Auto elettriche: perché Salvini vuole affossarle

Salvini guida la fronda anti e-car per relegarci in coda all’Europa. Dopo il rinvio dell’intesa per lo stop ai motori termici nel 2035, oggi si riuniscono i Paesi contrari. Berlino pensa a un mini slittamento. Roma ormai si accoda a Polonia&C. […]

(DI ETTORE BOFANNO – Il Fatto Quotidiano) – La partita di poker sulle auto elettriche si gioca, da questa mattina, a Strasburgo. A dare le carte, e con un ruolo decisivo verso un rinvio del phase out del vecchio e inquinante motore endotermico entro il 2035, sarà ancora una volta la Germania, rappresentata dal ministro dei Trasporti Volker Wissing, esponente dei liberali di Fdp. Accanto a lui siederanno sicuramente il suo collega italiano, Matteo Salvini, e il suo omologo della Repubblica Ceca, Martin Kupka. Italia e governo ceco, assieme a Polonia e Bulgaria, avevano già provocato, la settimana scorsa, il rinvio della ratifica finale da parte della Ue del termine del 2035. Un mini-veto che ha prodotto il blocco attuale grazie proprio alla posizione tedesca: una sorta di “astensione” per riaprire le trattative.

Una scelta, quella del governo di Olaf Scholz, che in queste ore sarebbe sempre più tormentata e che si spiega con le tensioni nell’esecutivo di Berlino tra i liberali (crollati nelle recenti elezioni regionali nella capitale), difensori del prolungamento della vita dei motori tradizionali, e i socialdemocratici (il partito del cancelliere) e dei Verdi: più attenti alla transizione ecologica. A spingere Scholz a rispettare la scadenza del 2035 sono invece i presidenti dei länder a guida Spd, come quello della Bassa Sassonia Stephan Weill, la regione della Volkswagen, che ha criticato il rinvio: “Una scelta che non serve a nessuno”.

Che cosa dirà a questo punto Wissing a Strasburgo? C’è chi parla di una mediazione che potrebbe mantenere comunque la Germania dalla parte dei dissidenti. In particolare, una riprogrammazione delle scadenze secondo tre step: il 2030, il 2035 e, infine, il 2040 come data ultima per l’uscita di scena quasi totale dei motori tradizionali. Una tempistica che consentirebbe di programmare l’abbandono progressivo della benzina sostituendola con carburanti e-fuels (sintetici) e bio (prodotti da grano, mais, bietola, canna da zucchero, olio di palma ecc.). Soluzioni che potrebbero poi garantire una “nicchia” di sopravvivenza per i motori endotermici nell’era elettrica.

Chi sta con chi, però, nella battaglia europea? Contrari a qualsiasi rinvio sono: Paesi Bassi, Svezia, Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Austria e Irlanda. Al tavolo di Strasburgo, invece, sono stati invitati anche Francia, Spagna, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Portogallo, Romania, Slovenia e Finlandia. Bisogna vedere chi deciderà di presentarsi, anche se Madrid e Parigi hanno già fatto sapere di essere in disaccordo con Italia e alleati. Un’ulteriore stallo potrebbe provocare uno scontro molto duro nella Ue, quasi senza precedenti.

Gli interessi in gioco, sotto le posizioni dei governi nazionali, sono quelli di una parte dei produttori (anche se Volkswagen e Stellantis, per esempio, hanno già cominciato ad avviare la propria transizione elettrica o, perlomeno, a dichiararla: come nel caso del colosso nato dall’assorbimento di Fca-Fiat in Peugeot) e, per quanto riguarda l’Italia, del comparto della componentistica ancora legata al motore termico.

Ed è dunque proprio la posizione di Roma che appare, nello scontro europeo, come la più autolesionistica e, in qualche modo, la più irresponsabile. Sostenuta e alimentata con la retorica del made in Italy e della gloriosa tradizione automobilistica del nostro Paese.

Ma sono i numeri a bocciare questa visione “patriottica”: l’Italia non è più competitiva in quel settore. Con un solo produttore ormai (Stellantis), nel 2021 il nostro Paese si è fermato a 450 mila vetture, scendendo al 7° posto in Europa dietro Germania (3 milioni e 339 mila), Spagna (2 milioni e 98 mila), Francia (1 milione e 351 mila), Repubblica Ceca (un milione e 11 mila), Slovacchia (un milione) e Regno Unito (932 mila). Nel 2022, la situazione è peggiorata: ottavo posto, scavalcati dalla Romania e tallonati da Ungheria e Polonia.

Tutto ciò in un mercato interno delle vendite che è il peggiore della Ue e con una composizione delle produzioni di Stellantis affidato per circa 100mila vetture alla Panda, un modello presto destinato ad essere abbandonato. Al contrario oggi sono proprio le vetture elettriche del marchio Fiat, le 500, ad aver raggiunto la stessa cifra: quasi un quarto del numero complessivo delle auto uscite dagli stabilimenti italiani del gruppo francese. Solo favorire il diffondersi delle e-car, dunque, può far sperare in un serio risveglio di una produzione italiana quasi marginale.

Un dato, quest’ultimo, che dovrebbe far riflettere il governo Meloni. Rinviare la transizione all’elettrico, o addirittura tirarsene fuori, significherebbe infatti far pagare al nostro sistema industriale e ai suoi lavoratori un conto esiziale. E tutto mentre l’Europa, soprattutto per quanto riguarda i grandi produttori, va avanti con rapidità: nel treno della produzione automobilistica a motore elettrico, l’Italia rischia così di ritrovarsi nei vagoni di coda. In compagnia, appunto, di Romania, Polonia e Ungheria.

La prospettiva è restare ai margini: non avremmo più o quasi produzione e componentistica (non più quella del motore termico, ma neppure quella per l’elettrico), saremmo poi vassalli del resto dell’Europa, degli Usa e ancora della Cina per ciò che riguarda la fornitura del vero “cuore” delle nuove auto: le batterie. Così come anche gli “espedienti” dei carburanti alternativi appaiono un’illusione, aldilà del grande inquinamento che sarà inevitabile per produrli. A cominciare da quelli bio, il cui costo di produzione è tra i 4-5 euro al litro, senza per il momento tener conto delle possibili accise.

“Nel nostro Paese, sulla strada del motore elettrico mancano, è vero, molte cose – dice Giorgio Airaudo, segretario della Cgil Piemonte ed ex leader delle battaglie Fiom ai tempi di Sergio Marchionne – Le infrastrutture, a cominciare dalla rete per le ricariche, il coraggio imprenditoriale in questa sfida, le sovvenzioni pubbliche, come invoca spesso l’ad di Stellantis, Carlo Tavares, la visione statale e la programmazione per una profonda riconversione del settore auto e della formazione dei lavoratori. Ma tutto ciò si può cambiare, basta volerlo: dire no sarebbe invece una sciagura nazionale”.

L’alternativa, a questo punto, non può essere quella di chi, come Salvini, si presenta a Strasburgo pensando più agli equilibri elettorali del voto europeo del 2024 che al futuro del sistema industriale italiano.

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13 replies

  1. Andria cittadina ex ridente di Puglia è la quarta citta più inquinata d’Italia.
    Uno penserebbe che come Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli con milioni di abitanti o che i milioni li sfiorano e fabbriche che inquinano non c’è da meravigliarsi.
    Ma Andria?
    Ci sarà qualche frantoio, che so un cementificio.
    Quindi a cosa è dovuto l’inquinamento ?
    Al traffico automobilistico.
    Quindi benvenga se quadruplicassero i prezzi delle auto e obbligassero alle auto elettriche, che non sono la panacea, ma meglio di adesso sarebbe di certo.

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  2. Questo giornalista crede veramente che sia necessario passare alle macchine elettriche?
    C’è qualcuno, fra i sostenitori delle macchine elettriche, che ha calcolato il relativo fabbisogno di energia elettrica e con quali centrali produrla? Forse con le centrali nucleari a fissione, dove installarle e i tempi occorrenti? Non sono ammesse risposte semplicistiche da coloro che non sanno quanto sia l’energia elettrica oggi consumata e confondono i kWh con i kW

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    • No, probabilmente sei l’unico che pensa a questi problemi… sarà per questo che non trovi risposte?
      Il fabbisogno viene stimato in un aumento del 25% rispetto all’attuale, in pratica una cazzata… si tratta di tornare indietro di 15/20 anni quando appunto consumavano questa energia.
      La produzione, se siamo intelligenti, avverrà in grandissima parte con le energie rinnovabili, principalmente fotovoltaico ed eolico.
      Se siamo intelligenti… altrimenti ci butteremo sull’inutile idrogeno che altro deriva dall’energia elettrica con un consumo però 5 volte superiore.
      Gli eco-fuel fanno ridere, al massimo faranno girare le giostre degli autoscontri (ah no sono elettriche) e ridurranno alla fame qualche altra popolazione.
      I tempi? basta iniziare e si arriva ben prima del previsto.

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  3. Fai parte, per caso, di quelli che disponendo di grandi disponibilità economiche vorrebbero tornare al tempo in cui, diciamo il 1950, erano pochi quelli che si poteva o permettere la macchina?

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  4. Paesi Bassi, Svezia, Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Austria e Irlanda.

    Ovvero gente che non conta un casso per le automobili. Strano. Dobibamo dipendere dagli ‘elettricisti’ irlandesi, dunque?

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    • L’articolo in realtà dice che non contiamo più un casso manco noi.
      La transizione sarebbe una grossa occasione di rilancio e di occupazione.

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  5. Chissà se nella produzione italiana vengono comprese pure le DR, fabbrica transplant molisana che assembla i pezzi provenienti dalla Cina e prodotti dai giganti Jac e Chery.
    Cinesi sono pure tante vetture con marchi europei, DS, Volvo, Polestar, Smart, Wv-Audi per esempio.
    Ma l’invasione cinese diventerà più visibile perché la stanno programmando con investimenti mirati nella logistica distributiva, come BYD che ha acquistato navi cargo per il trasporto delle loro vetture, onestamente di gradevole design e tecnologicamente avanzate.
    https://www.startmag.it/smartcity/linvasione-delle-auto-elettriche-cinesi-arrivera-dal-mare/

    Il capitone Baciasalami è il solito cavernicolo che non ha visione rifugiandosi nell’indifendibile status Quo. I cambiamenti climatici che stanno generando penuria di neve, per il comparto turistico alpino e di acqua per le ragioni padane, sia potabile che per agricoltura e zootecnia, dovrebbero indurlo a qualche riflessione.
    La difesa dei produttori di marmitte e valvole saranno soppiantati da nuove necessità.
    Potenziamento della rete distributiva elettrica.
    Installazione e manutenzione di colonnine di ricarica pubbliche e private, in cui siamo carenti.
    Produzione di componenti per impianti fotovoltaici ed eolici, costruzioni e manutenzione di parchi anche offshore.
    Soprattutto produzione, smaltimento e rigenerazione delle batterie, vero settore di competizione della mobilità elettrica, con la discesa costi già oggi legata ad un’autonomia collegata alle effettive necessità, tipo in ambito esclusivamente urbano, con installazione di accumulatori al sodio dal costo accessibile a tutti.
    Ma il destrume ha bisogno di nemici e paure per prosperare, incapace di visione verso il futuro.

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  6. Non pensavo che uno come Salvini fosse così potente…
    Immagino che VW, Ford, Toyota; Stellantis, Audi, Mercedes…. stiano tremando…

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    • L’alternativa, a questo punto, non può essere quella di chi, come Salvini, si presenta a Strasburgo pensando più agli equilibri elettorali del voto europeo del 2024 che al futuro del sistema industriale italiano.
      Ecco chi è il BACIASALAMI, un opportunista sciacallo che inchioda il suo paese all’irrilevanza mentre il mondo attorno va avanti. E non ti aspetta, anzi approfitta del volontario suicidio di un competitor pericoloso e dalle alte potenzialità.
      Per conservare i suoi privilegi da parassita perennemente in vacanza sarebbe capace pure di perorare un ritorno alla mobilità con carrozze e cavalli, o col mulo per i più poveri.
      Cosa sta combinando con la sua socia di karaoke per adeguare il reddito medio italiano agli standard medi europei?
      La Polonia si sta adoperando per superarci, a breve, in questa impietosa classifica. Poi le loro aspirazioni sovranare aggressive torneranno utili per pulircisi le scarpe.

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