La riforma costituzionale rischia di diventare un “pro o contro Meloni”: ciò che la premier non vuole. La mobilitazione tiepida nei territori, le dichiarazioni pubbliche e le tensioni sono gli indizi che portano a pensare come il voto rischi di trasformarsi in un regolamento di conti

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Non è solo una questione di numeri. È una questione di narrazione. Ed è su questo terreno che, secondo fonti di maggioranza, Giorgia Meloni avrebbe maturato il sospetto più politico di tutti: gli alleati starebbero lasciando che il referendum scivoli verso una personalizzazione estrema. Non per aiutarla, ma per indebolirla.
Nelle riunioni riservate a Palazzo Chigi, la premier avrebbe fatto notare un dettaglio che considera decisivo: invece di difendere la riforma nel merito, Forza Italia e Lega si tengono ai margini dello scontro politico, lasciando che il confronto pubblico si polarizzi sempre più sulla sua figura. Il risultato? Il referendum rischia di diventare un “pro o contro Meloni”. Esattamente quello che Giorgia non vuole.
gli indizi
Per la presidente del Consiglio è un terreno scivoloso. Perché se la consultazione si trasforma in un giudizio sulla sua leadership, ogni voto contrario diventa automaticamente un voto contro di lei. E in caso di risultato risicato – o peggio, negativo – la lettura sarebbe inevitabile: non è la riforma a non convincere, ma la premier.
Il sospetto nasce da più elementi. Primo: la mobilitazione tiepida. Nei territori, raccontano, l’impegno degli alleati non è paragonabile a quello messo in campo da Fratelli d’Italia. Pochi big schierati in prima linea, campagne comunicative poco coordinate, scarso investimento emotivo. Come se la partita fosse lasciata deliberatamente nelle mani della leader di FdI.
Secondo: le dichiarazioni pubbliche. Sempre più spesso esponenti di FI e Lega parlano di “riforma del governo”, di “scelta dell’esecutivo”, alimentando – volontariamente o meno – la percezione che il referendum sia un’iniziativa personale di Meloni. Un modo sottile per spostare il baricentro dello scontro sulla sua figura.
Terzo: le tensioni che ormai non si nascondono più. Volano stracci tra alleati, accuse reciproche di scarso impegno, distinguo sempre più frequenti. In questo clima, l’idea che qualcuno possa voler trasformare il voto in un regolamento di conti interno alla maggioranza non appare più fantapolitica.
un possibile nuovo schema verso le elezioni
Perché agli alleati potrebbe convenire? Il calcolo è lineare. Se il referendum diventa un giudizio su Giorgia Meloni e il risultato non è travolgente, la sua forza negoziale si riduce. Anche una vittoria di misura, in questo schema, può essere letta come un segnale di affaticamento della leadership. E una sconfitta aprirebbe inevitabilmente una fase di “verifica”, con richieste di maggiore collegialità e riequilibrio interno in vista dell’ultimo anno di governo, ammesso che non si voti prima. Insomma, ridimensionare Giorgia Meloni potrebbe fare comodo a molti all’interno della maggioranza di governo. Tanto più che subito dopo il referendum si aprirà la grande partita della prossima campagna elettorale, con seggi e posti da scegliere e spartire.
Il paradosso è che questa strategia è ad alto rischio. I sondaggi – compresa la Supermedia di YouTrend – indicano un margine sottile tra i due fronti. Se davvero la campagna viene lasciata scivolare verso una personalizzazione senza un impegno corale, il confine tra “ridimensionare” e “colpire” può essere superato in un attimo.
test alle urne
È questo che preoccupa la premier: non tanto il confronto con l’opposizione, quanto la sensazione che dentro la maggioranza qualcuno stia lasciando che il referendum diventi un test diretto sulla sua persona. Un voto non più sulla riforma, ma sulla leader.
Ufficialmente, tutti smentiscono. Ma nel retroscena che circola tra i piani alti del governo, la domanda è ormai chiara: è solo una coincidenza che la personalizzazione stia crescendo mentre l’impegno degli alleati appare in calo? Oppure è una strategia per trasformare il referendum in un giudizio politico su Giorgia Meloni, così da poterle presentare il conto il giorno dopo? Perché dal giorno dopo, come sanno bene Tajani e Salvini, comincerà la volata che porterà alle prossime elezioni politiche. Meglio dunque trattare con una premier vincente oppure trattare con una premier azzoppata dal referendum? È questa la domanda che angoscia Palazzo Chigi.
Con la nuova legge elettorale una crisi di governo riconfermerebbe una Meloni e fratellini più forti di prima..e la ducia potrebbe scegliere i suoi alleati senza tante preoccupazioni proseguendo sul programma …:Potere esecutivo sulla Magistratura operando su leggi ordinarie , ridurre il Parlamento a mero ufficio di timbratura e proseguendo sull’elezione del premier …cioè …Lei!
Ed ecco ridotta una Rrepubblica parlamentare a….UNA COLONIA usa!
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Lo ssiamo dalla fine della 2a ww
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1: Non è chiaro cosa può succedere se vince il si oppure il no. Ma non è stato abbastanza chiarito, in caso di bassa affluenza alle urne… Che succede per davvero? 21 gennaio, 2026: Giorgia Meloni, come avevamo anticipato, sogna le elezioni anticipate, soprattutto se dovesse vincere con ampio margine il referendum sulla giustizia.
https://lespresso.it/c/politica/2026/1/21/giorgia-meloni-elezioni-anticipate-referendum-giustizia-ritorno-draghi-rapporti-mattarella-quirinale/59368
https://www.ildubbio.news/news/politica/49260/tentazione-meloni-elezioni-anticipate-se-vince-il-no.html
2: Non credo che perdendo la partita se ne possa andare via con il pallone sotto il braccio: dimettersi non significa automaticamente andare al voto. La prassi costituzionale-ciò che ne resta-si è sviluppata nel senso di limitare il potere di scioglimento delle Camere solamente all’ipotesi in cui il Parlamento, a causa di dissidi interni, non possa funzionare.
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Il tormentone è ricominciato. Appena il centrodestra, giovedì 26 febbraio, ha sfornato la proposta di riforma della legge elettorale, il Parlamento è stato scosso da un brivido. E da una inquietante domanda: “Giorgia Meloni accelera per andare a elezioni anticipate dopo il referendum? Oppure è un segnale di appeasement, visto che per il varo della riforma ci vorranno almeno sette mesi?”.
https://www.ildiariodellavoro.it/ce-la-legge-elettorale-ma-meloni-ha-mille-ragioni-per-restare-fino-alla-fine-a-palazzo-chigi/
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