Ruba 3 auto, c’è la denuncia ma è libero: effetto Cartabia

Un 21enne colto in flagrante viene scarcerato nonostante 2 querele. A Jesolo presi a svaligiare un hotel, scagionati: titolare all’estero, non fa esposti. Chi potrà ancora spiegare loro che ha un senso continuare a sacrificarsi nell’eterna sfida tra guardie e ladri contro gli scassinatori […]

(DI GIUSEPPE PIETROBELLI – Il Fatto Quotidiano) – Chi potrà ancora spiegare loro che ha un senso continuare a sacrificarsi nell’eterna sfida tra guardie e ladri contro gli scassinatori di porte, i topi d’auto o i sequestratori di persona? Si è ridotto infatti a un gioco, una specie di inutile pantomima, il quotidiano affannarsi di poliziotti, carabinieri e vigili urbani per assicurare alla giustizia i delinquenti. Li prendono con le mani nel sacco, li identificano e li rimandano liberi, anche se la flagranza di reato era fino alla fine dell’anno scorso il cardine per procedere seduta stante all’arresto. In qualche caso, poche ore di cella di sicurezza sono l’unico provvedimento muscolare che lo Stato è in grado di esibire. È accaduto a Vicenza dopo un triplice furto di auto in un parcheggio, ma anche a Jesolo nell’albergo di un oligarca russo. La riforma Cartabia della giustizia ha poco più di una settimana di vita, ma già mostra i suoi effetti deleteri nella repressione del crimine di tutti i giorni. Finora c’erano stati pochi segnali a causa della mancanza di udienze, ma con la riapertura delle cancellerie arrivano le prime dimostrazioni di tutte le falle che la riforma causa nel sistema.

Il 4 gennaio il rumeno Alessandro Mihai Dinca, 21 anni, residente nel capoluogo berico, entra al Metropark, il parcheggione a ridosso della stazione. Sulle spalle ha una denuncia della madre per maltrattamenti, quindi il sospetto di una discreta pericolosità sociale. Manda in frantumi il finestrino di una Punto, si siede al posto di guida, manomette il blocchetto di accensione cercando di avviare il motore, ma si sposta di pochi metri, poi si ferma. Ci riprova con una Peugeot 308, senza risultato. Infine con un’Audi6. Le telecamere lo hanno però già nel mirino e alcuni agenti della Polizia Ferroviaria lo bloccano, lo portano in Questura e gli fanno firmare il verbale, prima spedirlo in una cella di sicurezza, in attesa dell’udienza da celebrarsi per direttissima per furto aggravato.

Ottenuto il via libera del pubblico ministero di turno, un tempo la procedura finiva qui. Invece i poliziotti si mettono al lavoro per rintracciare le parti offese del reato, visto che la riforma firmata dall’ex guardasigilli Cartabia richiede subito una querela, pena l’impossibilità di procedere. Dando prova di velocità, risalgono subito ai proprietari delle auto. La Punto è di un giovane, che però è in ferie. A firmare la querela ci pensa il padre. Peugeot e Audi appartengono a una società. In assenza del titolare, firma un’impiegata.

Il giorno dopo
si svolge l’udienza per direttissima. Il pm Claudia Brunino chiede la convalida del fermo e insiste per la custodia in carcere. Ed ecco il colpo di scena. Il difensore d’ufficio, avvocatessa Valentina Nichele di Bassano, scopre la pecca nel fascicolo: “Ma qui non c’è la firma del proprietario, solo del padre… e qui a firmare non è il rappresentante legale della società…”, rileva. Doppio bingo. L’eccezione censura l’assenza di una valida querela, impedimento ad applicare la misura coercitiva anche nell’immediatezza del fatto. Così il giudice non convalida il fermo, non dispone l’arresto in carcere e blocca il processo. In pratica, tre piccioni con una sola riforma.

Non è colpa di agenti o pm se le parti lese erano in ferie, ma l’effetto è preoccupante. Adesso serviranno altre convocazioni e scartoffie per perfezionare le querele entro 90 giorni. Solo allora l’iter del giudizio potrà proseguire, mentre l’indagato resta a piede libero. Processo rallentato? “Avrei comunque chiesto i termini a difesa…” si schermisce l’avvocato Nichele. Eppure è impossibile pensare che in questa storia ci abbia guadagnato qualcun altro (la velocità della giustizia? Lo Stato? le parti offese?) oltre all’imputato colto a rubare.

Il caso di Vicenza è esemplare perché contiene tutti gli ingredienti di un provvedimento che fa già agitare avvocati e magistrati, che al prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto ha fatto dichiarare: “La riforma Cartabia? Mi auguro finisca in soffitta: nei fatti finisce per fare solo gli interessi dei delinquenti”. E che ha fatto aggiungere ai carabinieri dell’Usmia (Unione sindacale militari interforze associati): “La riforma disorienta le forze dell’ordine”.

A Jesolo è andata ancor meglio a un italiano di 37 anni e a un tunisino di 33, entrati di notte nel Pineta Aparthotel. Hanno arraffato un televisore e tentato di scassinare una cassaforte, ma sono stati fermati dagli agenti avvisati dall’allarme entrato in funzione. Semplice identificazione e rilascio. L’albergo è infatti di proprietà del gruppo Lajadira del magnate russo Andrey Alexandrovich Toporov che possiede anche l’hotel a cinquestelle Lajadira a Cortina, dove Toporov è rimasto coinvolto nello scandalo della ristrutturazione del vecchio albergo Ampezzo in centro, abbattuto per farne uno nuovo da 16 milioni di euro. La notte del furto Toporov non era a Jesolo e non ha potuto firmare la querela. Così il pm di turno a Venezia non ha autorizzato nemmeno il fermo della coppia di scassinatori e forse i poliziotti hanno cominciato a porsi qualche domanda sul senso dei loro sforzi. La riforma Cartabia, però, è stata pienamente applicata.

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5 replies

  1. schocchezze, l’urgenza è sapere chi guidava l’auto di Conte e morosa per portarli un fine settimana a Cortina.

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  2. E meno male che Conte e i 5STELLE hanno fatto pressing per apporre dei miglioramenti, altrimenti avremmo avuto i colpevoli fuori e gli innocenti dentro.

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