Sempre più diffusa la sensazione di fragilità dell’intera società. Cresce la sfiducia nelle capacità del governo

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – In poco meno di dieci giorni sono comparse delle importanti anomalie nella gerarchia delle paure degli italiani. Non si tratta solo di una semplice variazione statistica, è il segnale di un clima che si sta rapidamente deteriorando nella percezione delle famiglie. Il dato più evidente che salta agli occhi riguarda proprio il caro vita.
L’inflazione e l’aumento dei prezzi dominano sempre la classifica delle preoccupazioni degli italiani crescendo al 44,5% con un balzo di 5,3 punti in una manciata di giorni. In altre parole, quasi un italiano su due indica oggi il costo della vita come il principale problema del Paese. È una cifra che racconta molto più di un andamento economico. Espone con chiarezza la difficoltà quotidiana delle famiglie di far quadrare i conti, di affrontare bollette, spesa alimentare e servizi con stipendi che non crescono alla stessa velocità dei prezzi. Quando l’inflazione entra nella vita quotidiana smette di essere un dato macroeconomico e diventa una sensazione concreta: la percezione che ogni mese il denaro valga un po’ meno.
Questa crescita repentina della preoccupazione segnala anche un altro elemento spesso sottovalutato che sottolinea l’importanza del peso della percezione delle persone. Le famiglie infatti, non reagiscono solo ai numeri dell’economia, ma alla loro esperienza diretta. Basta un aumento dei prezzi nei beni più visibili – come alimentari, energia o trasporti – perché l’intero quadro venga percepito come più instabile e incerto. In questo clima di crescente insicurezza emerge anche un altro elemento significativo, legato soprattutto al contesto internazionale e alla percezione sempre più diffusa che i destini nazionali siano strettamente intrecciati con l’andamento dello scenario globale. Aumenta infatti la paura della guerra: in appena dieci giorni l’indicatore cresce di ben 7 punti, passando dall’11,6% al 18,7%. Non è difficile comprenderne le ragioni. Le tensioni internazionali, i conflitti aperti e l’assenza di una prospettiva chiara di soluzione alimentano un diffuso senso di instabilità e di fragilità. Se da un lato le famiglie sentono direttamente il peso dell’aumento dei prezzi, dall’altro avvertono anche l’incertezza di un contesto internazionale che appare sempre più imprevedibile.
A questa percezione di instabilità si affianca anche un’altra inquietudine più silenziosa ma altrettanto presente nell’opinione pubblica: il timore che le tensioni internazionali possano tradursi in nuovi attentati sul territorio europeo (73,6%), e che il tutto possa trasformarsi in una guerra “globale” (66.7%). Non sono paure che emergono sempre con la stessa forza nei sondaggi, tuttavia riaffiorano ogni volta che lo scenario mondiale si fa più teso e imprevedibile.
È il segnale di una società che percepisce i conflitti non più come qualcosa di distante, ma – sempre di più – come eventi che potrebbero avere conseguenze dirette anche nella quotidianità delle città europee. In questo modo, le due paure – quella economica e quella geopolitica – finiscono per rafforzarsi a vicenda, con il rischio di lasciare indietro temi molto più vicini come le politiche del lavoro e le crisi aziendali (23.3%; -3.2). L’instabilità internazionale alimenta timori sul futuro dell’economia, mentre il peggioramento delle condizioni materiali rende le persone più sensibili a ogni segnale di crisi globale. Il risultato è un clima generale di inquietudine che, nel giro di pochi giorni, ha ridefinito le priorità e le preoccupazioni degli italiani. A meno di dieci punti percentuali di distanza dal podio delle priorità emerge un’altra grande preoccupazione degli italiani: la salute. Il 35,1% degli italiani indica il sistema sanitario come una delle principali criticità, con un aumento di 2 punti in più rispetto alla precedente rilevazione di Only Numbers.
Il motivo, stra-noto e largamente condiviso sottolinea -ancora una volta- le lunghe liste d’attesa per accedere a visite specialistiche ed esami diagnostici. È il segnale di una sanità pubblica percepita come sempre più lenta e distante dai bisogni immediati delle persone. Quando per un accertamento diagnostico si devono attendere mesi, se non addirittura anni, la preoccupazione finisce inevitabilmente per trasformarsi in paura concreta. In sottofondo si inserisce anche un altro segnale, più politico ma non meno rilevante. Cresce di 2,2 punti – arrivando al 4,4% – il giudizio critico sull’azione del governo sul piano europeo. Una quota di italiani indica infatti l’incapacità dell’esecutivo di farsi ascoltare in Europa come un problema. Non si tratta di una percentuale elevata in termini assoluti; tuttavia, è un dato che merita attenzione perché racconta la percezione crescente di un Paese che teme di contare sempre meno nelle grandi decisioni che lo riguardano. Se si osserva l’altra faccia della classifica delle preoccupazioni e delle paure degli italiani emergono alcune riduzioni. Calano gli scippi e la microcriminalità, che scendono al 23,3% (-3,2).
Arretra anche il timore legato al cambiamento climatico e alla fragilità del territorio di fronte agli eventi atmosferici estremi, che si attesta al 13,8% (-3 punti). Questo non significa che questi problemi siano scomparsi. Piuttosto indica chiaramente che, quando aumentano in maniera rapida e percepibile le difficoltà economiche e sanitarie, le priorità delle persone si riorganizzano altrettanto velocemente. Le paure più immediate – sempre tra i titoli di testa dell’informazione – tornano a occupare il centro della scena. Nel complesso emerge l’immagine di un Paese inquieto. Un Paese che guarda al futuro con meno fiducia e che teme di dover affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche del nostro tempo, quasi in solitudine. Forse è proprio questo il dato più significativo.
Non tanto la crescita di una singola preoccupazione, quanto la sensazione diffusa di fragilità che attraversa la società italiana. Quando quasi la metà dei cittadini indica il caro vita come il principale problema e oltre un terzo teme di non riuscire ad accedere rapidamente alle cure, significa che la domanda di sicurezza – economica, sanitaria e sociale – è tornata con forza al centro del dibattito pubblico. È da queste paure concrete, che attraversano la vita quotidiana degli italiani, che la politica dovrebbe tornare a misurare la propria responsabilità.
ma andiamo, di cosa si lamentano gli ‘tagliani? Con la riforma della (IN)giustizia tutto sarà LATTE e MIELE, lo dice la vostra DUCIA
"Mi piace"Piace a 1 persona
MITI DEGENERATI – POLLICINO E IL PIANETA DEGLI ORCHI – Viviana Vivarelli
Ognuno ha bisogno del proprio sistema immaginifico per vivere e, quando non ne ha, prova disorientamento e sofferenza, perché il mito nutre e realizza, tiene l’uomo in sé e lo consolida.
Così abbiamo avuto ‘la superiorità della razza bianca’,‘l’integralismo islamico’, ‘il sole socialista , ‘le crociate’, ‘la lotta alle streghe ’, ‘il primato del cattolicesimo”, ‘il complotto dei rossi ’, ‘il comunismo’, ‘il fascismo’, ‘il terrorismo’, il ‘Ku Klux Klan’…
Oggi abbiamo il predominio delle banche, il mito del neoliberismo, lo strapotere del turbo capitalismo, il suprematismo biblico bianco..
Sono miti altamente distruttivi che stanno rovinando il mondo.
Applaudire oggi alla guerra in Ucraina come a Gaza o in Iran è come applaudire al nazismo in tempo hitleriano.
Il problema è costruire una trama nobile, non esogena, durevole nel tempo e di portata collettiva, e non va nemmeno bene che il mito sia solo adattivo alla società perché conservare la società attuale significa decretarne la morte. Sognare un nuovo mondo vuol dire essere già usciti idealmente da un plagio di potere.
Per fortuna, quando una società cade in squilibri degenerativi, sorgono fisiologicamente gli anticorpi. Buddha, Gandhi, Madre Teresa, Papa Giovanni sovvertirono la società del loro tempo aprendola a nuovi impulsi. Buddha emancipò la mente dalla sudditanza agli dei e liberò dalla costrizione del desiderio. Gandhi eliminò le caste iniziando una liberazione politica non violenta. Madre Teresa annullò sé stessa per il servizio ai morenti e ai parìa. Papa Giovanni uscì dall’isolamento pregiudiziale del Cattolicesimo per riaprire il dialogo tra le fedi e democratizzare una struttura assolutistica.
Il loro mito era forte perché non era egocentrato ma sociale e universale. “Nobiltà del senso altruista. Nobiltà del lavoro per una causa impersonale. Nobiltà dell’incorruttibilità”.
È di nuovo la storia di un Pollicino o di un Harry Potter, in un’ottica sociale e collettiva, e ancora dovrà essere il più piccolo, l’ultimo degli ultimi, il promotore del nuovo, quello che taglia la testa all’orco. E nessuna meraviglia se sarà visto come sovvertitore dell’ordine costituito!
Psicologicamente ci sono vittime in tutte e tre le categorie: gli Orchi, in quanto hanno perso la loro umanità e sono condannati a divorare i propri figli, creando genìe senz’anima; i fratelli di Pollicino, o succubi, perché non hanno svegliato una coscienza critica e rischiano di essere divorati per un desiderio passivo di sicurezza; gli stessi Pollicini, gravati dal compito gigantesco di salvare il mondo insieme a se stessi. Essi possono solo sperare di unirsi, credendo fortemente in quello che fanno, perché solo così potranno salvare tutta la famiglia umana.
Dunque abbiamo: quelli che non hanno dominio né sui beni né sull’io, quelli che hanno il potere sui beni e il comando delle persone ma crescono su un piano bassamente materiale, e quelli che si dibattono per non essere né sfruttati né sfruttatori e possono evolvere solo trasformando il loro compito.
L’ideologia neoliberista o liberal mercantile è anche peggio dei miti estremi della destra o della sinistra, perché almeno Comunismo e Nazismo creavano delle identificazioni forti, mentre l’uomo-consumatore o profittatore è comunque proiettato a sensazioni effimere proprio in quanto è oggettivato e non trova alcuna grandezza nella sua appropriazione indebita del capitale a spese di tutti e del ppianeta.
In luogo dell’alienazione marxista del lavoratore proletario abbiamo una nuova alienazione che colpisce l’uomo in quanto consumatore passivo. È questo plagio operato dal sistema che isterilisce il processo della coscienza personale. Avviene allora una discrasia tra tre gruppi: quelli che, poco emancipati, soccombono alle imposizioni del sistema e vi si adeguano, arrivando a difenderlo per piccoli o grandi vantaggi personali o per inane stupidità, quelli che il mercato lo dominano ma ne sono essi stessi preda e vittime, in quanto continuano ad allontanarsi dal proprio Sé per adorare un vitello d’oro, e infine quelli che lottano per non diventare succubi e non accettano di usare gli altri né di prostituire sé stessi, non accettano di essere divorati.
Per salvare il mondo, occorrono nuovi miti fondati sull’obbligo morale, ma l’etica non può essere una propaganda artificiale appiccicata a un discorso di conquista o a nuove crosiate pseudo religiose, né possono esistere valori là dove i nomi diventano meri suoni che coprono la morte. L’insoddisfazione dell’uomo nasce dal sentire che la vita interiore gli viene negata, che la libertà di pensare e agire gli viene stroncata, che la stessa informazione è comunque distorta, che ogni sicurezza gli viene progressivamente rubata, così che lui non sa più chi è e cosa vuole e sempre più diventa un numero insignificante in un luogo anonimo dove il potere è nelle mani di pochi. Non si cammina guidati da ciechi. L’apologo del vecchio imperatore cieco di Kurosawa che conduce gli altri all’abisso è ancor più attuale.
Questa perdita di senso personale e collettivo che i nuovi miti economici o militari inducono pesantemente è una forte regressione sul piano dei valori dell’umanità, è il ritorno a una società passiva di sudditi e governata da lupi e orchi, impresentabile e improponibile dopo il vivace progresso dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino e le autolimitazioni del potere connesse alla democrazia del secolo scorso.
Non c’è accumulo di beni o omologazione culturale o densità di potere che soddisfi i livelli spirituali dell’uomo. È altro che l’anima vuole. Saturare i piani materiali lascia sempre più deserti quelli spirituali. L’ideologia lucrativa schianta ancor più la libertà ideale dell’uomo.
C’è una forte negazione dell’anima nelle iterazioni crescenti del Male in questo mondo globalizzato.
Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in obbligo morale, diviene preda del principio di potenza e ciò produce effetti dannosi, rovinosi non solo per gli altri ma per lui stesso.
Una vita senza conoscenza non è nulla, un potere senza etica è una rovina collettiva.
"Mi piace""Mi piace"