(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Dietro l’escalation non c’è soltanto il confronto militare, ma una lunga costruzione politica e propagandistica che oggi rischia di trasformarsi in un conflitto senza uscita

La questione iraniana viene presentata da anni in termini semplici e brutali: da una parte uno Stato descritto come irrimediabilmente aggressivo, vicino all’arma nucleare, sponsor del terrorismo e minaccia diretta per l’Occidente; dall’altra un blocco occidentale che si limiterebbe a reagire per autodifesa. Il problema è che questa narrazione, ripetuta con disciplina quasi liturgica, regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo diventa più pericolosa: quando una costruzione politica perde consistenza, tende a irrigidirsi e a trasformarsi in scelta militare.

Il punto centrale è distinguere tra ciò che l’Iran è realmente e ciò che è stato progressivamente trasformato in immagine strategica. Teheran è certamente una potenza regionale revisionista, ostile alla presenza americana in Medio Oriente, impegnata a costruire reti di influenza attraverso milizie, apparati di sicurezza, relazioni politiche e strumenti di pressione indiretta. Ma una cosa è essere una potenza regionale ostile, altra cosa è costituire una minaccia immediata e diretta agli Stati Uniti sul piano esistenziale. Ed è proprio in questo slittamento, da avversario regionale a nemico assoluto, che si colloca l’origine dell’attuale escalation.

Il nucleare come giustificazione permanente

Il dossier nucleare è stato per anni il principale strumento di legittimazione della pressione contro l’Iran. La formula è nota: Teheran sarebbe sempre a pochi mesi, a poche settimane, a un passo dalla bomba. Una soglia che non arriva mai ma che viene evocata con regolarità quasi meccanica, così da mantenere costante lo stato d’allarme. In termini politici è un meccanismo efficacissimo, perché consente di rendere permanente l’emergenza. In termini analitici, però, il quadro è molto più ambiguo.

L’accumulo di uranio arricchito viene presentato come prova quasi automatica di una volontà militare, ma il passaggio dall’arricchimento alla costruzione di un ordigno operativo è infinitamente più complesso. Occorrono decisioni politiche, capacità industriali specifiche, miniaturizzazione, vettori adeguati, test, strutture di comando. In altre parole, la disponibilità di materiale non coincide con la disponibilità dell’arma. E soprattutto non coincide con la decisione di usarla come leva strategica.

In più, l’impasse attuale non nasce nel vuoto. L’uscita americana dall’accordo sul nucleare ha spezzato un equilibrio imperfetto ma reale. Da quel momento l’Iran ha progressivamente aumentato le proprie capacità di arricchimento non solo come pressione negoziale, ma anche come risposta alla constatazione che l’Occidente non era in grado o non voleva garantire i benefici economici promessi. Così si è prodotto un paradosso: si è demolita l’intesa che conteneva il problema, poi si sono usate le conseguenze di quella demolizione come prova della pericolosità iraniana.

La bomba come mito utile

Il tema dell’arma atomica ha avuto, negli anni, una funzione soprattutto politica. Serve a costruire consenso, a compattare gli alleati, a giustificare sanzioni, a preparare l’opinione pubblica alla logica dell’eccezione. In questo senso la questione nucleare è stata meno un dato tecnico che un dispositivo strategico. L’idea dell’Iran come potenza irrazionale sul punto di dotarsi della bomba ha consentito di spostare il dibattito dall’analisi alla paura.

Ma proprio qui emerge una contraddizione decisiva. Se davvero Teheran fosse a un passo dall’arma da così tanti anni, bisognerebbe spiegare perché quella soglia continui a essere evocata senza mai tradursi in evento compiuto. O la minaccia è stata sistematicamente ingigantita, oppure la lettura occidentale ha deliberatamente confuso capacità potenziale e decisione politica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: la paura del nucleare è stata usata come fondamento di una strategia che va molto oltre il nucleare.

Il vero centro del conflitto è l’assetto regionale

La partita reale riguarda infatti l’ordine del Medio Oriente. L’Iran non è soltanto uno Stato problematico per l’Occidente; è soprattutto l’unica potenza regionale che, nonostante sanzioni, isolamento e pressione militare, continua a contestare apertamente la superiorità strategica israeliana e la presenza americana nella regione. Da questo punto di vista, il conflitto non si spiega soltanto con il dossier atomico, ma con la volontà di impedire l’emersione di un polo regionale autonomo.

L’idea di fondo che ha guidato molte scelte israeliane negli ultimi decenni è che la sicurezza non vada cercata attraverso l’integrazione regionale, ma attraverso il mantenimento di una netta superiorità militare e della frammentazione del contesto circostante. In quest’ottica, i grandi Stati del Medio Oriente diventano tollerabili solo se indeboliti, divisi, consumati da tensioni interne o privi della capacità di proiettare forza. È una logica che si è vista all’opera in forme diverse in Siria, in Iraq, in Libano. L’Iran rappresenta l’ostacolo più resistente a questo disegno, perché possiede demografia, profondità territoriale, cultura strategica, struttura statale e una rete regionale costruita pazientemente in decenni di guerra indiretta.

La deterrenza missilistica come assicurazione di sopravvivenza

Il cuore della potenza iraniana non è l’aviazione, non è la marina, non è la capacità di invadere altri paesi. È la deterrenza asimmetrica. Missili balistici, missili da crociera, droni, forze per procura, capacità di saturazione, pressione sugli stretti e sulle infrastrutture energetiche. Tutto questo non serve a conquistare il Medio Oriente, ma a rendere costosissimo qualsiasi tentativo di piegare l’Iran con la forza.

Da questo punto di vista, il programma missilistico iraniano è il vero bersaglio strategico di Washington e Tel Aviv. Non perché dimostri automaticamente un’intenzione offensiva globale, ma perché costituisce il principale strumento con cui Teheran scoraggia un’aggressione. L’Iran sa benissimo di non poter competere frontalmente con la superiorità tecnologica e aeronavale americana o israeliana. Ha quindi costruito una forma di deterrenza convenzionale fondata sulla certezza della rappresaglia. Se vieni colpito, puoi restituire il colpo; se non puoi impedire l’attacco, puoi almeno renderlo insostenibile nel tempo.

Per questo la richiesta occidentale di limitare o smantellare l’arsenale missilistico non viene percepita a Teheran come un atto di disarmo equilibrato, ma come la pretesa di privare il paese dell’unica vera polizza di assicurazione strategica. E in effetti è così. Senza missili, l’Iran diventerebbe più vulnerabile a bombardamenti, sabotaggi, assassinii mirati e operazioni di coercizione militare.

La narrativa sul terrorismo e le sue ambiguità

Un altro pilastro della pressione contro Teheran è l’accusa di sostenere il terrorismo. Anche qui, però, la categoria è spesso usata in modo elastico e selettivo. L’Iran sostiene organizzazioni armate, questo è fuori discussione. Ma l’etichetta di terrorismo viene applicata in modo differente a seconda della convenienza politica. Gruppi considerati illegittimi quando agiscono contro interessi occidentali diventano interlocutori tollerabili o perfino utili in altri teatri. È la doppia morale tipica delle guerre per procura.

In realtà, la strategia iraniana si è sempre basata meno su un terrorismo indiscriminato globale e più sulla costruzione di una cintura di influenza regionale fatta di milizie, partiti, apparati ideologici e strumenti di pressione militare limitata. È una strategia aggressiva, ma è soprattutto una strategia regionale. Serve a tenere lontano il conflitto dal territorio iraniano, a logorare gli avversari indirettamente, a creare profondità strategica. Presentarla come minaccia diretta e totale agli Stati Uniti equivale a compiere un salto logico che serve alla mobilitazione politica, non alla comprensione del problema.

L’ossessione occidentale e la psicologia del nemico

Nel rapporto tra Stati Uniti e Iran c’è poi una componente più profonda, quasi psicologica. Dal 1979 in avanti, la Repubblica islamica ha rappresentato per Washington non solo un avversario geopolitico, ma l’immagine di una sfida simbolica: un alleato centrale del sistema americano in Medio Oriente che si ribella, rovescia l’ordine imposto, umilia la superpotenza e costruisce una propria legittimità anche sull’antagonismo con essa. Da allora, il caso iraniano è rimasto come una ferita mai rimarginata. Non si tratta solo di interessi, ma di memoria strategica, di orgoglio imperiale, di incapacità di accettare una sconfitta politica antica.

Per questo l’Iran viene spesso giudicato più attraverso la lente dell’emozione geopolitica che attraverso il calcolo freddo. Esattamente come accade in altri fronti dove il nemico è ormai parte di un immaginario consolidato, ogni sua mossa viene letta come conferma di una colpevolezza preesistente. Il risultato è una spirale in cui la percezione della minaccia precede i fatti e li organizza.

La guerra senza fanteria

Il vero problema, però, comincia quando la propaganda si traduce in operazione militare. Bombardare l’Iran è possibile. Infliggere danni alle infrastrutture, colpire siti sensibili, degradare capacità militari, eliminare quadri operativi: tutto questo rientra nelle capacità congiunte di Stati Uniti e Israele. Ma una guerra non si misura nella potenza della prima ondata di attacchi. Si misura nel rapporto tra obiettivi politici, mezzi disponibili e capacità di uscita.

Se l’obiettivo reale è il cambio di regime, allora il problema diventa enorme. Un sistema politico come quello iraniano non cade automaticamente sotto le bombe. Anzi, una pressione esterna può rafforzare la coesione interna, stringere il fronte nazionalista, marginalizzare le opposizioni e offrire al potere una legittimazione di guerra. La storia recente lo conferma: i bombardamenti possono degradare, non necessariamente rovesciare. Per abbattere davvero un regime servono controllo del territorio, occupazione, protezione delle linee logistiche, gestione del dopo. Servono uomini, mezzi, tempo, consenso interno. In una parola: servirebbe una guerra terrestre su vasta scala.

E qui emerge il limite strutturale occidentale. Gli Stati Uniti hanno una superiorità devastante nella fase iniziale dei conflitti, ma molto meno nella gestione politica del dopo. Sanno entrare, non sanno uscire. Lo si è visto in Afghanistan, in Iraq, in Libia in forma indiretta. L’intervento appare spesso chirurgico solo nelle prime ore; poi si trasforma in una lunga crisi politica, economica e morale.

Le fragilità americane e quelle israeliane

Israele, dal canto suo, non ha la massa strategica per sostenere da solo una guerra lunga contro l’Iran. Può colpire, sabotare, infiltrare, uccidere, esercitare una pressione costante. Ma un confronto prolungato contro una potenza di quelle dimensioni richiede copertura americana, logistica americana, capacità di rifornimento americana, protezione americana. In sostanza, richiede che Washington si faccia carico della parte più pesante del conflitto.

Il problema è che nemmeno Washington sembra avere un progetto davvero coerente. Una campagna di attacchi può essere concepita. Ma quale sarebbe il punto finale? Distruggere il programma nucleare? Colpire i missili? Indebolire il regime? Favorire una sollevazione interna? Appoggiare minoranze etniche o gruppi armati alle frontiere? Ognuna di queste opzioni apre scenari diversi, e nessuna garantisce il risultato politico decisivo.

La leva etnica, per esempio, può creare disordine, ma difficilmente basta a spezzare uno Stato come l’Iran. Il malcontento esiste, le fratture pure, ma trasformarle in alternativa di potere richiede condizioni che non si improvvisano. E soprattutto non si costruiscono soltanto con bombardamenti e operazioni coperte.

Il rischio di una sconfitta mascherata

Per questo l’esito più probabile di una guerra del genere non è una vittoria limpida, ma una sospensione armata, una pausa forzata, una de-escalation venduta come successo tattico ma percepita da molti come fallimento strategico. Se non riesci a rovesciare il regime, se non disarmi completamente il paese, se non elimini la sua capacità di rappresaglia e se nel frattempo hai incendiato la regione, il bilancio finale non può essere definito una vittoria.

Anzi, potrebbe accadere il contrario: un Iran colpito ma sopravvissuto, più radicale, più deciso a militarizzare la propria deterrenza, più convinto che il possesso di una vera soglia nucleare sia ormai l’unico linguaggio compreso dai suoi nemici. Questo sarebbe il paradosso supremo: una guerra lanciata per impedire una minaccia finirebbe per accelerarla.

La dimensione economica del conflitto

C’è poi un livello che in Occidente viene spesso sottovalutato: quello geoeconomico. Ogni escalation con l’Iran colpisce il cuore energetico del pianeta. Anche senza bloccare formalmente lo Stretto di Hormuz, basta alzare il livello di rischio per spingere verso l’alto prezzi del petrolio, costi assicurativi, noli marittimi, volatilità finanziaria. L’Iran non ha bisogno di chiudere tutto per destabilizzare i mercati: gli basta rendere credibile la possibilità di farlo.

Questo significa che una guerra lunga avrebbe effetti ben oltre il teatro regionale. Colpirebbe le economie europee già fragili, aumenterebbe i costi energetici asiatici, rafforzerebbe la centralità dei produttori alternativi, altererebbe le catene logistiche, aggraverebbe il peso dell’inflazione. In altri termini, la guerra non sarebbe solo militare: sarebbe anche una gigantesca tassa geopolitica imposta al sistema internazionale.

La vera domanda

Alla fine, la domanda decisiva non è se l’Iran sia un attore problematico. Lo è. Non è nemmeno se Teheran usi strumenti di pressione aggressivi. Li usa. La vera domanda è un’altra: l’Iran costituisce davvero una minaccia tale da giustificare una guerra preventiva su larga scala, con tutti i costi militari, politici ed economici che essa comporta? Oppure siamo davanti all’ennesimo caso in cui una minaccia reale ma circoscritta viene trasformata in pericolo assoluto per rendere possibile una scelta già maturata altrove?

La risposta più plausibile è che la guerra contro l’Iran non nasce dalla necessità, ma da una costruzione strategica che fonde interessi israeliani, riflessi ideologici americani, debolezza europea e propaganda securitaria. E proprio per questo il rischio è altissimo. Perché quando una guerra nasce da una diagnosi distorta, quasi mai produce un esito ordinato. Produce invece ciò che già conosciamo bene: distruzione, radicalizzazione, instabilità e una lunga, costosissima incapacità di uscire dal conflitto.