Ignazio La Russa interviene in difesa del figlio, mettendo in dubbio la versione della presunta vittima. Ennesima uscita sgrammaticata dell’esponente FdI e del suo schieramento

(di Francesco Bei – repubblica.it) – C’è un padre, che è anche avvocato, che sarebbe anche il Presidente del Senato e fondatore del partito che governa l’Italia. Questa persona ieri ha stabilito che il proprio figlio è innocente dell’accusa di violenza sessuale su una giovane ragazza. Lo ha deciso al posto dei magistrati e prima ancora che la polizia giudiziaria abbia iniziato le indagini. Ma ci dobbiamo fidare di lui giacché, nel tinello di casa, la trinità del Presidente-Padre-Avvocato afferma di aver “a lungo interrogato” l’accusato e di averlo assolto perché “non ha compiuto alcun atto penalmente rilevante”. Come Ponzio Pilato: “Mi avete portato quest’uomo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa”. (Luca 23, 13-15).

Ci sarebbe molto da dire sull’oggettiva – implicita, in re ipsa – pressione sui magistrati e sui poliziotti che devono svolgere le indagini, dato che la nota di Ignazio La Russa proviene dalla seconda carica dello Stato e non da un qualsiasi padre, in preda a un’umana e comprensibile angoscia per un’accusa così grave caduta addosso al proprio figlio. Ma il punto che davvero sconcerta in questa vicenda è il resto dell’apologia paterna, la parte in cui La Russa indossa la quarta maschera, quella di santo inquisitore. E da questa cattedra si scaglia con una violenza morale inaccettabile contro la (presunta, certo) vittima, di cui viene messa in dubbio la credibilità perché non sarebbe corsa subito a sporgere denuncia ma avrebbe atteso addirittura 40 giorni “per rimettere insieme i fatti”. E ad aggravare i sospetti, getta lì anche il dettaglio della droga, dunque che si tratti di una mezza tossica, in quanto tale non attendibile, perché forse aveva consumato della cocaina prima di incontrare il figlio. E questo lascerebbe “oggettivamente molti dubbi” sul suo racconto. La nota – poi parzialmente ritrattata nel pomeriggio, quando evidentemente qualcuno deve avergli spiegato l’enormità delle sue parole – si conclude con l’assoluzione del ragazzo e nemmeno la penitenza di un Ave Maria: “Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero”.

Il fatto è che, al di là della presunzione d’innocenza di Leonardo Apache, che avrebbe diritto a una difesa meno ingombrante di quella del padre, le parole di Ignazio La Russa svelano una concezione dei rapporti uomo-donna e del concetto stesso di violenza sessuale che credevamo non avessero più cittadinanza nel mondo occidentale. È come se La Russa fosse vissuto su Marte almeno negli ultimi dieci anni, quelli del #Metoo, del codice rosso antiviolenza, dello sforzo anzitutto culturale di non gettare più sulle vittime di stupro il peso aggiuntivo di dover difendere loro stesse e la loro reputazione una seconda volta.

La presunta vittima, dice La Russa, ha atteso troppo, dunque mente. Come se 40 giorni o 400, fossero il metro per misurare la verità. Asia Argento, suo malgrado diventata uno dei simboli mondiali del #Metoo, ha atteso 20 anni per trovare la forza e il coraggio di denunciare il produttore Harvey Weinstein. È meno credibile per questo? Consigliamo a La Russa un bel film uscito quest’anno che ricostruisce l’inchiesta sulle violenze sessuali nel mondo del cinema. Si intitola in originale She said (Anche io) e documenta lo sforzo titanico di due giornaliste del New York Times, Megan Twohey e Jodi Kantor, per pubblicare il famoso articolo che diede il via allo scandalo Weinstein. La fatica era proprio quella di convincere le vittime a parlare on the record, perché anche dopo anni temevano lo stigma sociale, la potenza del sistema, prevaleva il timore di non essere credute. E Weinstein era “solo” un produttore. Non vuole concedere La Russa che la giovane ragazza, ammesso per un solo secondo che il suo racconto sia vero, possa aver avuto anche lei qualche piccola ritrosia a denunciare il rampollo della più potente famiglia politica di Milano e forse d’Italia? Basta il ritardo di un mese a non renderla credibile? Il presidente del Senato, da padre, ha tutto il diritto di credere a suo figlio e noi ci auguriamo che sia innocente. Ma da uomo delle Istituzioni dimostra (e non è la prima volta, purtroppo) tutta la sua distanza dalla sobrietà necessaria ad esercitare l’alto ruolo a cui è stato chiamato.

Il secondo ragionamento investe invece la premier Giorgia Meloni, che nelle ultime 48 ore ha dato il via a una crociata contro la magistratura che sembra salire ogni giorno di tono. Mettendo insieme procure diverse e fatti molto lontani fra di loro – un’inchiesta milanese per affari aziendali della Santanchè con la decisione di un gip romano sulla vicenda Cospito/Delmastro – la premier cucina una zuppa vittimista inventandosi un attacco politico delle inesistenti toghe rosse. Che avrebbero iniziato addirittura una campagna elettorale contro il suo governo. In questa iniziativa sopra le righe riceve l’inopinato aiuto del ministro Nordio che arriva a definire “irrazionale” l’imputazione coatta del sottosegretario Delmastro, intervenendo con la forza di via Arenula in un procedimento in corso. Uno sprezzo totale delle regole, della grammatica istituzionale e del principio di leale collaborazione fra diversi poteri dello Stato che possiamo solo immaginare quale reazione abbia provocato al Quirinale, dove siede il presidente del Csm e il garante della Costituzione.