Fare scatoloni non è un’alternativa alle ore di studio

Il 21 gennaio di un anno fa moriva in un’azienda in provincia di Udine a 18 anni Lorenzo Parelli, travolto da un tubo metallico durante l’ultimo giorno di stage del suo percorso formativo: i Centri di Formazione professionale, ci aveva spiegato […]

(di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano) – Il 21 gennaio di un anno fa moriva in un’azienda in provincia di Udine a 18 anni Lorenzo Parelli, travolto da un tubo metallico durante l’ultimo giorno di stage del suo percorso formativo: i Centri di Formazione professionale, ci aveva spiegato un esauriente articolo di Virginia Della Sala dopo l’incidente, dipendono dalle Regioni e vi si può accedere dopo la scuola media per completare il ciclo dell’obbligo (due anni) o per concludere il percorso triennale e avere così un attestato professionalizzante. L’alternanza scuola-lavoro, che è cosa diversa dai percorsi professionalizzanti ma va nella stessa direzione, è stata introdotta nel 2015, con la riforma della “Buona Scuola” del governo Renzi, e prevede 400 ore di formazione obbligatoria dedicata al lavoro nell’ultimo triennio per tecnici e professionali e 200 ore per i licei. Il monitoraggio del 2020 dell’Unione degli Studenti aveva raccolto i casi limite (soprattutto al Sud dove il tessuto industriale offre meno scelta): dagli studenti nocerini che hanno raccolto pomodori ai liceali addetti alle fotocopie nei Comuni. E oggi? Nell’anniversario di Lorenzo gli studenti si sono dati appuntamento a Roma con un presidio davanti al ministero dell’Istruzione, per ricordare Lorenzo e le altre vittime, ma anche per chiedere al governo di rivedere le regole dell’alternanza scuola-lavoro. Le voci raccolte da un articolo de ilfattoquotidiano.it raccontano che, semplicemente, non è cambiato nulla. Niccolò frequenta un Istituto tecnico tessile a Prato: “Per la prima settimana mi hanno fatto mettere in ordine dei fogli di carta. Dopo 15 giorni ci hanno comunicato che la ditta si sarebbe trasferita. Ci hanno messo a ripulire gli uffici delle segretarie, a svuotare gli scaffali e a fare scatoloni”. Giuseppe frequenta un Istituto tecnico-economico a Busto Arsizio e ha lavorato per due settimane in uno studio di commercialisti: avrebbe dovuto aiutare nelle attività di contabilità, ma si è ritrovato a riordinare il magazzino. Saranno le esperienze peggiori? Può darsi, ma non c’è dubbio che questo sistema non serve agli studenti, serve alle imprese che così hanno a disposizione manodopera gratis.

L’idea efficientista di una scuola in cui s’impara solo ciò che serve è disastrosa. Anche perché s’impara sempre meno. Stando all’ultima rilevazione dell’indagine triennale Pisa (acronimo che sta per Programme for International Student Assessment) dell’Ocse, che valuta le competenze essenziali dei 15enni in 79 Paesi, il risultato dell’Italia è tragico: solo il 5 per cento dei ragazzi è in grado di rispondere correttamente a domande semplici di comprensione del testo. Altra conferma: la scuola non sblocca l’ascensore sociale, gli istituti sono frequentati da studenti che provengono dallo stesso ambiente socio-economico. Alla faccia della “rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” e dell’uguaglianza tra i cittadini. Per anni abbiamo sentito straparlare di merito ed eccellenze (come se la maggioranza che non primeggia non esistesse) tanto che oggi abbiamo un ministero dell’Istruzione e del Merito. Siamo stati un modello nel mondo, ci ritroviamo a essere un Paese di analfabeti, a un livello tanto basso da rendere impossibile l’esercizio della cittadinanza, l’accesso al mercato del lavoro in condizioni di parità per chi parte svantaggiato, l’emancipazione da condizioni di indigenza. Che Merito c’è in una scuola pensata per il lavoro e che non insegna a pensare criticamente?

Gramsci diceva agli operai: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. Un secolo dopo possiamo solo prendere atto della regressione: lavorate invece di studiare.

9 replies

  1. “Il 21 gennaio di un anno fa moriva in un’azienda in provincia di Udine a 18 anni Lorenzo Parelli, travolto da un tubo metallico durante l’ultimo giorno di stage del suo percorso formativo …”

    Solito incipit strumentale a fomentare rabbia per motivi sbagliati (tra l’altro piuttosto slegato dal contenuto effettivo dell’articolo).

    Il ragazzo (lui, ma il discorso vale per anche per gli altri casi) sarebbe purtroppo morto anche se assunto; cioè, se fosse stato un normale lavoratore. Sarebbe morto per le stesse ragioni per le quali è purtroppo morto e che sono solo due o entrambe in concorso.

    a) Nell’azienda non erano state rispettate le norme di sicurezza e il ragazzo ne è rimasto vittima.

    b) Nell’azienda le misure sicurezza c’erano, ma il ragazzo le ha ignorate. Cioè ha avuto un difetto di comportamento come chi viola il limite di velocità e va a sbattere: le norme a tutela ci sono, ma c’è chi le disattende.

    c) le due precedenti in concorso, appunto

    Non esiste l’ipotesi d) morto perché in alternanza scuola lavoro.

    Non esiste perché, ovviamente, l’alternanza in sé non è un a causa di morte come non lo è fare sport (eppure qualcuno ci lascia la pelle e mica tanto raramente); come non lo è uscire il sabato sera a divertirsi (eppure ce ne sono che si schiantano fumati e bevuti, di ritorno alle 6 del mattino). Tanto per fare due esempi che fanno ben più morti dell’alternanza scuola lavoro e nessuno dice beo.

    Il fatto è che c’è un atteggiamento pregiudiziale circa il fare esperienza di cos’è il lavoro. E parlo dell’ambiente perché siamo d’accordo che per qualche ora in azienda non ti possono insegnare un mestiere perché è qualcosa che richiede tempo e investimento (certo, se c’è qualche ragazzino sveglio, sicuramente viene trattati in maniera diversa… ma è merito suo in quanto sveglio!).

    Poi tutta la pantomima sul ruolo della scuola che deve formare cittadini e non lavoratori è pretestuosa. Basta pensare agli istituti tecnici (geometri, ragionieri, periti di vario genere, ecc.) che sono nati proprio per insegnare un certo lavoro, ma che, è ovvio, devono fare questo mentre fanno anche crescere i ragazzi come cittadini. Non sta scritto da nessuna parte che le due cose non si possono fare insieme.

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    • PER ESPERIENZA PERSONALE SUI CANTIERI EDILI : CI SONO MOLTE NORME GIUSTE, MA POCHISSIMI CONTROLLI, O NON SUFFICIENTEMENTE OCULATI, SPESSO A NASO. SI CREDE A DICHIARAZIONI FASULLE SENZA RISCONTRI CERTI . ECC.

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  2. E’ questo uno dei maggiori crimini dell’Innominabile. Avere trasformato gli studenti in schiavetti GRATIS dei padroncini, regalando milioni di ore di lavoro alle aziende, SENZA ALCUN PROFITTO PRATICO. Pensate solo ai liceali, a che gli serve l’alternanza?

    Se riformano, sarà già tanto se non portano per tutti a 400, se non a 500, le ore.

    Questi vogliono la gente IGNORANTE e l’ottengono con riforme come questa. E notare bene, Rensie non era ufficialmente ‘di destra’.

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    • Esatto, @Mario.
      In tutte le scuole d’ Europa gli studenti fanno gli “schiavetti” per le aziende: l’ alternanza scuola-lavoro c’è ovunque.
      Dai 15 anni in poi puoi andare a lavorare quindi corri gli stessi pericoli dello “studente” se l’ Azienda non è a norma. E che le Aziende non siano “a norma” lo testimonia il grande numero di incidenti sul lavoro ( senza contare quelli che vengono taciuti perchè il lavoratore è irregolare).

      Un ragazzo che ti arriva senza alcuna formazione (ed anche poca voglia, per lo più) non lo metti subito a fare progettazione o dirigere un magazzino: si comincia, appunto, dalle “scatole”, ovunque è così. All’ inizio il lavoratore non offre alcun valore aggiunto alla Ditta, ma va formato, e “formare” con solo qualche ora di impegno alla settimana è impossibile, quindi li si impiega dove capita, dove c’è bisogno in quel momento.
      La differenza tra l’ alternanza scuola lavoro ad esempio con la Germania, che conosco bene, è che alla fine del tirocinio, se anche il tempo-scuola ha dato i suoi frutti, hai speranza di essere assunto. Oppure l’ impegno lavorativo di vale realmente nel curriculum.
      Da noi è solo per… scherzo…
      Uno degli studenti purtroppo morti nelle ore di lavoro è decedutoo in un incidente stradale. Colpa dell’ Azienda? Che doveva fare, metterlo nel seggiolino di sicurezza? Non farlo spostare se il lavoro prevedeva spostamenti? Se fosse stato un lavoratore regolare, anche più giovane, tutto bene? Purtroppo le cose capitano, anche.
      Capita anche che tredicenni vadano in coma etilico alle quattro del mattino, e molto più spesso degli incidenti scuola-lavoro, ma chissà perchè nessuna “mobilitazione” contro i gestori di pub e negozietti “etnici” aperti per l’ alcool fino all’ alba… Nessuna.
      Non serve politicamente, anzi: con i voti ( ed i soldi che girano) dei soggetti suddetti ci guadagnano tutti. Sono tanti.

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  3. L’alternanza scuola-lavoro è stata una delle porcate di Renzi . Usare gli studenti come schiavetti GRATIS dei padroncini, regalando milioni di ore di lavoro alle aziende, SENZA ALCUN PROFITTO PRATICO.
    Valditara ha detto che querelerà chi lo accusa. Vuoi querelare i morti?

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  4. Anche se ci sono nel mondo altri esempi di alternanza scuola-lavoro, noi non dobbiamo copiare niente da nessuno. Dobbiamo solo tradurre il nostro senso di umanità, i principi costituzionali, in tutti gli ambiti, compreso quello lavorativo. Il profitto preente o futuro dell’impresa non è un moloch.

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  5. e’ STATO AUTOREVOLMENTE SCRITTO CHE FRA 20 ANNI, quando i nostri figli saranno in piena età lavorativa, la metà del tipo dei lavoriattuali non ci sarà perchè sostituiti da robots comandati dall’intelligenza artificiale ma anche da semplici algoritmi. Per la dinamica della produzione edello “sviluppo”essi dovranno cambiare piu’ tipi di lavoro nella loro vita. Sarà necessario quindi non la semplice conoscenza di un determinato lavoro di oggi(magari manuale) ma la capacità di comprendere ed adattarsi ai nuovi lavori che verranno sottoposti. Quindi, allenamento del cervello alla novità anzichè alla ripetizione.

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