
(di Francesco Battistini e Milena Gabanelli – corriere.it) – Fra le montagne dell’Asia Centrale c’è un’ex repubblica sovietica, il Kirghizistan, che ha solo 7 milioni d’abitanti e può contare su un esercito di appena 20 mila soldati. Eppure, dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari.
Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Stanno alla larga dagli affari col Kirghizistan Paesi come la Francia, la Polonia, la Finlandia, la Svezia e i Baltici. Invece secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.
In Italia il mercato delle armi è regolato da una legge severissima, almeno sulla carta: (…) nessuno può produrre quel che gli pare: devi sempre dire che cosa tratti e chi è il cliente.
Cosa dice la legge
L’Europa ha una posizione chiara: sì alle forniture militari per l’Ucraina, no a qualsiasi aiuto a Mosca. Dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile».
In Italia il mercato delle armi è regolato da una legge severissima, almeno sulla carta: la legge 185, votata dal nostro Parlamento nel 1990, che impedisce di rifornire i Paesi in guerra o che violino i diritti umani. Questo vale per il materiale militare e per il cosiddetto «dual use», cioè la vendita di tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti. Prima di spedire armi al di fuori dell’Ue, un’azienda deve avere un’autorizzazione del ministero degli Esteri a negoziare, un’autorizzazione all’esportazione e una licenza delle dogane che ispezionano la merce, sia che si tratti di componenti per armi che di prodotti finiti. La legge dice che nessuno può produrre quel che gli pare: devi sempre dire che cosa tratti e chi è il cliente. E quando ricevi il permesso di negoziare, prima della stipula del contratto, devi ottenere un certificato d’uso finale – lo user certificate, appunto –, rilasciato dallo Stato che compra, per dichiarare lo scopo cui è destinato il materiale. Solo dopo questi passaggi si può procedere alla produzione dell’arma e ottenere la licenza d’esportazione.
Gli anelli deboli
I produttori d’armamenti, dunque, sono obbligati a rispettare le rigide procedure dell’Ue e quelle nazionali. Ma com’è possibile, allora, che le armi arrivino ugualmente a Putin? Un anello debole è sicuramente il sistema delle dogane. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione: se il componente d’un proiettile che passa per un porto è solo un tubo di ferro, non è facile intercettarlo. Poi bisogna metterci il munizionamento intelligente che lo trasformi in un’arma e lì si entra nel mercato delle tecnologie da vendere a un Paese straniero. Per esempio, l’Ucraina è in trattativa per fabbricare munizioni del gruppo Leonardo, ma la concessione della licenza è complessa: chi controlla che i proiettili fabbricati restino a Kiev e non finiscano su altri scenari di guerra? Anni fa l’Iran chiese all’Italia d’acquistare elicotteri civili per elisoccorso, ma la fornitura fu bloccata quando si capì che potevano essere modificati in velivoli militari. Inoltre, la politica estera di molti Paesi è spesso diversa dalla politica commerciale. E le regole non valgono per tutti. Le grandi aziende italiane, dei Paesi del G-7 e della maggior parte dei Paesi Ue sono obbligate a una certa trasparenza sui dati commerciali: chi aggira le regole lo fa appoggiandosi a consociate di Paesi molto più «elastici», perché ci sono società extra Ue e anche europee, soprattutto di Paesi come la Slovacchia, che non hanno leggi severe come la nostra 185 e non rendono pubblici i dati. Non dicono esattamente dove esportano: indicano solo se si tratta di Paesi Ue o extra Ue, della Nato o extra Nato. Di sicuro le sanzioni rendono il mercato più complicato e costoso, ma le triangolazioni aiutano ad aggirarle. E in questo aiutano anche le posizioni politiche dei governi. L’Ungheria del filorusso Victor Orbán ha costruito la sua campagna elettorale contro ogni aiuto all’Ucraina, ostile anche il premier slovacco Robert Fico che lo scorso 27 ottobre ha dichiarato: «Mi rifiuto di partecipare a qualsiasi programma mirato ad aiutare l’Ucraina nella gestione della guerra e delle spese militari». Posizione simile a quella di Andrej Babiš, premier della Repubblica Ceca.
(…) nonostante siano in vigore 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, sono diversi i Paesi che partecipano al traffico con Mosca.
Da quali Paesi si triangola
Sta di fatto che oggi, nonostante siano in vigore 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, sono diversi i Paesi che partecipano al traffico con Mosca. Infatti le cifre dimostrano che molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%. Questi Paesi non hanno l’obbligo di rendere conto a chi rivendono: una volta forniti allo Stato, da cui hanno comprato i documenti essenziali e il certificato d’uso finale richiesto dalle direttive europee, nessuno può sindacare su chi siano poi i clienti del Kirghizistan o dell’Armenia.
Di per sé triangolare non è vietato, ma con Mosca sì e la legge russa non obbliga a dichiarare da chi si compra. La triangolazione è quel che gli studiosi dell’Ispi chiamano «l’effetto palloncino»: se stringi da una parte, l’aria si sposta dall’altra; se si chiude un Paese, si passa per un altro.
La lista della spesa
Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.
Da Lecco alla Repubblica Ceca
Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta. Proprio l’azienda italiana ha posseduto a lungo la maggioranza delle azioni d’un grande importatore russo considerato vicino a Putin, Mikhail Khubutia, organizzatore dell’esposizione OrelExpo. Nella Repubblica Ceca è emerso il gruppo Csg (Czechoslovak Group) che controlla più di cento società in oltre 70 Paesi: nel primo anno di guerra ha dichiarato ricavi per 1,73 miliardi di euro e oggi è valutato 33 miliardi di dollari. Csg fa da anello di collegamento di tutte le società che usano le triangolazioni in Asia Centrale e ha appena acquistato anche l’italiana Fiocchi Munizioni, la storica azienda di Lecco fondata nel 1876. Qual è lo scopo di quest’acquisizione? Utilizzare una piattaforma italiana per esportare munizioni? Nel 2022, appena prima della guerra, la Fiocchi vendeva in Russia 280mila cartucce «per uso venatorio-sportivo». Ora sappiamo che la Csg, attraverso partecipazioni e sub-forniture, arriva un po’ ovunque: nella Repubblica Ceca controlla gli americani del gruppo Colt e l’Stv che fornisce armi all’Ucraina; in Slovacchia esporta grazie a Zvs e Vop; in Ungheria è in affari coi tedeschi di Rheinmetall, Beretta, Mfs e Hindenberger. Il suo proprietario, il miliardario ceco Michal Strnad, 5 miliardi di patrimonio personale, dice che Csg diventerà il primo gruppo europeo d’armamenti.
Un flusso continuo
C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia.
Sta di fatto che il mercato è fiorente e Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.
Solerte come non mai Gabanelli fa il suo dovere di cronista indagatrice europeista intransigente. Beh ,la cosa ha la sua giustificazione : se sposi una causa , anche se sbagliata, vai avanti . Però c’è qualche legge normativa europea o italiana che sostiene che se ti fanno saltare un gasdotto costato miliardi e che mettono,con questo atto, a repentaglio la stessa sopravvivenza industriale di un intero continente , ciò sia legittimo e non perseguibile come un gravissimo attentato terroristico ? Questo significa guardare le pulci per non vedere gli elefanti .
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Eccolo puntuale il fan di Putin che oggi contesta l’indagine della Gabanelli perchè contrasta gli interessi del suo idolo, mentre dovrebbe occuparsi di ben altro. Grandissimo.
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Di te occuparsi il tuo medico di famiglia
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simili “triangolazioni” ci sono anche per il gas e il petrolio russo, ma non bisogna dirlo, perche dicono che la ue si fonda su principi non negoziabili, e invece si fonda sull’ipocrisia e su principi negoziabili
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Un bel “Chissenefrega” non fu mai scritto.
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