Meloni vuole l’Italia degli schiavi. Così torna il far west dei voucher

In vigore dal 2008, sono esplosi fino alla deregulation renziana: avevano creato un esercito di precarissimi. Il testo ufficiale non c’è ancora, arriverà (forse) oggi. La prima manovra del governo Meloni ha però già raggiunto un traguardo: ha il più alto contenuto di lavoro povero da svariati […]

(DI CARLO DI FOGGIA – Il Fatto Quotidiano) – Il testo ufficiale non c’è ancora, arriverà (forse) oggi. La prima manovra del governo Meloni ha però già raggiunto un traguardo: ha il più alto contenuto di lavoro povero da svariati anni a questa parte, e non era impresa facile. Non c’è solo il taglio del Reddito di cittadinanza, anche la decisione di reintrodurre i voucher mostra che l’idea di fondo del governo pare quella di eliminare le alternative allo sfruttamento, livellare al ribasso i salari liberando gli “spiriti animali” della vera costituency del centrodestra: le piccole e micro-imprese per le quali perfino il Rdc è un pericoloso concorrente.

Quella dei “buoni lavoro” è un ritorno infelice. Il governo prevede di usarli con un limite di 10 mila euro per braccianti, colf, badanti, lavoratori agricoli e del turismo. Oggi il lavoro occasionale è riservato ad aziende con meno di 5 dipendenti e per lavoretti destinati a pensionati, under 25, disoccupati e percettori di sostegno al reddito. Tutti questi limiti adesso saltano (il tetto per le imprese sale a dieci dipendenti).

In pratica, si torna ai vecchi voucher, i buoni lavoro da 10 euro acquistabili al tabacchino eliminati in extremis nel 2017 dal governo Gentiloni per sabotare il referendum popolare che la Cgil di Susanna Camusso aveva ottenuto con la raccolta firme. Introdotti nel 2003, dal 2008 hanno visto via via ampliarsi il raggio di azione fino alla completa liberalizzazione voluta dal Jobs act di Renzi nel 2015. Erano stati pensati per regolarizzare piccole attività spesso in nero (giardinaggio, lavoretti domestici e agricoli, pulizie, lezioni private etc.) svolte da studenti, anziani o lavoratori fragili. Si sono trasformati in uno strumento di sfruttamento. Per dare l’idea, nel 2008 i voucher venduti erano 536 mila mentre nel 2016 avevano raggiunto i 134 milioni. Sono aumentati del 50% l’anno fino al 2015 (e poi “solo” del 24% nel 2016). I percettori sono passati da 25 mila nel 2008 a 1,38 milioni nel 2016. Tra il 2015 e il 2017 (dati Inps) sono stati venduti 433 milioni di buoni lavoro (130 milioni solo nel 2016) per un valore di 4,5 miliardi di euro. Dopo lo stop del 2017, quando sono stati sostituiti dai “PrestO” per le aziende e dai “libretti famiglia” – il totale delle ore usate è crollato: 8 milioni nel 2021, stessa cifra prevista per il 2022.

Cosa è successo negli anni dell’esplosione lo mostrano i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Inizialmente erano stati pensati per pensionati e giovani, ma “tra il 2008 e il 2015 l’età media si è abbassata di 24 anni – ha spiegato l’Upb in un report del 2017 – con il crescente coinvolgimento delle fasce di età centrali corrispondenti alla fase adulta”. In pratica, invece di ridurre il lavoro nero hanno aumentato “il rischio di precarizzazione dei giovani, che finiscono per essere impiegati con voucher anziché inquadrati con forme contrattuali più consone” ma anche “la sostituzione di rapporti di lavoro pre-esistenti con remunerazioni mediante voucher”. Nel 2015, il 10% dei lavoratori pagati con i buoni avevano avuto un contratto di lavoro con lo stesso committente, “con una particolare concentrazione nel turismo, nei servizi e nel commercio”. Basti dire che l’agricoltura, il settore per cui erano nati, valeva il 99% dei buoni usati nel 2008, ma nel 2016 la sua quota era scesa all’1,1%; il peso dei Servizi e “altre attività”, inesistente all’inizio, è esploso rispettivamente al 14 e al 47%.

Non è nemmeno vero che fossero uno strumento di ingresso nel mondo del lavoro. Aver tolto i vincoli ai voucher, spiega l’Upb, ha fatto sì che “una consistente quota di lavoratori rimanesse a lungo nell’universo dei buoni lavoro. Nel 2015 la quota dei percettori che avevano già ricevuto voucher è stata pari a ben il 41%”.

Il governo pare voler ripristinare questo far west per venire incontro alle imprese del turismo (già aiutate dalla possibilità per gli stagionali di mantenere il Rdc) e dell’agricoltura, tipo Coldiretti, che da anni lamentano una fuga dei braccianti che i dati Inps smentiscono. Poco importa, poi, che lo stop del 2017 ai voucher non abbia fatto aumentare il lavoro nero e che i settori coinvolti siano quelli con la quota più alta di lavoratori con reddito inferiore ai 10 mila euro lordi annui.

A ieri sera, le uniche proteste contro la novità erano arrivate dalle sigle degli agricoli di Cgil, Cisl e Uil.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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