Giorgia Meloni, la figlia del ventunesimo secolo

(Michelangelo Ingrassia – lafionda.org) – Giorgia Meloni è già riuscita per ben due volte ostetrica della storia. Ha riportato in vita un gruppo umano e politico prossimo all’estinzione e l’ha ricondotto, dopo una lunga e difficoltosa marcia, al governo della nazione ma anche al vertice della coalizione; traguardo, quest’ultimo, non raggiunto neppure da Gianfranco Fini. Superfluo intercettare adesso le situazioni, le variabili e le fortunate coincidenze che le hanno consentito di trovarsi lì dove adesso è. Proficuo, invece, è comprendere se da questo momento in poi Meloni sarà artista o attrice, grande figura o banale comparsa di un’epoca tristemente contraddistinta dalla mediocrità politica. Giorgia Meloni saprà essere superiore al tempo suo?

Di là dalla questione di genere, dalla disputa fascismo-antifascismo, dalla diatriba sui diritti civili, la vera sfida cui è chiamata Giorgia Meloni è quella con la sua epoca. Figlia del ventunesimo secolo, sarà l’ennesima maschera che dietro alcune parole d’ordine nasconde pochezza d’idee e assenza di visione, oppure sarà capace di andare oltre e se necessario contro questo suo tempo nel quale coesistono anche le generazioni vecchie e nuove collaterali alla sua?

Quando Giorgia Meloni iniziò i suoi primi passi in politica, uno dei più lucidi intellettuali di destra, Marcello Veneziani, pubblicò per i tipi della Editori Laterza un volumetto intitolato «Comunitari o liberal. La prossima alternativa?». Scriveva Veneziani che il bipolarismo destra/sinistra, ereditato dal Novecento, con l’approssimarsi del nuovo secolo, il Duemila, si era ormai esaurito sia sul piano teorico sia sul piano pratico e che la democrazia dell’alternanza richiedeva nuove identità opposte, capaci di svecchiare la cultura politica contemporanea. Egli individuava nell’alternativa tra un polo liberal e un polo comunitario il possibile nuovo bipolarismo del futuro e invitava sostanzialmente la destra ad attrezzarsi per rappresentare il polo comunitario, dando implicitamente per scontato (e non aveva tutti i torti) che il polo liberal era già occupato dalla sinistra.

L’appello di Veneziani cadde nel vuoto. Se la sinistra aveva già elaborato un suo progetto culturale di rinnovamento politico in chiave liberal, percorrendo la terza via indicata da Giddens (con effetti catastrofici perduranti ancora oggi), la destra puntò su una vaga modernizzazione liberalpopolare. Il volumetto, tuttavia, divenne uno dei testi più letti e dibattuti dai giovani di destra.

Quei giovani oggi sono classe dirigente, al governo della Repubblica, con Giorgia Meloni che dell’organizzazione giovanile di destra fu Presidente peraltro proprio in quegli anni. Appartengono tutti alla generazione Duemila, su cui molto speravano i leader politici degli anni sessanta e settanta del Novecento non prevedendo però quali forme avesse preso il mondo del Duemila.

La storia del Duemila è storia liberale, liberista e libertina. Caduto il muro di Berlino, gli ultimi anni del Novecento videro la più grande controffensiva dell’ideologia liberale conosciuta in età moderna e contemporanea. Sulle macerie del vecchio muro fu eretto il muro di Wall Street. Le vecchie divisioni lasciarono il posto alle nuove e odierne diseguaglianze, le più gravi delle quali riguardano i diritti sociali e non certo i diritti civili.

Giorgia Meloni: il primo Presidente del Consiglio donna della storia d’Italia, il primo postfascista a sedere sulla poltrona di Palazzo Chigi, il primo leader di un’alleanza politica indicata per la prima volta di destra-centro, sarà anche il primo politico a gettare le basi di un’alternativa comunitaria al polo liberal ancora oggi dominante?

La prima impressione è che Giorgia Meloni sia e sarà figlia ubbidiente e disciplinata del suo secolo. Sarà, anzi, rispettosa e rigorosa figlia politicamente corretta del suo secolo. La sua spregiudicatezza politica, la sua abilità tattica, la sua dote oratoria, la sua tenacia, la sua preparazione, la sua capacità istintiva non daranno nulla di più di quanto non abbiano già dato i tanti politici che hanno circolato e circolano nei sentieri più prossimi della storia. Nel bene (per i pochi) e nel male (per i molti). E non perché la storia non sia disponibile a inchinarsi per la terza volta al suo cospetto ma perché Giorgia Meloni, in fondo, così com’è sta bene, come tutti i fenomeni che l’hanno preceduta in questo paese dei balocchi che ormai è diventata la politica nel secolo della globalizzazione liberista: Blair, Clinton, Obama, il leghismo, Berlusconi, Renzi, il grillismo, i tecnici e d’ora in poi anche il melonismo, che tra poco esordirà nel mainstream.

È vero che Giorgia Meloni si contrappose a Mario Draghi, al quale riuscì il capolavoro di creare un governo nel quale convissero i liberisti di destra e di sinistra; ma la sua fu un’opposizione liberista anch’essa, sia pure di segno conservatore. Il suo conservatorismo non ha nulla a che vedere con quella rivoluzione conservatrice di Disraeli, di Bismarck o, in tempi più recenti e spazi più vicini, di Fanfani, Nenni, Moro, Berlinguer. La sua destra sociale non va oltre l’articolo 46 della Costituzione da lasciare però lì, sul sacro testo, nero su bianco, come oggetto museale da ammirare o da esibire nelle trasferte elettorali. Eppure, sempre Veneziani, alla Rivoluzione Conservatrice dedicò un importante saggio; e un altro fine intellettuale di destra, Giano Accame, al pensiero della destra sociale dedicò studi interessanti. Ma Giorgia Meloni, figlia del secolo, non intende spezzare il cerchio liberista che cinge il tempo e il pianeta in questo secolo. Si scoprirà più euroburocratica degli europeisti alla Soros, più atlantista degli atlantisti alla Biden, più liberista dei liberisti alla Milton Friedman; con tanti saluti al vizio oscuro dell’Occidente descritto da Massimo Fini e ad Astrea e i suoi Titani di cui scrisse lo storico Franco Cardini, anche loro apprezzati autori del pensiero controcorrente.

In che cosa consiste questo liberismo conservatore di Meloni così coerente con il suo secolo? È un liberismo classico sotto il profilo economico; nel senso che la ricchezza non va redistribuita perché si colpirebbe la capacità produttiva di generare la possibilità, per i più meritevoli, di acquisire essi stessi nuove ricchezze. È invece sul versante dei rapporti di cittadinanza che il liberismo meloniano diventa conservatore, perché si pone contro l’idea di emancipazione dell’individuo dai vincoli tradizionali. Questa è la linea di demarcazione con il liberismo di sinistra, che Fini ha inutilmente suggerito alla figlia del secolo di superare. Ciò che distingue il liberismo conservatore dal liberismo di destra è invece lo spazio della ricchezza, che per il liberismo di destra stile Forza Italia o Lega non conosce confini nazionali purché siano preservate la territorialità della forza-lavoro e della produzione, mentre per il liberismo conservatore la ricchezza è un interesse e ha un carattere nazionale da preservare e tutelare nella competizione con le ricchezze delle altre nazioni. Non per niente Meloni utilizza vocaboli come merito, confederazione, interesse nazionale che ricordano da vicino il vecchio liberalismo nazionale di un Antonio Salandra.

Meloni, da ossequiosa figlia del secolo, mai notificherà a Biden che l’Italia si tira fuori dalla guerra economica contro la Russia e ritorna alla dipendenza del gas di Putin; mai archivierà le pratiche liberiste della BCE. Non per assenza di coraggio o di realismo politico ma per convinzione. Certo, Giorgia Meloni s’impegnerà come una brava ragioniera qualunque a tenere i conti del condominio in ordine cedendo magari, quanto e quando possibile, ai sindacati, nello stile di un altro liberista conservatore come Giovanni Giolitti. Mai, comunque, agirà in discontinuità con il modello Draghi. I suoi primi movimenti, del resto, lo confermano: un po’ di soldi per il caro energia da far bastare per un anno, governo allineato e coperto alle posizioni del consiglio europeo sulla questione prezzo del gas, rassicurazioni alla von der Leyen sulla prudenza con la quale affrontare la stesura della manovra finanziaria, il solito gioco dei numeri sul problema pensioni.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi. La dottrina del secolo, ossia il liberismo, è al sicuro e qualche eventuale scossa nazionalista o socialfilantropica a scopo elettoralistico o di consenso spicciolo può permettersi di tollerarla, assorbirla e perfino perdonarla alla figlia del secolo.

A questo punto è lecito suggerire alla sinistra che una vera opposizione all’obbediente figlia del secolo può avere possibilità di successo se diventa opposizione sul fronte economico e sociale; non per mitigare qualche asprezza del liberismo economico verso le classi più deboli ma per mandare in pensione von Hayek e richiamare in servizio almeno Keynes.

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