Dopo gli schiamazzi ostili con cui domenica scorsa la curva biancoceleste ha insozzato la commemorazione della Shoah all’Olimpico, lo scrittore laziale Alessandro Piperno […]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Dopo gli schiamazzi ostili con cui domenica scorsa la curva biancoceleste ha insozzato la commemorazione della Shoah all’Olimpico, lo scrittore laziale Alessandro Piperno ha tristemente comunicato: “Dopo trent’anni di stadio non ci metterò mai più piede”. Gli esprimo tutta la mia comprensione di abbonato interista. Quante volte a San Siro ho dovuto sopportare che i nostri cugini rossoneri venissero canzonati utilizzando la parola “ebrei” quasi fosse un insulto. Solo di recente la curva Nord di San Siro ha smesso di farlo, con mio sollievo, ma il gemellaggio fra i nostri rispettivi ultràs resta contraddistinto da inequivocabili richiami comuni al fascismo e all’antisemitismo. Del resto Piperno sa bene che nel 2017 la curva della Lazio fu la prima a irridere gli avversari romanisti con l’immagine di Anna Frank vestita di giallorosso. Tanto che dovrei chiedermi come mai solo ora lui consideri non più tollerabile un comportamento simile.

Una risposta ovvia sarebbe: per ciascuno di noi arriva sempre il momento in cui la misura è colma. Ma non basta. Lui stesso spiega: “È dal 7 ottobre scorso che vivo in perenne stato di angoscia, sia per il pogrom compiuto dai tagliagole di Hamas che per i morti innocenti di Gaza”. E se la prende con la “dabbenaggine ipocrita” delle autorità calcistiche che hanno voluto celebrare nel luogo più inadatto il Giorno della Memoria, liquidato da Piperno come “il dono più prezioso che le istituzioni abbiano fatto agli antisemiti”.

Qui, con tutto il rispetto, non lo seguo più. Credo che la sfida culturale rappresentata dalla memoria della Shoah debba essere sostenuta con coraggio anche in campo avverso. Tanto più quest’anno, nello scomodo presente che lo ha precipitato nell’angoscia anche per i morti innocenti di Gaza. E che ha indotto lo stesso presidente Mattarella a osare il richiamo storico: “Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato”.

Per questo motivo ho trovato non solo infelice, ma autolesionistica, la richiesta di proibire il 27 gennaio le manifestazioni pro Palestina avanzata dall’Unione delle comunità ebraiche italiane. Subito fatta propria dallo stesso governo che le aveva in precedenza autorizzate, commettendo un evidente sopruso e alimentando con ciò la diceria secondo cui gli ebrei disporrebbero di un abnorme potere occulto.

Il risultato di questa pretesa di esclusiva, aggravata dalla diffida rivolta ai manifestanti di citare, in buona o cattiva fede, i moniti di Primo Levi, è sotto gli occhi di tutti. Se un’immagine resterà impressa di questo 27 gennaio, difatti, sarà quella della novantaquattrenne Franca Caffa con indosso la kefia che si rivolge gentilmente a un carabiniere in tenuta antisommossa per sentirsi da lui rispondere che Mattarella non è il suo presidente.

Lo so, non c’è niente di più odioso per un ebreo che venir accusato di provocare egli stesso l’antisemitismo riversatogli addosso. Ha ragione da vendere Liliana Segre – non penso certo che Piperno abbia trovato controproducente pure la sua nomina a senatrice a vita – quando protesta: “Perché mai dovrei io discolparmi, in quanto ebrea, per quello che fa Israele a Gaza?”. Eppure, se succede a noi ebrei italiani tutti i giorni di sentirci rivolgere insidiosamente e ingiustamente domande del genere, non dipende solo da antico pregiudizio. Dipende anche da altri due fattori con cui dobbiamo fare i conti: il primo è che ci sentiamo naturalmente partecipi della sorte d’Israele, e guai se non fosse così; il secondo è che i portavoce della nostra piccola comunità continuano ad autoimporsi la direttiva di non discutere mai l’operato del governo israeliano in carica, occultando i dubbi, le lacerazioni, i dissensi che la percorrono al suo interno. Non siamo un monolite, per fortuna. Sarebbe disastroso se il risorgente antisemitismo, di vecchio e nuovo conio, ricompattasse un mondo ebraico che è riuscito a perpetuarsi in secoli di persecuzioni anche grazie al suo spirito critico. Tanto più che vorrebbe dire intrupparsi in uno schema forzato secondo cui i ricchi di tutto il mondo s’identificano in questo Israele disposto per autodifesa a massacrare i civili di Gaza, mentre i poveri di tutto il mondo s’identificano nella sorte dei palestinesi. Una contrapposizione suicida cui dobbiamo sottrarci tutti, ebrei e non.

Mi scuserà Piperno se colgo l’occasione del suo gesto di sconforto per allargare così il discorso. Quasi che lui fosse costretto a porsi l’assurdo e odioso dilemma: ma insomma, sono io più ebreo, per quanto laico, italiano e assimilato, o più tifoso della Lazio e perciò inevitabilmente complice anche dei disgraziati che sfregiano la memoria della nostra sofferenza? Non smettere di essere te stesso per intero, caro Alessandro, anche all’Olimpico.