto complicato riuscirci». Gli chiesi esplicitamente di riconoscere all’Italia questo ruolo strategico per cercare di pacificare la regione. Lui si rivolse al suo staff, dal ministro della Difesa al consigliere per la Sicurezza nazionale, dicendo loro di provvedere di conseguenza. Usciti dal bilaterale, il ministro Guerini non riusciva a nascondere la sorpresa per la confidenza con cui conversavo con Trump e il tono «diretto» con cui lui trattava le questioni anche più complesse e delicate.
(…) L’esito dell’incontro fu decisamente utile, tanto è vero che, qualche giorno dopo, la stampa riportò alcune dichiarazioni da cui emergeva che l’Italia, con il pieno appoggio degli Stati Uniti, avrebbe svolto un ruolo strategico nel contesto del Mediterraneo e libico in particolare.
(…) Si è molto favoleggiato su questo mio rapporto con Trump. Qualcuno ha voluto malignare immaginando chissà quali concessioni sia costata a me e all’Italia.
(…) La realtà è che durante i miei governi abbiamo avuto eccellenti rapporti con gli Stati Uniti, rispettando la tradizionale alleanza ma senza nessuna subordinazione. La nostra condotta non acquiescente ha prodotto anche qualche tensione. Ad esempio quando, nel marzo 2019, sottoscrivemmo con la Cina il Memorandum of Understanding riguardante la Belt and Road Initiative. Era importante tentare di riequilibrare la nostra bilancia commerciale con una economia in continua crescita e offrire ai nostri imprenditori nuove opportunità di espansione verso l’enorme mercato cinese.
Gli americani non furono contenti. Ci arrivarono alcuni avvertimenti e pressioni diplomatiche. Ma fui molto chiaro: io ero il premier di un paese alleato, non subalterno agli Stati Uniti. Non intendevamo affatto mettere in discussione i nostri storici rapporti con Washington, ma questo non poteva implicare una rinuncia a esplorare nuove opportunità di affari per le nostre imprese né tantomeno a proseguire un partenariato strategico con la Cina impostato sin dal 2014.
Giorgia Meloni ha invece lasciato scadere l’accordo sulla Belt and Road Initiative, senza rinnovarlo. Ha comunicato l’uscita ufficiale a dicembre del 2023, dando un chiaro segnale di compiacenza agli americani. Ma, dopo aver consolidato le proprie credenziali atlantiste, ha compiuto tentativi quasi affannosi per «ricucire» i rapporti diplomatici ed economici con Pechino. Agli inizi di luglio 2024, il ministro delle Imprese Adolfo Urso era in Cina per cercare partnership industriali nell’ambito della mobilità elettrica al fine di realizzare in Italia una piattaforma produttiva utile a contrastare il declino dell’automotive. Un tentativo disperato.
A fine luglio 2024 anche Giorgia Meloni si è precipitata in Cina per provare a rilanciare un piano d’azione per un «Partenariato strategico globale Cina-Italia». Ma neppure i più ardenti apologeti del governo Meloni hanno provato a descrivere questi goffi tentativi come una strategia di successo.
Giuseppe Conte: “Draghi destabilizzava i 5Stelle e Grillo chiamava in sua difesa”
L’ex premier racconta nel suo libro i tentativi dell’ex Bce per farlo fuori e le chiamate mattutine del garante per i suoi no su armi e giustizia: “Fai cadere il governo?”. Poi De Masi svelò tutto e il banchiere lo cercò, ma lui si negò

Pubblichiamo un estratto del libro del presidente del M5s Giuseppe Conte, edito da Marsilio Editori, “Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia”.
(di Giuseppe Conte – ilfattoquotidiano.it) – Con il governo Draghi mi ritrovai nel paradosso di dover essere io – che venivo dal mondo moderato e se vogliamo “ingessato” nelle liturgie del contesto accademico – a mostrare le unghie per proteggere il cambiamento faticosamente avviato dal M5S. Alcuni dei compagni di strada che avevano avuto il merito di dare impulso a quella svolta, la strada – ai miei occhi – la stavano perdendo. In particolare cominciava a manifestarsi quello che si sarebbe rivelato l’errore politico di Grillo nei confronti della comunità del Movimento 5 Stelle: l’idea di costruire un rapporto personale con Mario Draghi avrebbe finito per confliggere con la rappresentanza dell’intera comunità, rischiando di indebolire la nostra azione politica.
È da questa sintonia che nasce l’idea del video su “Draghi grillino” e l’apertura a Roberto Cingolani come ministro del neodicastero della Transizione ecologica (“Io l’elevato, lui il supremo” ebbe a dire Grillo nel marzo 2021 presentando Cingolani ai gruppi parlamentari del Movimento riuniti in assemblea congiunta). I rapporti tra i due sarebbero rimasti cordiali fino al termine di quell’esperienza di governo, al punto da spingere Grillo ad ammettere, durante alcuni suoi recenti spettacoli, di essere stato “lusingato” da Draghi e di esserci cascato (…). Anche in altre occasioni Beppe racconterà di un rapporto molto cordiale con Draghi, che lo chiamava spesso al telefono e lo trattava con molto rispetto (…). Una lusinga che lasciava intravedere la disponibilità di Draghi a incontrarlo a Roma ogni qual volta ce ne fosse bisogno (…).
Di fatto, l’apertura a questa prospettiva di collaborazione veniva utilizzata per tenere sotto scacco politico il Movimento. E qualche riflesso di quelle comunicazioni finiva, inevitabilmente, per raggiungere anche me. Ogni tanto, soprattutto quando erano in discussione in Parlamento provvedimenti legislativi particolarmente delicati ed eravamo impegnati a difendere le posizioni del Movimento, di prima mattina arrivava a svegliarmi una telefonata di Grillo. Accadde ad esempio per la riforma Cartabia, ma anche per il riarmo quando mi incalzava, senza neppure lasciarmi il tempo di ribattere, chiedendomi se avevo l’intenzione di far cadere il governo e se pensavo ancora a Palazzo Chigi.
Ancora assonnato, cercavo di tranquillizzarlo: “Ma no Beppe. Con chi hai parlato? Cosa ti hanno riferito?”. E mi trovavo a dovermi difendere giustificando, punto per punto, i motivi di contrasto al provvedimento di turno. Il canale di comunicazione privilegiato con Beppe Grillo è stato il vero capolavoro di Draghi: per questa via ha prodotto una duplice “disintermediazione”, un’operazione di grande impatto dal punto di vista politico, che gli ha consentito di fatto di sottrarsi al confronto parlamentare e al dialogo coi leader di partito. (…). Nel caso del M5S, l’azione destabilizzante è stata particolarmente incisiva, perché si è esercitata contemporaneamente su due assi portanti: uno dei leader storici, Luigi Di Maio, e Beppe Grillo, il fondatore. A interrompere i rapporti tra il premier e Grillo sarebbe stato un increscioso “incidente” che avrebbe reso di pubblico dominio il tentativo di Draghi di convincere il fondatore del M5S a isolare il sottoscritto e ad appoggiare Di Maio. A rivelare quell’episodio fu il sociologo Domenico De Masi, quando ormai Grillo lo aveva riferito anche ad alcuni parlamentari del Movimento. Da tempo ormai Grillo non si faceva vedere a Roma. Concordammo con lui un incontro assieme ai parlamentari di Camera e Senato. Si fermò un paio di giorni e ne approfittò per vedere De Masi, con cui aveva un ottimo rapporto, nel suo quartier generale: la terrazza dell’hotel Forum (…). I dettagli dell’incontro mi sono stati riferiti concordemente da tutti e tre i presenti: Grillo, De Masi e una terza persona, un testimone affidabile. Quando Beppe ebbe finito di raccontare il tentativo di Draghi di persuaderlo ad appoggiare Di Maio contro di me, De Masi non nascose la sua sorpresa che in un attimo mutò in indignazione verso quella che considerava una pericolosa ingerenza nelle dinamiche democratiche della vita di un partito. Ancora oggi, in quel moto di indignazione leggo tutta l’onestà, la lucidità e la consapevolezza di un intellettuale tutto d’un pezzo. Quella reazione istintiva di De Masi non lasciò indifferente Grillo. (…) Adesso, forse per la prima volta, iniziava a realizzare la gravità del gesto e le conseguenze politiche che rischiava di provocare.
La rivelazione pubblica del sociologo, prima in radio a Un giorno da pecora e poi al Fatto, ebbe un effetto dirompente.
Draghi (…) iniziò a tempestarmi di telefonate. Risentii Grillo, che mi confermò questa versione, e in tutta coscienza ritenni che non avesse alcuna ragione per mentirmi. Mi negai alle telefonate di Draghi. Ero sinceramente deluso e anche infuriato: non potevo credere che fosse arrivato a sostenere così spudoratamente la scissione di Di Maio. Il M5S stava subendo uno scacco che non meritava: era la forza di maggioranza relativa, si sacrificava per sostenere il governo, soffrendo un forte disagio politico con un’emorragia di voti, ma ciò nonostante continuava a collaborare in piena lealtà. E in cambio il presidente del Consiglio provava a spaccare il partito e appoggiava una scissione?
Solo a tarda sera mi resi reperibile. Dall’altro capo della linea, Draghi esordì subito provando a ridimensionare l’accaduto, minimizzando la portata di quel tentativo di estromettermi. “Mi dispiace, Mario, ma io credo a Beppe. Ci sono vari riscontri” fu la mia risposta. Trascorsero ore interminabili prima che Draghi prendesse una posizione pubblica sulla questione. Immagino che, tra una riunione e l’altra, sia stato costretto a ricontrollare tutti i messaggi scambiati con Grillo. Molto più tardi, il giorno dopo, arrivò la smentita del presidente del Consiglio: non aveva mai inteso chiedere la rimozione del presidente del M5S Conte. (…) Questo episodio rivelava un retroscena davvero grave sul piano politico. (…). A colpirmi in modo particolare in quei giorni fu la totale mancanza di attestati di solidarietà da parte di quelli che dovevano essere nostri alleati. (…) La priorità era tutelare il Movimento che tutti avrebbero voluto vedere dissolto. Dovevamo evitare una reazione che l’establishment politico e mediatico avrebbe addebitato a questioni di carattere personale. Lo dissi senza mezzi termini in alcune riunioni interne (…). Eravamo stufi di commentatori e opinionisti che, pur di indebolire ogni iniziativa politica del Movimento, la sminuivano, attribuendo a me la “sindrome di Palazzo Chigi” (…). Rinunciammo dunque a cavalcare quel passo falso. Volevo fosse chiaro che da parte nostra la partita si giocava esclusivamente sul piano politico, per sottoporre a un attento vaglio tutte le misure nell’interesse del paese.
Ma mi faccia il piacere
(Di Marco Travaglio) – Cuore di Bibi. “Netanyahu soffre la tregua imposta e vuole risolvere il nodo Hezbollah” (Fiamma Nirenstein, Giornale, 9.4). Povera stella: soffre, lui.
Olgettini/1. “Dalle feste ad Arcore al volontariato in Caritas: la nuova vita di Nicole Minetti” (Repubblica, 12.4). Ma sempre travestita da suora, o stavolta in borghese?
Olgettini/2. “La valanga di commenti negativi di certo non gli ha fatto piacere. Eppure, se potesse tornare indietro di un paio di mesi, Sergio Mattarella firmerebbe di nuovo e con analoga convinzione il decreto di grazia che ha cancellato la pena per Nicole Minetti. Nelle stanze monumentali della presidenza della Repubblica lo descrivono ‘sereno’” (Corriere della sera, 12.4). O poco nuvoloso.
Olgettini/3. “Sergio Mattarella, in serata, è stato descritto come ‘molto sereno’. Quando una cosa è giusta va fatta, anche se, in apparenza, può apparire impopolare” (Repubblica, 12.4). Tipo una leccata che, in apparenza, può apparire una leccata.
Padrelingua. “Alla Regione Lombardia… Berlusconi presentò Nicole Minetti così: ‘E’ la lady splendida, competente, studiosa, laureata con lode e con un inglese di madrelingua che permetterà alla Lombardia di fare bella figura negli in contri internazionali’. Mattarella ha graziato la grazia” (Francesco Merlo, Repubblica, 12.4). Ma va’ a ciapà i ratt.
La serva serve. “Dalla Leopolda a Coverciano? Al calcio italiano serve un rottamatore vero, Renzi. L’ultima volta che la Nazionale ha partecipato ai Mondiali (2014) il presidente del Consiglio era lui. E il famoso emendamento Sblocca stadi fu un’iniziativa sua e una delle poche scelte azzeccate del Conte II. Non serve un gestore del sistema, ci vuole un politico, un decisionista”, “Quanto serve alla sinistra una Silvia Salis” (Maurizio Crippa, Foglio, 3 e 11.4). Ma perché non te li noleggi tutti e due tu e non te li tieni in giardino?
Sapore di Salis. “Sarò sindaca di Genova fino al 2030”. “Io candidata premier anti-Meloni? Se lo chiedono lo prenderei in considerazione” (Silvia Salis, 26.12.25 e 10.4.26). Ma quindi le elezioni politiche sono nel 2031?
L’impero dei Sensi. “Conte ‘amico’ di Trump? Non mi fa strano e non mi sorprende, il M5S secondo me è un movimento di destra, populista, è stato anche sovranista ed è stato anche al governo con la Lega” (Filippo Sensi, senatore Pd, Un Giorno da Pecora, Radio2, 2.4). Ma ha fatto pure di peggio: ha governato col Pd.
Allarme democratico/1. “Fratoianni: ‘Primarie inutili’” (Repubblica, 9.4). “Le primarie nascondono trappole” (Stefano Passigli, Corriere della sera, 12.4). Si rischia di far decidere ai cittadini.
Allarme democratico/2. “Primarie inutili. Serve un leader alla Mario Draghi” (Pino Pisicchio, Domani, 11.4). Giusto: così la prossima volta, anziché la Meloni, vice direttamente Vannacci.
Tutto d’un prezzo. “Io sono convinto che Renzi abbia fatto un accordo con La Russa e Santanchè, non avallato da Giorgia Meloni, per portare Maria Elena Boschi alla commissione di Vigilanza Rai in cambio dei suoi voti a La Russa presidente del Senato” (Carlo Calenda, leader Azione, 12.12.23). “Io sono preoccupato che La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica” (Matteo Renzi, leader Iv, 11.4.26). Poi gli tocca votarlo a sua insaputa anche al Quirinale.
Leccornie. “Il piano dei figli del Cavaliere, pronti alla fine del sovranismo e aperti a nuove maggioranza” (Repubblica, 11.4). Ma infatti, che aspetta il Pd ad allearsi con i compagni Marina e Pier Silvio?
Tutti col Fiano sospeso. “È veramente difficile se non impossibile rimanere in un partito così”, “Resto nel Pd. Con sofferenza, ma resto” (Emanuele Fiano, ex deputato Pd, 10 e 11.4). Ok, fai un po’ te, poi eventualmente facci sapere.
La parola agli esperti. “’E se le bugie non fossero un errore, ma un’industria?’. Introduzione di Luca Palamara. Modera Alessandro Sallusti” (Libero, 7.4). Due che se ne intendono.
Banale Cinque. “Trump? ‘Nè rottura né subordinazione’. Al voto? ‘Con la guerra bisogna reggere l’urto’. La stabilità? ‘Importante, ma da sola non basta’” (il rag. Claudio Cerasa intervista il ministro della Difesa Guido Crosetto, Foglio, 7.4). Venezia? “È bella, ma non ci vivrei”.
Povero Gianroberto. “Conte lasci il simbolo. Persi i valori del M5S” (Davide Casaleggio, Corriere della sera, 8.4). Parla quello che fece rivoltare il padre nella tomba infilando, insieme a Grillo, i 5Stelle nel governo del “grillino Draghi”.
Il titolo della settimana/1. “In Iran la guerra va meglio di quello che tutti dicono” (Libero, 7.4). “Teheran, regime spalle al muro” (Fiamma Nirenstein, Giornale, 7.4). Uahahahahah.
Il titolo della settimana/3. “Le ultime 24 ore dell’Iran” (Libero, 7.4). Facciamo le penultime?
Il titolo della settimana/3. “Da maggio allarme scorte: l’ipotesi tagli ai condizionatori” (Repubblica, 7.4). Come disse Draghi, ogni volta che scoppia la pace si spengono i condizionatori.
Il titolo della settimana/4. “Boschi: ‘Pronti a governare, la Salis mi piace molto’” (Secolo XIX, 12.4). Un plurale maiestatico e uno sticazzi.
Il titolo della settimana/5. “La guerra con l’Iran non è persa, ma non è ancora vinta” (Foglio, 10.4). Lo spettro dei calci di rigore.
Il titolo della settimana/6. “Zelensky invoca Donald: ‘Torni a premere su Mosca’” (Domani, 9.4). La mamma non gli ha ancora spiegato niente.
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Buongiono presidente ….siamo una colonia USA e ottimi servi … notizia di questa mattina ….
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parlava del paese dei Nazi-Sion a cui noi mandiamo armi
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Ladro lui ma ancor più ladri i nostri politici europei che hanno avallato tutto questo. E nel parlamento italiano sono tutti responsabili a parte credo Avs.
Con le nostre politiche abbiamo contribuito allo sterminio di intere generazioni di ucraini.
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non ho ben capito che vole sta troia
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Semplicemente vuole che i denari anziché essere dati a Zelensky venissero consegnati alle elites. Come la Melona che, una volta abolito il reddito di cittadinanza, ebbe a dire: “I soldi bisogna darli agli industriali perché sanno come spenderli”.
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Conte, nel suo libro, omette però il fatto che lui stesso era orientato ad entrare nel governo Draghi, come disse esplicitamente in tutte le interviste fatte in quella fase. Il motivo è molto semplice: il blocco dei parlamentari 5 stelle non voleva perdere la poltrona e non voleva nuove elezioni, fatta eccezione per i vari Morra, Lezzi: ossia quelli che sono usciti dal movimento e passati al gruppo misto. Tutti gli altri volevano appoggiare Draghi. Conte era sulla stessa onda. Poi la narrazione successiva è stata che Grillo il cattivone era l’unico ‘draghiano’ e tutti gli altri hanno eseguito i suoi ordini. Una ricostruzione che fa ridere i polli, fatta per mondarsi delle ‘colpe’ precedenti, e a cui solo degli spiriti molto ingenui possono credere. D’altronde il ‘coraggio’ di Conte si vede anche ai giorni nostri. Non è riuscito nemmeno a chiedere le dimissioni di Meloni dopo la batosta al referendum, come qualsiasi opposizione degna di questo nome avrebbe fatto. Al contrario ha addirittura ribadito: “Non abbiamo mai chiesto le dimissioni di Meloni..” A chiederle con forza è stato persino Renzi. Ed è tutto dire
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È stata evidentemente una mossa tattica, Tu che dimostri di essere esperto di dietrologia nel sostenere che Conte fosse convinto di appoggiare Draghi, dovresti capire che chiedere le dimissioni della carciofara avrebbe semplicemente compattatato la maggioranza in Parlamento e sarebbe stato un assist per far parlare di altro e non degli insuccessi del governo, come invece è avvenuto…
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Quando è nato il governo Draghi, Conte era un semplice, privato cittadino, non più premier, non parlamentare, non iscritto al M5S e tantomeno presidente o capo politico! Le sue sono state semplicemente delle opinioni, oltretutto in linea con le decisioni politiche del M5S PRESE dal fondatore Grillo e dall’ Assemblea degli iscritti che avevano VOTATO per far entrare il M5S nel governo Draghi….la responsabilità delle scelte politiche è ben diversa da un’ opinione personale, che può essere giusta o sbagliata, ma è in quel particolare periodo e contesto, ininfluente! Ai colloqui con Draghi e’ andato Grillo che ha svolto funzione, e pertanto conseguentemente responsabilità POLITICA, di capo politico oltre che fondatore e che ha preteso di rivestire anche dopo questo ruolo, tanto da mantenere un rapporto DIRETTO con Draghi contro Conte, diventato presidente del M5S per volere degli iscritti! Questo atteggiamento che si vuole ridurre ad un errore bonario di Grillo lusingato da Draghi, e poverino fregato dalle lusinghe in una sorta di circonvenzione di incapace, e’ stato di una gravità inaudita: la realtà STORICA è che l’ ex capo politico del M5S , Di Maio, ed il fondatore Grillo hanno voluto ed appoggiato il governo Draghi per interesse personale, evidente per il primo, ancora sconosciuto per il secondo, coadiuvati nella scelta dai parlamentari 5 stelle fino alla scissione, quando Conte ,in piena legittimità di ruolo , ha fatto scelte POLITICHE diverse nell’ impedire l’ elezione di Draghi a PDR e poi nel determinare la caduta del governo! Essere sulla stessa onda di opinione dei parlamentari 5 stelle, degli iscritti al M5S, dell’ ex capo politico, del fondatore elevato, ha un peso nella bilancia di colpe ed errori minimale rispetto a chi ha dettato ed operato per quelle scelte sbagliate, ed ha continuato anche dopo ad interferire affinché non fossero corrette, visto che la fronda parlamentare 5 stelle al seguito di Di Maio ha continuato a sostenere Draghi, con grande coraggio di servizio alla carriera! Che la narrazione voglia mondare le colpe dei responsabili, fattuali , per attribuire ogni colpa al cattivone Conte , arrivato per ultimo, non solo fa ridere i polli, ma è uno schiaffo all’ intelligenza, all’ onestà intellettuale e all’ assunzione di responsabilità dovuta a chi da iscritto PARTECIPA direttamente alle scelte, insieme a parlamentari, ex capi, fondatori …..perché si poteva dire NO, e non è stato fatto! Un No che andava detto al tentativo, riuscito, di Renzi di far cadere il governo Conte 2 per far arrivare Draghi, già pronto da un anno, grazie alla collaborazione e servizio politico attivo di Di Maio e mezzo M5S al seguito contro il proprio governo guidato da Conte! Il M5S era già morto draghiano prima ancora della costituzione del governo Draghi “ grillino “ e Cingolani ministro supremo con la benedizione dell’ elevato Grillo, senza alcun contributo di Conte appena defenestrato da chi avrebbe invece dovuto difenderlo! Dopo questo successo di Renzi, e complici, a 5 stelle, l’ unica lezione e’ che occorre agire politicamente in maniera opposta a qualsiasi dichiarazione del senatore di Rignano, anche quando chiede le dimissioni della Meloni dopo aver appoggiato il suo governo ed il Si al referendum per la sua schiforma…….ci vuole veramente coraggio di improntitudine a nominare Renzi , come forza di opposizione a Gioggia, che ne chiede le dimissioni per levarla dalle peste , mentre per i danni del suo governo se la vedono altri…..così da mettersi comodamente all’ opposizione: grazie Renzi!
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Grazie Alessandra, evidentemente è troppo complicato per Napalm51 & C. avrebbero bisogno di un disegnino per capire.
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Nessuna dietrologia. E’ quello che Conte ha dichiarato in ogni intervista. Definizione di dietrologia: “è la tendenza, spesso polemica nel giornalismo a cercare cause o moventi occulti dietro fatti pubblici, ipotizzando macchinazioni nascoste”. Qui invece è tutto alla luce del sole. Conte a quell’epoca aveva parlato chiaro
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Solitamente si citano le fonti…Io queste dichiarazioni non le trovo on line…
grazie
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Quindi contano più le dichiarazioni, che i fatti…..pertanto le dichiarazioni di Gioggia che tutto va bene madama la marchesa, sono più rilevanti e reali della stessa realtà …..Così Conte che al tempo parlava chiaro, ha più responsabilità di chi faceva chiaro, ancora prima dell’ arrivo di Draghi, inciuciando con Renzi per preparare il suo arrivo, defenestrando Conte…..Mentre Grillo e Di Maio, cioè fondatore e capo politico, del M5S insieme ai parlamentari ed iscritti, li assolviamo da ogni peccato…..Infallibili e acriticabili per fede, proprio da sacre scritture! Che in confronto i fanatici nello studio Ovale ad imporre le mani sull’ elevato Trump sono debuttanti al ballo …..Neppure a distanza di anni siamo capaci di autocritica politica e questo è un enorme difetto che impedisce correzioni di errori ed evoluzione…..
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“Conte, nel suo libro, omette però il fatto che lui stesso era orientato ad entrare nel governo Draghi..”
Se m€rd@ nel ventilatore deve essere, m€rd@ nel ventilatore sia!
Governo, Conte: “Se fossi iscritto a Rousseau voterei sì a Draghi. Io presidente M5s? Non ambisco a incarichi personali e formali”
https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/02/10/governo-conte-se-fossi-iscritto-a-rousseau-voterei-si-a-draghi-io-presidente-m5s-non-ambisco-a-incarichi-personali-e-formali/6097130/
https://www.ilblogdellestelle.it/2021/02/votazione-su-rousseau-su-governo-draghi-i-risultati.html
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Un’ opinione personale, certamente sbagliata, ma non commensurabile con scelte POLITICHE sbagliate di chi aveva ruolo di scelta: iscritti, parlamentari, ex capo politico, Di Maio, fondatore……il privato cittadino che esprime una sua opinione non ha lo stesso peso politico di chi ha ruolo…..avviene anche per questione morale, opportunità di comportamento, illeciti o reati! Vogliamo continuare ad addossare la responsabilità a Conte per le parole, nel tentativo maldestro, e disonesto, di salvare i veri responsabili? Perché siamo nella stessa situazione dell’ Iran che a parole minacciava Israele, e si è ritrovato aggredito con una guerra, da parte di Israele ed USA, dopo che da secoli non ha mai aggredito alcun paese…..piuttosto si è difeso dalla guerra di invasione dell’ Irak, armato dagli americani, ed ora da questa……Le parole hanno un peso, i fatti ne hanno uno immensamente più grande e grave! Sembra di stare nella narrazione dei giornalai dove i fatti, e le conseguenti responsabilità, spariscono magicamente e la pagliuzza di chi non ci piace, diventa la trave…..mentre le macerie , sotto le innumerevoli travi di chi ci piace, vengono nascoste sotto il tappeto ……Un po’ ipocrita! Le critiche andrebbero fatte nel merito e possibilmente senza sconti, altrimenti siamo nel campo della fede dove Grillo e Di Maio sono uno Dio padre e l’ altro il figlio di Dio…..Criticare Conte e’ assolutamente lecito, condannarlo a prescindere difendendo l’ indifendibile e’ pretestuoso…..Sarebbe l’ ora di uscire da questo infantilismo politico di incapacità di autocritica, il peggiore conformismo di sistema che ha condannato la politica al disastro insieme al paese!
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Conte pochi mesi dopo l’elezione del Governo Draghi era ufficialmente Capo Politico del M5S a larga maggioranza (dei rimasti). Quindi o ammette di non essere stato il vero Capo Politico che equivale ad ammettere che non era la posizione “Alfa” del Movimento o si deve assumere tutte le decisioni da quel momento derivate! Comprese le 54 fiducie al Governo Draghi e l’approvazione all’invio di armi in Ucraina per uccidere i russi.
I suoi continui piagnistei a sei anni di distanza sulle presunte colpe di Grillo o Di Maio o Crimi o altri, sono assai più patetici di quelli di Domenico Francese e dimostrano che è ancorato ad una visione politica passata senza riuscire a guardare avanti.
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Essere assurto all’Olimpo dei 5 Stelle, insieme con Grillo Di Maio e Crimi mi provoca un certo disgusto, poi vedo da quale pulpito viene e mi tranquillizzo.
Ti sei ricordato di rifare il lettino in cameretta Napalm51?🤣
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@Alessandra
Bhè in effetti se osserviamo solo l’attività (di Conte) nel suo “neppure un anno di partecipazione al Governo…” la faccenda si aggrava parecchio.
In questo breve lasso di tempo, in qualità di principale responsabile e Segretario del Partito di Maggioranza Relativa, del Governo Draghi, ha:
– In spregio all’Art. 1, 4 e 32 della Costituzione votato l’obbligo di un trattamento sanitario obbligatorio e indispensabile per lavorare e portare lo stipendio a casa;
– In spregio all’Art.11 della Costituzione, approvato l’invio di armi in Ucraina per combattere e uccidere soldati di una nazione che non ci aveva fatto nulla e con cui eravamo in pace (inoltre ci ha fatto spegnere i condizionatori senza darci la Pace come ha detto il suo PdC Draghi);
– Approvato in via definitiva la cosiddetta Schiforma Cartabia che di fatto demolisce e distrugge l’ottima Riforma Bonafede “Spazza corrotti” e introduce una Giustizia classista favorevole ai ricchi ma pessima per i poveri;
– Ha votato varie limitazioni e controlli pretestuosi al RdC che hanno agevolato il Governo successivo (Meloni) per la definitiva eliminazione;
— … a scanso di equivoci, in questo breve tempo, ha confermato la fiducia decine di volte al PdC Mario Draghi.
Poi chiedi la posizione di Grillo in Europa…Bhè e irrilevante perché come fai notare tu stessa nel tuo precedente commento, la posizione dei privati cittadini non è vincolante all’azione politica del Parlamento.
Detto questo, non addebito a Conte la fine del M5S, gli addebito tuttavia il suo accanimento a tenerlo in vita attraverso la fotografia della lapide tombale, ovvero il nome e il simbolo del Movimento che come tutte le urne appartengono alla famiglia e lui, in definitiva, nel bene e nel male, non ne ha mai fatto parte neppure per sbaglio, tanto da non esserci mai iscritto fino a che non le è servita l’iscrizione per accomodarsi sulla poltrona di Presidente.
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La descrizione degli avvenimenti da parte di Conte è perfettamente calzante con il ricordo che ho personale . Da ciò, però, emergono anche riflessioni su quello a cui và incontro il movimento nel futuro e di cui il presidente deve necessariamente tenere conto . Nel partito con cui ci si accinge ad allenarsi per le prossime elezioni continuano a sopravvivere ,politicamente parlando ,tutte quelle eminenze artefici e sostenitrici di sua eccellenza Draghi ,compreso chi sostenne la scissione di Di Maio e ne face un proprio alleato politico . Poi ci sarebbero i temi attuali :le guerre , riarmo ,5%pil per Nato,Gaza, Iran e dintorni su cui spero non vi siano compromessi con gli armaioli PD.
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Tutti ricordiamo ciò che riuscì a fare il Conte1. Pur non essendo in sintonia con la Lega, i 5* riuscirono a implementare una serie di realizzazioni che il futuro CSX se le può solo sognare. Il mitico programma che deve stare alla base dell’alleanza elettorale può anche non prevedere un accordo su tutto. Ci sono alcuni punti (vedi la politica estera) su cui non potrà essere raggiunto alcuna condivisione concreta, al di là di supercaxxole prematurate. L’alleanza può e deve essere raggiunta sulla base solo di alcuni punti. Il resto sarà affidato all’evoluzione della situazione geostrategica, compreso il ricorso ultra-necessario (vedrete che lo sarà fra qualche mese, pena la catastrofe finanziaria italiota) al ritorno dell’acquisto di gas russo con pochi spiccioli anche come strumento per agevolare la fine della guerra ucraina. In particolare la restituzione di Putin all’Ucraina di ben più ampi territori già conquistati in cambio di quella piccola porzione di territorio del Donetsk abitata da popolazione di lingua russa. Baratto molto più conveniente per Zelensky rispetto allo status quo attuale. Quindi: ACCORDO ELETTORALE O CONTRATTO A PUNTI. Augh, ho detto!
PS. Se poi si vuole avere la certezza di compiere il capolavoro di perdere le elezioni, si proceda a consentire l’ingresso di Renzi (e di Calenda) nella coalizione. Uno sciocco regalo alla riconferma di questo governo. Ma non in mio nome, anche se il mio voto al M5S, in ogni caso, non sarà per nulla messo in discussione.
Meditate, meditate gente!
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Vado di corsa a comprare il libro di Conte, finalmente potrò valutare la forza di questo leader e la poltronaggine dei vari personaggi che gli giravano attorno.
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Da non credere, stamattina la TV informava che il platinato candidato al nobel per i penultimatum si era alleato con gli Iraniani per bloccare lo stretto di Hormuz.
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Mai avrei pensato che il nostro caro presidente Mattarella si interessasse alle donnine che avevano allietato il lettone di Putin ad Arcore. Ci deve essere un motivo di sicuro molto importante per darle tanto sostegno…
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“Mattarella ha graziato la grazia” (Francesco Merlo, Repubblica, 12.4).”
Probabilmente il nostro presidente sta dimostrando gratitudine per l’ottenimento della rielezione. Sarà vero? Io non ci credo però…
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Nel piddì se la stanno facendo addosso…
“Allarme democratico/1. “Fratoianni: ‘Primarie inutili’” (Repubblica, 9.4). “Le primarie nascondono trappole” (Stefano Passigli, Corriere della sera, 12.4). Si rischia di far decidere ai cittadini.”
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Quando sento cose tipo: le primarie sono una trappola da chi le ha inventate e altre tipo: ‘Pronti a governare, la Salis mi piace molto’” dalla Boschi, mi auguro che Conte si smarchi veloce da quel buco nero, perchè stavolta rischierebbe un astensionismo epocale.
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Fellatio in persona!
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“Conte lasci il simbolo. Persi i valori del M5S” (Davide Casaleggio, Corriere della sera, 8.4). Parla quello che fece rivoltare il padre nella tomba infilando, insieme a Grillo, i 5Stelle nel governo del “grillino Draghi”.
Non solo: ha votato Sì alla schiforma anti-magistrati, ma è il M5s ad aver perso i valori. Curioso… davvero curioso. 🤔
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Chi si loda si sbroda, dice un vecchio proverbio italiano. Forza Conte, parla più del futuro e non di quanto sei stato perfetto quando governavi tu.
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Ma certo, il futuro!
Tutti possono commettere errori, la cosa importante è farne tesoro. Tipo programmare il futuro con forze politiche imbottite con soggetti che hanno attraversato indenni tutte le peggiori ere recenti della nostra amata repubblica. E sono pieni di soluzioni da offrire.
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Chi si loda s’ imbroda
E’ un omoteleuto
La falsa rima: l’omoteleuto | Aula di lettere
Proverbi Italiani – Crusca
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INTRODUZIONE A
Tomaso Montanari
La continuità del male
Perché la destra italiana
è ancora fascista ed. Feltrinelli
Introduzione
LE RADICI CHE NON GELANO
È avvenuto di loro quel che dice con verità il proverbio: “Il cane è tornato al suo vomito”.
Seconda lettera di Pietro, 2:22
Voi volete ricacciarci indietro!
Giacomo Matteotti, ultimo discorso parlamentare prima di essere rapito e ucciso dai fascisti (30 maggio 1924)
George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”. Ciò che abbiamo sotto il naso è un serissimo pericolo, perché l’Italia si trova nelle mani di una destra – quella guidata da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica – che è ancora fascista. La sua cultura, la sua mitologia, la sua ideologia, il suo progetto di società e di mondo, perfino il suo vocabolario, sono ancora quelli del fascismo storico: non si può nemmeno parlare di “neofascismo”, perché di nuovo non c’è quasi niente – anche a causa “del profondo vuoto culturale creatosi ‘a destra’, e dell’assenza quasi assoluta di contributi ideologici significativi nel pensiero della destra italiana del secondo dopoguerra”
1
.
Il punto di vista di questo libro non è quello del “fascismo eterno”: la celebre conferenza tenuta da Umberto Eco alla Columbia University il 25 aprile 1995 fu una generosa e trascinante dichiarazione di avversione alle idee del fasci
smo
2
, ma “introdurre l’eternità nella storia umana, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, sia pure con le migliori intenzioni, comporta una grave distorsione della conoscenza storica”
3
. Non si tratta di credere a un periodico ritorno sulla terra dell’idea platonica del fascismo. Né di immaginare una sorta di grottesco remake del regime fascista del Ventennio, con le Camicie nere di nuovo al passo dell’oca sui Fori Imperiali. Il punto è chiedersi se chi governa oggi l’Italia corrisponda o no alla lucida risposta che il maggior storico attuale del fascismo, Emilio Gentile, dà alla domanda “chi è fascista oggi?”:
È fascista chi si considera erede del fascismo storico, pensa e agisce secondo le idee del fascismo storico, milita in organizzazioni che si richiamano al fascismo storico, aspira a realizzare una concezione fascista della nazione e dello Stato, non necessariamente identico allo Stato mussoliniano. Inoltre è fascista chiunque ostenta idee, linguaggi, simboli, gesti che erano tipici del fascismo storico
4
.
Questo libro intende dimostrare che è proprio il caso di Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni, e almeno in parte anche della Lega di Matteo Salvini. Non in base a una analogia, ma constatando l’ininterrotta continuità – trasparente, spesso appena dissimulata, talvolta esplicita, o addirittura esibita – di idee, concezioni, metodi, aspirazioni. Non parliamo delle forme storiche del Ventennio (esaltate a livello folkloristico da una ristretta base di fanatici caricaturalmente affezionati a quell’immaginario), ma delle sue idee e dei suoi miti di fondo: ritenuti attuali, anzi immortali. Fratelli d’Italia e Lega sono oggi due partiti che esprimono posizioni etnonazionaliste, bio-identitarie, islamofobe, genderfobiche, securitarie, autoritarie. Possiamo chiamarla
estrema destra, destra radicale, destra illiberale: ma la verità è che quelle idee, e le parole di cui si vestono, non sono una novità del nostro tempo. Sono state già pensate e già dette, in forma pressoché identica, e hanno già provocato immani tragedie: nel Novecento, nell’Italia fascista e nella Germania nazista. Una precisa genealogia – fatta di partiti, persone, libri – ha garantito e garantisce la trasmissione intergenerazionale di quelle idee e di quei miti, che oggi possono portare a esiti concreti assolutamente “moderni”, in forme esteriori assai differenti dalle adunate oceaniche in orbace: ma non per questo più innocue, anzi.
Del resto, basterebbe aprire gli occhi su ciò che è già successo, invece di discettare su ciò che potrebbe succedere. Come accade anche in altri Paesi governati dall’estrema destra (dall’Ungheria agli Stati Uniti), in Italia il governo Meloni sta disapplicando la Costituzione democratica e antifascista, differenziando i diritti in base alla presunta identità razziale, restringendo le libertà e concentrando tutti i poteri (a partire dal legislativo e dal giudiziario) in mano all’esecutivo: e se passeranno le varie “riforme” costituzionali, avremo varcato dal punto di vista tecnico la soglia della “democratura” – una “democrazia-dittatura”, cioè un sistema formalmente quasi democratico, ma in sostanza autoritario. Né rassicura l’assenza di un consenso di massa a un esito non democratico in direzione fascista. La maggioranza delle italiane e degli italiani non ha votato per le forze che sostengono questo governo e questo rovesciamento della Costituzione, ma – a causa dell’astensionismo e della sfiducia collettiva nella politica (dovuti agli errori imperdonabili del ceto politico democratico, e al tradimento della sinistra e delle istituzioni repubblicane), e di una legge elettorale, con ogni evidenza incostituzionale, che ha trasformato una minoranza nel Paese (meno di un terzo degli aventi diritto al voto) in una maggioranza in Parlamento – ora quella soglia può davvero essere attraversata. E non perché ci siano milioni di elettori fascisti: a esserlo sono gli eletti, e un pugno di militanti. Ma la maggioranza delle italiane e degli italiani sembra non avere più fiducia nella democrazia, a causa del suo fallimento (e cioè di chi l’ha governata) nella creazione
di giustizia sociale e di lavoro dignitoso e non precario, e nella redistribuzione della ricchezza. È accaduto che la diseguaglianza economica e quella culturale, la conseguente astensione di massa e l’afasia delle forze democratiche hanno riaperto la strada a una infezione latente, mai davvero stroncata, che negli ultimi anni aveva ripreso forza e aveva saputo cavalcare, ingigantire, nutrire le paure di una società culturalmente e materialmente impoverita: a cominciare dalla paura del diverso, del migrante, del nero. Il fallimento delle istituzioni sovranazionali e delle organizzazioni internazionali, l’abbandono del diritto internazionale da parte delle potenze occidentali e il ritorno della guerra hanno aperto la porta al risorgere dei nazionalismi, al riarmo degli Stati-nazione, alla legittimazione culturale e morale della legge del più forte. Uno scenario globale sempre più nero, che sembra davvero adatto al ritorno dei fascisti. E i fascisti sono tornati: il fatto che il governo Meloni abbia intrapreso una devastante campagna di riforme costituzionali in senso autoritario e il fatto che quel governo sia imperniato su un partito che ha ancora nello stemma la fiamma che arde dalla bara di Benito Mussolini
5
dovrebbero pur suggerire qualcosa.
D’altra parte, Giorgia Meloni non si dichiara più fascista in modo esplicito, mentre da giovane non aveva alcuna remora nell’esaltare pubblicamente Mussolini, o nell’indossare la croce celtica
6
. La via per raggiungere il governo del Paese è passata attraverso una abile dissimulazione: nessun rinnegamento, ma la costruzione di un discorso minimo che permettesse a commentatori servilmente acritici di argomentare intorno a una “svolta democratica”, e che allo stesso tempo non recidesse alcuna radice identitaria. Una strategia vincente, se un pezzo da novanta dell’establishment già di sinistra come Luciano Violante ha dichiarato: “Giorgia Meloni è estranea al fascismo”
7
. È vero l’esatto con
trario. Meloni ha ostentato una presa di distanza da alcuni aspetti del fascismo, dicendo il meno possibile e annacquando queste parzialissime abiure con ben più vibranti condanne dell’antifascismo e del comunismo. Se si leggono con attenzione le parole scritte o pronunciate in diverse occasioni ufficiali, esse contengono sempre due cose: la critica al fascismo “come regime” e la negazione di “qualsiasi nostalgia del fascismo”
8
. Due cose perfettamente compatibili con la inconcussa fedeltà di Meloni all’idea e alla comunità fascista (cosa ben distinta dal regime fascista nella sua parabola storica), e con il sincero, anzi programmatico, rigetto di ogni dimensione nostalgica. A ciò si aggiunga il fatto che quelle prese di distanza si accompagnano a esplicite adesioni a tesi storiche revisioniste, e ad appelli a un amor di patria che non divida la “nazione” in base a convinzioni ideologiche: e anche questo è perfettamente compatibile con l’idea, gentiliana, che fascismo e nazione di fatto coincidano, e che dunque i fascisti non vogliano dividere, ma riunire. Musica per un giornalismo mainstream tanto culturalmente disarmato, quanto ormai largamente anti-antifascista. D’altra parte, è facile notare come tutta la retorica di Meloni sia punteggiata da fitti riferimenti, ammiccamenti, allusioni a una perdurante fedeltà appunto all’idea e alla comunità che intorno a quella idea si riconosceva, e si riconosce. La sera del 25 settembre 2022, la futura presidente del Consiglio salutò con queste parole la clamorosa vittoria elettorale:
Fratelli d’Italia è il primo partito, significa tante cose. Tante cose per tanti di noi, è una notte di orgoglio, di riscatto, lacrime, abbracci, sogni e ricordi. È una vittoria che dedico alle persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa nottata
9
.
Quali sono le “persone che non ci sono più”? Fino a dove si estende questo ricordo affettuoso? Fino a Giorgio Al
mirante, a Pino Rauti? Fino a Julius Evola, a Adriano Romualdi? Fino a Benito Mussolini? E da cosa “riscatta” quella vittoria? Cosa aveva bisogno di “riscatto”: cioè di rivincita, agibilità, dicibilità? E i sogni? Quali sogni si sono realizzati quella notte? Per capirlo, è necessario provare a spiegare “Meloni con Meloni”, ricorrendo cioè alle sue stesse parole. Tra tutte, quelle scelte per il libro che ha rappresentato la punta di lancia di una campagna di storytelling condotta con grande abilità: “Io sono Giorgia”. Qui erano già state dette, in una versione più esplicita, le parole che saranno pronunciate a caldo dopo la vittoria:
Davanti agli occhi vedo un lungo film, una storia fatta di tragedie, tradimenti, desideri, vittorie, sconfitte, sogni. Un mondo intero che non ha mai smesso di credere, né di combattere. La storia di cui parlo non è solo quella di Fratelli d’Italia, è molto più antica, ed è la storia di molte più persone.
Anche per questo abbiamo fondato il nostro partito. Sappiamo di essere staffette di una corsa lunghissima, e corriamo nella speranza che ci saranno altri a raccogliere il testimone quando noi dovremo fermarci
10
.
Non sono le parole di qualcuno che abbia bruciato i ponti dietro di sé: è evidente che quei ponti sono invece ben presenti, e collegano a una storia “molto più antica”, quella in cui non si è mai smesso di “credere e combattere”, e di obbedire. Con Meloni ha vinto, ed è quindi tornata al governo del Paese, una storia che passa attraverso Alleanza Nazionale, il Movimento Sociale e, prima, attraverso il Partito Nazionale Fascista: la corsa lunghissima di una “idea” che non cambia, di una fiamma che non si spegne. Com’è ovvio, tutto ciò non è detto in modo esplicito: ma le parole, scelte con estrema cura, non possono significare che questo, con una tecnica allusiva che sorregge l’intera retorica meloniana, e che è perfettamente trasparente per la sua comunità politica ma abbastanza opaca per eludere lo sguardo di chi non sa o non vuole vedere. In un altro passo del libro, la stessa cosa si af
ferma non per la continuità della storia, ma per quella delle idee, usando la famosa metafora di “quelle ‘radici profonde che non gelano’, per dirla ancora con Tolkien, che sono a fondamento di ogni nascita e crescita”
11
.
Si tratta di uno snodo fondamentale. La prima edizione italiana integrale del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (1970) fu accompagnata da una prefazione di Elémire Zolla che interpretava (in modo improprio) l’opera come un manifesto antimodernista. In quel momento le generazioni più giovani della destra neofascista italiana avevano la netta percezione che la condanna frontale del Sessantotto decisa dai nostalgici vertici del Movimento Sociale Italiano rischiasse di tagliarle fuori da una modernità che avversavano per ideologia, ma desideravano disperatamente abitare, seppure in posizione di critica radicale. Una recensione di Marco Tarchi sulla “Voce della fogna” (1975) e subito dopo l’esperienza dei Campi Hobbit (1977) fecero dell’universo tolkieniano un codice di elezione per la “componente più radicale ed estrema guidata da Pino Rauti e incarnata nelle posizioni di Linea Futura, il gruppo più impegnato in un’opera di ‘modernizzazione’ e di ‘de-istituzionalizzazione’ delle strutture e della politica del partito neofascista”
12
. Tolkien fornì loro una chiave: e da allora le parole, i personaggi, le vicende della saga degli hobbit diventarono un codice – antimodernista nel contenuto ma moderno, addirittura pop, nella forma – attraverso il quale i più radicali tra i fascisti italiani potevano parlare dell’Idea (fascista) senza passare attraverso le lugubri retoriche dei reduci di Salò:
Il primo Campo Hobbit ha un significato che va al di là del semplice scontro interno tra le componenti del Movimento Sociale Italiano. Esso è, infatti, anche la prima occasione in cui l’estrema destra italiana mostra di aver avvertito la possibilità di un’inedita presenza all’interno delle dinamiche sociali e soprattutto dell’area massificata del mondo giovanile, superando quella “sindrome della sconfitta” che per lungo tempo l’aveva paralizzata nel “ghetto delle nostalgie”
e puntando – come scriveranno – all’“affermazione di un movimento giovanile che si esprimesse nel linguaggio, nei gesti e nelle aspirazioni così come ogni giovane degli anni ottanta”
13
.
Tra i tanti passaggi del Signore degli Anelli cari ai fascisti italiani, il più caro è forse proprio quello evocato da Meloni. È una poesia profetica di Bilbo Baggins che promette la rivincita ad Aragorn (principe spodestato, ma destinato a tornare sul trono), una rivincita non solo sua, ma della sua gente e dei suoi valori:
Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza
E le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla,
Nuova la lama ora rotta,
E re quei ch’è senza corona
14
.
Non è difficile capire l’entusiasmo dei camerati per questi versi messianici, che senza dire nulla in chiaro promettono però salvezza per i vinti e reietti dalla Repubblica antifascista, e anzi un loro ritorno al potere che non passi per una rinuncia alla tradizione, per nulla invecchiata, ma si fondi su una fedeltà all’idea (appunto le radici profonde, che non sono intaccate da decenni di “inverno” antifascista). Tra le centinaia di occorrenze di quei versi nel discorso neofascista italiano dell’ultimo mezzo secolo, ne scelgo due recentissime: in apparenza antitetiche, in realtà perfettamente compatibili. Una appartiene a Isabella Rauti, figlia di Pino, senatrice di Fratelli d’Italia e sottosegretaria alla Difesa del governo Meloni, che nel dicembre 2022 ha celebrato l’anniversario della fondazione del Movimento Sociale Italiano con queste parole: “Oggi voglio ricordare quando, a Roma, nasceva il Movimento Sociale Italiano. Onore ai fondatori
ed ai militanti missini. Le radici profonde non gelano”
15
. L’altra è di Alessandro Giuli, secondo ministro della Cultura del medesimo governo:
Siamo figli della terra e del cielo stellato, celeste è l’origine. Le radici nazionali non possono gelare poiché s’immergono in profondità intangibili che travalicano la favola e l’intreccio storico e si saldano nel nostro genius loci meridiano espresso in una lingua universale di assolata Concordia. Fuor dalla metafora orfico-tolkieniana: è giunta l’ora che la destra italiana, ormai adulta, celebri il proprio ingresso nell’età matura e si lasci alle spalle il “terribile vuoto morale dei Paesi vinti” (Giuseppe Bottai) così come ogni lacerto di nostalgia per un’identità illusoria animata da fantasticherie revansciste, reazionarie, regressive
16
.
Due testi che paiono inconciliabili: l’asciuttezza da rito del “presente!” della figlia di Rauti; la bolsa, comica retorica finto-colta di Giuli. Eppure, il filo della metafora sottratta a Tolkien li cuce, e ne svela la perfetta continuità: abitare la modernità per rovesciarla, senza nostalgia del passato, ma senza rinnegarlo. È qua la chiave per comprendere un discorso in apparenza insensato: contestare la nostalgia citando Bottai, ministro dell’Educazione nazionale dell’ultimo Mussolini. Ciò che preme a entrambi è allontanare ogni idea di sconfitta, di ripiegamento, di ridotta passatista, perché niente è meno fascista del piangersi addosso: “Non siamo gli imbalsamatori di un passato, siamo gli anticipatori di un avvenire!” aveva detto Mussolini
17
. Le radici che non gelano confermano, in codice, la fedeltà al fascismo: le forme del discorso annunciano l’avvento di un fascismo “nuovo”, non la riesumazione di un cadavere. Dai Campi Hobbit ad Atreju, dall’orecchiamento della Nuova destra di de Benoist ai testi postmoderni dei gruppi musicali fascio-rock: i fascisti italiani che infine riusciranno a raggiungere il governo
hanno vestito, già molti anni fa, l’idea antica di abiti nuovi, moderni, colorati – tutto tranne che tristemente nostalgici.
Una strategia che ha assunto tratti esemplari in CasaPound, il gruppo che ha volentieri accettato per sé la definizione di “fascisti del terzo millennio” (e che è legato a Giorgia Meloni da mille fili
18
): tra i suoi 88 numi tutelari troviamo, sì, Mussolini e Gentile, ma anche Tolkien e perfino Capitan Harlock e Corto Maltese. Una compagine che pare aperta al mondo, fino al punto di comprendere Gramsci e Pasolini. Ma, come sempre nella retorica dei fascisti di oggi, c’è poi un testo parallelo che permette a tutti gli iniziati di comprendere che no, le radici non gelano: per quanto vari e inaspettati, gli eroi scelti sono precisamente 88 perché l’ottava lettera dell’alfabeto è la acca, e il messaggio sintetico di quel triste pantheon è dunque “hh”. Cioè: “Heil Hitler”. Una simile esaltazione del capo del nazismo sarebbe intollerabile, se fatta in chiaro: altro conto è alludervi in modo obliquo, attraverso un’orchestrazione capace di parlare ai gusti, e ai media, contemporanei. Solo chi non conosce la storia intellettuale della destra italiana può rimanere stupito da questa intimità con Hitler: attraverso l’influsso di Evola, le idee e le personalità del nazismo sono state ancora più frequentate di quelle del fascismo italiano. E per comprendere quale sia il tono dei libri pubblicati dall’editore più “autorevole” in quell’area, le Edizioni di Ar di Franco Freda, può essere utile un brano come questo:
Terribile e generoso fu Hitler […]. Operò asceticamente […]. Era il tedesco nuovo […]. L’uomo che in sé riassumeva il corpo e l’anima di un popolo si dissolse, al rullo di milioni e milioni di tamburi. I quali rullano solo per rendere gli onori agli Eroi. […] Da Sigfrido partì Hitler per giungere, attraverso la grande sintesi, alle glorie di Federico, di Bismarck, di Moltke; al secondo sacro romano impero. Per giungere alla nuova Europa, alla sconfitta dell’oro, alla vittoria della giustizia. Da Sigfrido partì e accanto a Sigfrido giacque. Al rullo dei tamburi
19
.
Come scrive di se stessa, nel 2020, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia:
Forse non ce ne rendiamo conto, ma rappresentiamo una delle più audaci scommesse degli ultimi vent’anni: traghettare un patrimonio antico nell’epoca del digitale, cavalcando la tigre della rappresentanza istituzionale e dell’apatia generalizzata; rinvigorire le forme di una Tradizione e di uno stile, restando fedeli a noi stessi […]. Dinanzi a questo – pertanto – non sono antiquate tanto le idee, quanto le forme che si scelgono per veicolarle. […] In un mondo dinamico, dunque, sopravvive soltanto chi riesce a fissare quel medesimo dinamismo in un più ampio orizzonte di simboli, tenendo fede alla più antica delle lezioni tradizionali: mutare costantemente, restando fedeli alla propria natura
20
.
È tutto detto in chiaro: il progetto è di restare fedeli alla Tradizione (con la maiuscola) e alla propria natura. Sono le radici del fascismo e del nazismo quelle che non gelano. Lo si capisce, al di là di ogni dubbio, dall’opposizione all’intera civiltà democratica attuale:
La nostra scelta politica assume le sembianze di una missione più grande e più profonda: è l’ultima carica di una Civiltà morente. Che ci piaccia o no, siamo l’ultima linea di resistenza. Dopo di noi, il nulla. […] La Comunità – con le sue regole, i suoi ritmi e i suoi princìpi – deve essere il metro di misura della nostra stessa esistenza: tutto per l’Idea, niente al di fuori dell’Idea
21
.
Se rimanessero dubbi sulla natura di quella Idea (con la maiuscola), si legga anche questo passo contiguo:
Continuiamo a fare metapolitica, militanza di strada e diffusione culturale senza sosta alcuna, infischiandocene dei giudizi altrui. Quando nacque Casaggì, in quel di Firenze, alcuni capobastioni della politica locale tuonarono ironici: “Siete dei ragazzini. Durerete tre mesi”. Sedici anni dopo, il bilancio è un tantino diverso. Alcuni di quei “ragazzini” hanno edificato una fortezza con le proprie mani, strutturato un movimento nazionale, creato una casa editrice tra le più seguite del panorama culturale italiano, eletto decine di rap
presentanti istituzionali dalle circoscrizioni alla Regione, creato un modello militante che molti hanno preso a modello
22
.
Non c’è alcuna soluzione di continuità tra Fratelli d’Italia, Casaggì di Firenze e la casa editrice Passaggio al Bosco, che ha in catalogo testi fascisti (da Mussolini a Evola) e nazisti: l’idea, la tradizione, la comunità sono quelle nere. È così che la famosa “svolta” di Fiuggi di Gianfranco Fini viene pubblicamente archiviata, in un clamoroso ritorno alla tradizione. Con grande cinismo, Meloni ha colto i frutti del percorso di abiura condotto da Fini, continuando però a descriverlo come un sostanziale tradimento. Dalla Nuova destra dei Campi Hobbit ha compreso l’importanza di innestare sulle radici eterne un nuovo immaginario simbolico, e di Casa Pound non condivide certo l’arditismo esibito, ma invece imita la capacità di stare nella comunicazione contemporanea. In sintesi, l’attuale presidente del Consiglio è il volto “rassicurante” di una destra fedelissima al suo nucleo fascista novecentesco, traslitterato nel presente.
Nel 2015 Meloni celebrava “uno tra i grandi uomini del passato come Giorgio Almirante” (ricordiamo: il segretario di redazione de “La difesa della razza”), per “dire a tutti quelli che credono in certe idee, che quelle idee non devono morire”: lo faceva attaccando l’apostasia di Fini, sedotto da “un nemico così subdolo – quello che Tolkien avrebbe definito ‘l’anello del potere’, che ti corrode”
23
. Difendere Almirante citando Tolkien: cioè ribadire la fedeltà al cuore più nero della genealogia nostalgica del fascismo attraverso Salò, ma farlo attraverso le categorie culturali di chi quella genealogia aveva provato a superare (perché i Campi Hobbit nascono come esplicita fronda proprio ad Almirante); un capolavoro di cinismo cosmetico, che rende evidente come l’abbandono di ogni tono nostalgico serva non a recidere, ma invece a coprire, una totale continuità. Una spia marginale aiuta a capire questo passaggio cruciale: il diavolo, si
sa, si nasconde nel dettaglio. Nelle chat interne di Fratelli d’Italia che sono state rese pubbliche, Meloni intima: “Se dite ai nostri consiglieri regionali di non mettere Claretta e Ben come sottofondo alle loro conferenze stampa, mi date una mano”
24
. Il riferimento è ovviamente a Benito Mussolini e a Claretta Petacci, eroi del titolo di una canzone del gruppo 270bis (che prendeva il nome dall’articolo del Codice penale che punisce le associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico…), il cui leader Marcello De Angelis è stato senatore di Alleanza Nazionale, direttore del “Secolo d’Italia” e più di recente portavoce del presidente della Regione Lazio, nonché in documentati rapporti con Giorgia Meloni e cognato del terrorista nero Luigi Ciavardini, che ne ha sposato la sorella
25
. Ebbene, Meloni non ha alcuna intenzione di allontanare i consiglieri regionali che ascoltano tuttora quella canzone: né potrebbe, visto che anche lei fa parte in modo inestricabile di quella storia. La sua preoccupazione è che ci sia un efficace doppio registro, scisso tra pubblico e privato: così da poter negare “qualsiasi nostalgia del fascismo”, senza essere grottescamente smentita dalle note di Claretta e Ben. E negare ogni inclinazione nostalgica non è importante solo per mettere a tacere ciò che resta dell’opinione pubblica antifascista, lo è soprattutto per potersi presentare come una forza nuova, moderna, affidabile. Si deve comprendere che la (sincera) critica alla nostalgia non implica affatto un superamento dell’idea fascista, anzi:
Le critiche più dure al “neofascismo oleografico” e al “reducismo patetico ed esasperato” del partito “ufficiale” e la presa di distanza più netta dagli “eterni reduci di una guerra perduta” provenivano proprio dall’area più intransigente e “irriducibile” del Movimento Sociale
26
.
Tutto l’itinerario politico di Giorgia Meloni – leggibile come un “avanzare regredendo”, che mette in mora la svolta
di Fini e infine approda a quella “rifondazione fascista” che è Fratelli d’Italia – si inscrive in questa formula: contro la nostalgia, ma irriducibilmente e intransigentemente fedele all’Idea. L’idea fascista.
Il ritorno dei fascisti al governo passa anche da questa soglia concettuale: con un salto che, d’altra parte, risolve un’antica contraddizione di tutta la tradizione neofascista. Una delle caratteristiche principali del fascismo storico era, infatti, la capacità di presentarsi “come un inizio senza antecedenti, come una via non solo diversa, ma assolutamente priva di legami con ciò che le stava alle spalle. Insomma: il nuovo Stato e la nuova società dovevano rappresentare un ‘cominciamento assoluto’”
27
. Un modernismo talmente incompatibile con la imbalsamazione nostalgica del fascismo, da chiudere in un disperante cortocircuito generazioni di neofascisti. Le nuove generazioni ne sono uscite mettendo a fuoco come le “radici che non gelano” non siano quelle di un regime trapassato e di una storia sconfitta, ma invece quelle di una ideologia, di una visione di società, di un progetto sul mondo: quelle dell’Idea. Sarebbe sbagliato, e pericoloso, sottovalutare il rischio di questa prospettiva. Perché il fascismo ebbe una vera e propria dimensione filosofica, per quanto composita e composta anche da istanze e idee contraddittorie: fu dotato di una “macchina metafisica”
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capace di produrre una mitologia fatta di “idee senza parole”
29
attraverso cui leggere, e quindi cambiare, il mondo. Quella macchina non ha mai smesso di funzionare, e oggi gira di nuovo a velocità impressionante: per combatterla, dobbiamo conoscerla. Perché persevera a generare il male della cui continuità parla questo libro.
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Linguaggio istituzionale medio alto,giusto per essere accessibile;scontata ma apprezzabile costruzione di ethos;cifra stilistica di un certo livello con una ottima alternanza tra narrazione e riflessione;Giuseppe sembra aver fatto un buon lavoro su se stesso per “ripulirsi” dal suo giuridichese,anche se le ridondanze sono sempre presenti e i periodi spesso sono troppo lunghi ma ben gestiti.
Sicuramente l’ha scritto di suo pugno, e non il ghost writer di “io sono gioggia”; anche perchè La BUR non credo pubblichi centinaia di frasi uniti fra loro, modello whattsapp, stile mercato del pesce.
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Persino un padre può sbagliarsi nel riconoscere i propri figli; figurati se un estraneo totale al mondo movimentista è in grado di capire e interpretare le motivazioni di voto/astensionismo (eccetto la bastante quantità di schede fideistiche: è roba mia!)
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Sapete chi se la ride assistendo a questa lotta nel fango?
I peli superflui, quelli che, col 2%, sono perfettamente in grado di sabotare il sistema, o perlomeno di condizionarlo pesantemente, tipo hacker. Conoscono le falle e le forzano ogni volta che si presenta la occasione, assumendo profili ingannevoli (per i tanti tacchini che non conoscono la data del Natale).
I fantasmi del passato vengono continuamente e evocati, mentre gli spettri del presente sfuggono allo sguardo, purché in liste senza simbolo. Tanto i cittadini sono una massa di cgln.
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