Dal fascismo a oggi, agli autocrati non serve un colpo di Stato per uccidere la democrazia

Napoli, 11 novembre: Roberto Vannacci

(di Marco Mondini – repubblica.it) – Sostiene Roberto Vannacci che il fascismo si sia impadronito del potere (e lo abbia esercitato) legalmente. Se il vicesegretario della Lega intende che nell’ottobre 1922 i militanti del Partito nazionale fascista non espugnarono Roma con le armi, è così. Del resto gli squadristi, un’accozzaglia di giovani esaltati e criminali di varia natura, avevano la stessa efficienza militare di una squadra di boy-scout e difficilmente avrebbero potuto espugnare qualcosa. Se invece Vannacci intende che Mussolini ottenne la guida del Paese pacificamente e governò rispettando lo Stato di diritto, allora non è così.

No, la cosiddetta marcia su Roma non fu un golpe, e nemmeno quell’epica rivoluzione nazionale di cui i fascisti si sarebbero vantati. Il potere non fu conquistato ma ceduto per paura da una classe dirigente allo sbando. Politici, generali e un re. Tutti convinti che affidare l’Italia all’uomo forte del momento fosse l’unico modo per impedire la guerra civile e la rivoluzione bolscevica, o per conservare corona e poltrona. Peccato che l’uomo forte in questione abbia cominciato a costruire la sua dittatura personale subito dopo aver ottenuto l’incarico. E non abbia nemmeno provato a nasconderlo.

«Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli… potevo sprangare il Parlamento». Il primo discorso alla Camera del nuovo padrone, il 16 novembre 1922, non fu solo un susseguirsi di minacce. Fu una dichiarazione di intenti. Terrorizzati dalla violenza dei picchiatori in camicia nera, i deputati votarono la fiducia al governo e la legge sui poteri eccezionali che avrebbe permesso a Mussolini di spazzare via sessant’anni di tradizione liberale.

Giovanni Giolitti, il vecchio statista che aveva accompagnato la modernizzazione del Paese, commentò: «Ogni Camera ha il governo che si merita». Fu tra i pochi a intuire che la salvaguardia delle forme non avrebbe impedito l’assassinio della fragile democrazia italiana.

Mussolini tra i quadrumviri durante la Marcia su Roma nel 1922

Il nuovo capo del governo occupò con i suoi fedelissimi ogni posizione chiave dello Stato. E lo consumò come un cancro, dall’interno. Mise al comando della polizia il generale De Bono, un incapace devotissimo, e assicurò l’impunità ai suoi squadristi, che poterono ridurre al silenzio gli oppositori. Creò il Gran Consiglio del fascismo, nuovo organo costituzionale, per cancellare ogni illusione di continuità con il passato, come avrebbe scritto su Il Popolo d’Italia.

Legalizzò la milizia, un esercito privato agli ordini esclusivi di un capo partito, alias il duce. E smantellò ogni garanzia di rispetto della vita e della libertà personale. Il tutto senza toccare (ancora) lo Statuto, la prassi parlamentare e i codici. In fondo non era necessario. Bastava sfruttare il clima di impunità e di terrore e dare una lezione a chi osava protestare.

Dal dicembre 1922, quando le camicie nere massacrarono una dozzina di cittadini a Torino, alla “notte di San Bartolomeo”, il 3 ottobre 1925, quando a Firenze le squadracce scatenarono la caccia all’uomo, la scia di sangue non si sarebbe mai arrestata.

Poi, esattamente cento anni fa, il regime si diede una veste formale. La legge sulle associazioni del 26 novembre 1925 e quella sulla disciplina della stampa, il giorno di fine anno, vengono spesso ricordate come le prime “leggi fascistissime”. Certo stroncarono ogni residua libertà di pensiero, parola e riunione e lo fecero finalmente, come forse direbbe Vannacci, secondo le procedure previste. Ma all’epoca dell’Italia liberale sopravviveva poco.

Il Partito socialista riformista era già stato sciolto d’autorità il 14 novembre, prendendo come scusa l’improbabile attentato a Mussolini pianificato da Tito Zaniboni, che socialista era. Luigi Albertini, lo storico direttore del Corriere della Sera, diventato un fiero antifascista dopo la marcia su Roma, era già stato costretto alle dimissioni. Il duce aveva intimato ai fratelli Crespi, gli industriali che possedevano la maggioranza del Corriere, di cacciarlo e di allineare il quotidiano ai desideri del governo. Un destino riservato a ogni altro giornale.

Sarebbe passato ancora un anno prima che la nuova nazione fascista diventasse ufficialmente uno Stato a partito unico. Ma la dittatura era già una realtà. Nel silenzio, nella paura, nel bavaglio messo alla stampa. Un modello vincente, che sarebbe stato imitato da ogni aspirante leader totalitario. Da Hitler a Putin, agli autocrati non serve un colpo di Stato per uccidere la democrazia.