La marcia su Roma, cento anni dopo

(Antonio Martino – lafionda.org) – A cento anni di distanza dalla Marcia su Roma, il Fascismo rappresenta a tutt’oggi un argomento da dibattito politico contingente. L’ultima riprova, avutasi con la recente tornata elettorale e la vittoria di un partito lontano erede della tradizione neofascista, ha ancora una volta dimostrato come il fatto-Fascismo sia un residuo immanente nella vita italiana, quanto meno nella mente dei principali canali di formazione dell’opinione pubblica.

Perché questo avviene? Oltre alle logore tattiche comunicative di certa polemica spicciola- il pericolo fascista si presenta con una regolarità perfino superiore dei treni del Ventenio…- il punto a nostro avviso si trova su un piano più importante della mera polemica di partito: del Fascismo si parla in continuazione perché nessuno o quasi lo conosce, lo ha studiato, ha praticato le sue fonti e la sua traiettoria storica.

Eppure, dopo un primo e lungo periodo di conformismo storiografico, l’Italia è forse la nazione ove più approfondito e serio è stato il dibattito accademico, nonostante un blocco ideologico idiota i cui detriti sono ancora avvertibili sotto forma di tabù e non detti. Dopo l’apertura fondamentale di De Felice e i pioneristici lavori di Tasca e Vivarelli, infatti, non possiamo certo dire che le opere di ricerca siano mancate: l’ideologia, l’economia, la società, la politica estera e le connessioni internazionali, le biografie dei gerarchi e la vita comune degli italiani, i simboli e i registri vocali. Tutto o quasi è stato passato al setaccio della critica storiografica, restituendo un quadro a più voci- pure, com’è ovvio, tra loro contrastanti- che può consegnare a uno studioso appassionato e senza pregiudizi una mole cospicua di spunti e di percorsi interpretativi.

Ciononostante, siamo ancora a sentir parlare di più o meno vicini ritorni del fascismo, di pericolosi raduni a Predappio, di folklore di pessimo gusto scambiato per sediziosi appuntamenti sansepolcristi. Per chi vuole capire, ciononostante, l’offerta culturale resta vasta e feconda.

Marco Mondini è uno studioso ormai conosciuto a livello nazionale: comparso più volte in televisione, rappresenta l’evoluzione contemporanea di un filone da noi spesso sottovalutato della storiografia, quello della storia militare. Seguendo il cammino di Isneghi e Rochat, a loro volta quasi unici continuatori dell’opera del dimenticato Piero Pieri, Mondini ha recuperato e valorizzato in Italia lo studio degli eventi militari (che non si esauriscono certo nell’apice del cozzo bellico), con particolare attenzione al fatto più importante del XX secolo: la Grande Guerra. Sua è infatti quella che a nostro avviso rappresenta la più importante opera di rilettura a 360 gradi dell’esperienza italiana nel primo conflitto mondiale (La Guerra Italiana. Partire, tornare, raccontare 1914-1918, Il Mulino, 2018), completata dalla biografia di Luigi Cadorna, il comandante supremo del Regio Esercito dall’intervento fino a Caporetto (Il Capo. La grande guerra di Luigi Cadorna, Il Mulino, 2019). Perché parliamo di uno storico militare?


Perché il fascismo è un fenomeno che non si comprende se non si contestualizza la realtà, italiana ed europea, durante e dopo la Grande Guerra. Oltre al dato meramente politico- fine degli Imperi Centrali, rivoluzione d’Ottobre, avvio del processo egemonico statunitense- quello che veramente conta è la trasformazione psicologica degli individui e l’ingresso, sul piano sociale, delle masse nella vita dello Stato. Su tutto, infine, regna una nuova galassia di valori: la violenza, dopo quattro anni di massacri e distruzione, da tabù diventa arma e forza motrice dello scontro politico; l’avversario non si vince più con la retorica parlamentare ma con l’odio e l’annichilimento fisico, come se fosse il nemico del tempo di guerra.

Ecco allora che Mondini, con la recente Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita (Il Mulino, 2022), illustra in maniera puntuale il nesso inscindibile tra guerra e fascismo, illuminando il dato che a nostro avviso appare fondamentale, la diversa psicologia di massa dell’Italia del dopoguerra.

Su questo punto, infatti, si fondò allora la forza attrattiva del mito mussoliniano. I tre anni di martirio sul Carso e sull’Isonzo avevano letteralmente creato una nuova tipologia di italiano, il combattente, scisso dalle sue comunità d’origine e inserito in un contesto a sé, comprensibile solo per chi fosse in grigioverde e in prima linea, a contatto continuo con la morte e la realtà tragica della guerra. Insieme, i combattenti costituirono il primo momento dell’Italia di massa, intesa come partecipazione di milioni di individui ad un processo, nazionale e collettivo, della vita dell’ancora giovane Stato unitario. Individuo e massa, uniti nello sforzo titanico del conflitto, arrivarono alla vittoriosa fine del conflitto pensando di aver veramente cambiato in meglio l’Italia: e invece furono smobilitati alla spicciolata, senza nemmeno avere l’occasione di celebrare il trionfo con una festa nazionale (a differenza di Francia e Regno Unito), quasi che l’esito finale fosse una vergogna da nascondere, e loro un problema per la classe dirigente liberale. Allo scoramento doveva infine seguire la rabbia per come, nel paese che non aveva conosciuto la trincea, il combattente divenuto reduce venisse considerato: tra l’incomprensione meschina del borghese e l’odio malriposto del proletariato aizzato dai massimalisti, la sindrome della vittoria mutilata aveva buon gioco a dispiegarsi a livello di patologia di massa. L’ubriacatura bolscevizzante faceva il resto, sull’onda di un PSI che giocando a fare “come in Russia” diveniva il primo partito italiano, senza riuscire a trasformare il parossismo massimalista in strategia rivoluzionaria effettiva e operante.

Il diciannovismo, fenomeno complesso, confusionario e in fondo diretta conseguenza della tensione nervosa della guerra, è dunque il terreno di coltura delle origini psicologiche del Fascismo: il disprezzo per i combattenti e la Vittoria, il disinteresse dei governi liberali, l’onda montante del massimalismo e la paura- assai più immaginaria che reale- della borghesia per il bolscevismo, crearono un humus di confusione e speranze che attendevano, in una direzione o in un’altra, una soluzione definitiva. Mussolini si inserisce nella baraonda già dal marzo del 1919, ma è fino a tutto il primo semestre del 1920 un d’Annunzio di second’ordine, oscillante tra gli ultimi barlumi di sovversivismo socialista e le prime avvisaglie della svolta a destra. Il fiuto tattico dell’ex direttore dell’Avanti emerge allora: comprende bene che i fasci di combattimento possono avere una prospettiva solo se, cogliendo la frustrazione dei reduci, si presentano al Paese come una forza d’ordine, reazione nazionale al caos sovversivo e difesa della guerra e della Vittoria. Mussolini sa bene che l’unico soggetto sociale su cui può puntare è il ceto medio, la classe che più soffre la crisi economica e che più ha dato nella guerra i quadri dell’esercito mobilitato, gli ufficiali di complemento, ex studenti abituati a comandare e ora disadattati del tutto alla vita civile.

Da questa miscela esplosiva, di rancori e di violenza oramai radicata nella mentalità del reduce, nasce lo squadrismo. Non esiste fascismo senza violenza squadrista, e cioè militanza politica declinata nella continuazione della guerra- con le sue liturgie e i suoi riti- sul fronte interno: contro i nemici di partito, i socialisti e i popolari, e contro le minoranze etniche.

I soldati e gli ufficiali subalterni di ieri diventano gli squadristi di oggi, una forza fuori dallo Stato che allo Stato toglie il monopolio della forza. E qui sta in fondo il dato decisivo del triennio 1919-1921, che Mondini analizza attraverso le fonti d’archivio dei ministeri dell’Interno e della Guerra: a gran parte dello Stato liberale, va benissimo che i fascisti esistano e combattano il nemico interno, le “forze anti-nazionali”. Senza l’appoggio del Regio esercito, logistico e politico, il fascismo sarebbe probabilmente già finito alla fine del 1920. Invece, proprio dopo l’occupazione delle fabbriche e il punto più alto del. biennio rosso, il nume del liberalismo italiano, Giolitti, tenta la carta dell’associazione tra fascismo e liberalismo per le elezioni dell’anno successivo, convinto di poter assorbire e normalizzare il movimento delle camicie nere. Avviene a livello politico quello che in gran parte d’Italia- giova sempre rammentare l’origine squisitamente settentrionale del fenomeno squadrista- era già realtà: la connivenza tra Stato e partito politico, sintetizzata nei camion e nei fucili forniti dalle armerie agli squadristi prima delle spedizioni punitive. Con le elezioni del 1921 e la trasformazione dell’irrequieta galassia dei fasci in partito, Mussolini riesce a gestire la transizione verso il centro della scena politica occupando quello spazio che la morente élite liberale non riesce più a difendere, perché ormai sorpassata dalla Storia, mentre le forze operaie annegano nel mare di illusioni e di inconcludenza del massimalismo socialista.

Nel volume di Mondini si ha contezza quasi plastica della crescita, giorno per giorno, della forza del fascismo e del grado montante di violenza e di guerra civile nel Paese. Forza che, però, è più formale che sostanziale: l’analisi dello storico (ove emerge la componente dell’analisi militare) dimostra come lo squadrismo, pur divenuto nel 1921 e nel 1922 una formazione di massa imponente, non avesse grandi possibilità di trionfo in uno scontro insurrezionale con lo Stato e le sue forze armate. Mancanza di quadri, carenza di organizzazione, esperienza direzionale e soprattutto disciplina e addestramento, sono le tare principali delle squadre, abituate a vincere in scontri sbilanciati: nei pochissimi casi di resistenza pubblica (Sarzana) o popolare (Parma, dove carabinieri ed esercito si astennero dall’intervenire) gli squadristi vennero sconfitti facilmente, evidenziando le debolezze di un esercito politico e dilettante. Mussolini e la classe dirigente del PNF sono a conoscenza dello stato reale delle loro milizie: ecco allora delinearsi l’ultima scena della tragedia: la marcia su Roma.

Mondini si dedica con particolare attenzione a illustrare come si arrivò al 28 ottobre, evidenziando la serie quasi incredibile di deficienze organizzative e strategiche dell’operazione. In realtà, la “rivoluzione fascista” fu condotta sul piano politico con la minaccia, puramente potenziale, dell’insurrezione armata: il trionfo fu dato dall’ormai stato comatoso dello Stato liberale, minato dalla scarsa aderenza delle sue forze armate ai principi legalitari ormai ridotti a carta straccia. Avrebbe sparato l’esercito sui loro “fratelli” in camicia nera? Su questo interrogativo, Vittorio Emanuele III giocò le sorti della dinastia (e dell’Italia intera) preferendo non mettere alla prova la fedeltà dei suoi soldati e ufficiali. L’indegna commedia della Marcia, allora, rappresenta la non ovvia conclusione di un processo avviatosi alla fine della guerra e nella guerra fortemente radicato: alla prova dei fatti, lo Stato liberale non volle reggere l’urto della massa fascista, preferendo alla resistenza la dissoluzione delle proprie istituzioni. In questo scenario, le forze operaie resteranno sempre il simbolo di come non si gestisce un dopoguerra e un momento oggettivamente favorevole: in linea di massima non è stato il fascismo a sconfiggere la rivoluzione socialista in Italia, ma l’inconcludenza e l’incapacità delle classi dirigenti del PSI e del futuro PCd’I, incapaci di comprendere i reduci e la realtà italiana emersa dalla trincea. La violenza squadrista, certo decisiva nell’accelerare la crisi del PSI, si innestò sulle difficoltà già notevoli dell’intera area “sovversiva”, bloccata sull’incapacità strutturale delle élite social-comuniste a risolvere, in un senso o nell’altro, il leniniano interrogativo del Che fare?.

In conclusione, il libro di Mondini costituisce un valido esempio di opera storiografica ben costruita, fondata su una lettura degli eventi ispirata dal punto di vista della connessione tra guerra, violenza politica e connivenza di Stato nel sempre vivo dissidio tra dovere pubblico e volere personale.

1 reply