E allora il Pd?

Congresso Pd, i nodi da sciogliere: tempistica, candidature e identità del partito. Mentre Meloni si insedia, i dem sono ancora alle prese con la definizione delle tappe congressuali. Tra tempistiche, organizzazione, ricerca di una identità e candidature in alto mare con la sfida Nardella-Bonaccini. E il bello, si fa per dire, deve ancora venire.

Paola Alagia – tag43.it) – Da una parte c’è Giorgia Meloni, che è riuscita in tempi record a formare il suo governo, e dall’altro c’è la principale forza d’opposizione, il Pd, ancora alle prese con la definizione delle tappe del suo congresso rifondativo. C’è attesa, infatti, per la direzione nazionale di venerdì che dovrebbe fare chiarezza, appunto, sul percorso da seguire. Tempi, candidature e soprattutto nodi politici: le questioni sul tavolo sono tante per un partito in cerca d’autore. Anzi di una sua identità. Ecco, l’identità: la grande assente sia durante la campagna elettorale, a detta di diverse voci critiche che si sono levate dal corpaccione del partito, e sia in questo esordio dem dai banchi della minoranza. Un’opposizione al neonato esecutivo di centrodestra che dal Nazareno qualcuno bolla senza mezzi termini come «ancora rivolta al passato, senza nulla togliere al richiamo sacrosanto a Matteotti», ma anche «troppo nominalistica»: «Davvero», è lo sfogo, «il massimo che riusciamo a fare è criticare le scelte lessicali tra la e il presidente? Per non parlare dell’assist che Debora Serracchiani ha letteralmente regalato a Giorgia Meloni».

Congresso Pd, il nodo dei tempi tra l’accelerata chiesta da Bonaccini e lo Statuto

Insomma, il clima con cui il Pd si appresta ad aprire la sua stagione congressuale non è proprio dei migliori. In primis c’è da sciogliere il nodo dei tempi. A chiedere di accelerare è stato Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna oltre che probabile candidato alla segreteria. La roadmap, a grandi linee, l’aveva tracciata già Enrico Letta a fine settembre, dopo la débâcle elettorale, prevedendo quattro fasi: innanzitutto la chiamata a raccolta di chi vorrà partecipare al progetto e lo step sui nodi da sciogliere, inclusi organizzazione e alleanze, quindi il confronto delle candidature e la scrematura a due e infine i gazebo per le primarie. Per alcuni nel Pd quello dei tempi è un falso problema: «Li detta lo Statuto. In tutto sono circa quattro mesi, non credo, quindi, che si andrà oltre marzo», spiega un big a Tag43. «Si parte dalla base, dalle sezioni, con la presentazione di mozioni che corrispondono a delle candidature. Alla fine ne rimarranno due e quindi due saranno i candidati che poi si confronteranno in primarie aperte».

Congresso Pd, i nodi da sciogliere: tempistica, candidature e identità del partito

L’ipotesi di un nuovo regolamento per emanciparsi dalle correnti 

Tutto bene, allora? Mica tanto a sentire altri dem. In direzione non manca chi la pensa diversamente e sostiene che «imbrigliare questo momento storico per il partito in una tempistica rigida significa perdere il treno della svolta. Tutto dipende da che cosa vogliamo fare», si scalda un dem. «Un conto è un congresso ordinario e in questo caso la conta tra di noi possiamo farla anche domani mattina. Un altro è un processo costituente e quindi lavorare a un’assise aperta in grado di coinvolgere esterni al Pd già dalla fase organizzativa e non solo ai gazebo». Tutto ciò, naturalmente, «con le regole attuali non si può fare. O prevediamo un nuovo regolamento oppure l’alternativa è costringere altri a iscriversi al Pd. Ma così possiamo guadagnare qualche dirigente, di certo non allargare la nostra base con quella linfa civica di cui ci sarebbe un gran bisogno». In diversi, comunque, attendono l’appuntamento di venerdì: «Una cosa è evidente: se l’organizzazione rimane appannaggio della ristretta direzione del Pd, che è la massima espressione delle correnti, vorrà dire che si partirà col piede sbagliato. Non ci vuole uno scienziato per capirlo». Certo è pure, però, che prima si traccia una rotta e prima il partito riuscirà ad avere una linea politica più chiara e netta. O per dirla con Bonaccini, impiegare «sei mesi a scegliere un segretario temo non sia molto in sintonia con il Paese». Obiezioni respinte al mittente da chi vuole un processo rifondativo allargato: «Dipende sempre e solo da cosa vuole il Partito democratico. Se vuole fare una netta opposizione può farla a prescindere dalle date del congresso. Non è che con un calendario definito, infatti, Letta diventa più forte. E comunque un nuovo segretario non arriverebbe prima di marzo. Non nascondiamoci dietro un dito: la verità è che questo gruppo dirigente, al completo, è arrivato bollito ad affrontare l’attuale fase. Punto».

Congresso Pd, i nodi da sciogliere: tempistica, candidature e identità del partito

Bonaccini considerato troppo divisivo, dietro Nardella le truppe di Franceschini

In casa Pd non va meglio sul fronte delle candidature. Troppo presto ancora per capire come si schiereranno le diverse anime interne. Anche perché al momento in campo c’è una sola candidatura ufficiale, che poi è un’autocandidatura, e cioè quella dell’ex ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Ma è opinione diffusa tra molti democratici che «non parta favorita». In realtà la corrente di Base riformista sarebbe l’unica a essere già schierata al fianco di Bonaccini. Peccato che il governatore ancora non abbia sciolto la riserva. «E comunque», spifferano dal Pd, «è un nome abbastanza divisivo. È considerato in parte troppo amico di Renzi, e quindi è inviso alla sinistra dem, in parte un po’ troppo ballerino, essendo stato anche nella segreteria Bersani». Potrebbe vedersela, tra l’altro, con Dario Nardella. Entrambi espressione della compagine degli amministratori piddini, il primo in una regione e il secondo in una grande città. Il sindaco di Firenze, infatti, è tra i nomi che circolano per la corsa alla segreteria. «E non è da escludere che su di lui si sia mosso Dario Franceschini. E chissà se non Romano Prodi». Chi potrebbe avere delle chance al momento è infine Elly Schlein che raccoglie consensi sia fuori dal perimetro del partito (al quale non è iscritta), a cominciare dai bersaniani, e sia nella sinistra Pd, in attesa di capire se da queste parti si faranno avanti esponenti come Andrea Orlando o Peppe Provenzano. Ciò che invece non va giù in casa dem sono le autocandidature: «Danno solo la sensazione di non aver capito cosa sta succedendo», dice qualcuno, guardando all’attuale fase politica. Qualche altro invece fa un’analisi complessiva: «La verità è che nel nostro partito è valsa negli ultimi anni una strategia tutta personale da parte di alcuni e cioè quella di candidarsi anche sapendo di prendere numeri bassissimi, solo per poi potersi sedere al tavolo e guadagnare una fetta di potere. Ma diciamo le cose come stanno», è lo sfogo, «è una deviazione del significato delle primarie».

Lo spettro dei socialisti francesi e lo sguardo rivolto alla socialdemocrazia tedesca

Senza dubbio la matassa più difficile da sbrogliare al Nazareno rimane quella dell’identità da darsi. «È consapevolezza comune», dice a Tag43 un esponente di lungo corso, «che partire dalle alleanze significherebbe dire che siamo già morti. Se tutto si riduce a schierarsi o con Giuseppe Conte o con Matteo Renzi e Carlo Calenda vuol dire che non abbiamo davvero più chance». Lo spettro che aleggia nel Partito democratico è infatti quello francese con i socialisti quasi estinti, schiacciati dalla polarizzazione tra il leader della gauche Mélenchon e Macron. Una polarizzazione che, con i dovuti distinguo, ricorda il dissidio tra M5s e il Terzo polo. Ecco perché nel partito c’è una corrente di pensiero che guarda alla Germania: «I socialdemocratici tedeschi sono riusciti, anche dopo anni di crisi all’ombra di Angela Merkel, a elaborare un manifesto di pensiero di sinistra, moderno, contemporaneo, sotto certi aspetti radicale e poi a proporre un leader moderato come Scholz». In sintesi, la costruzione di una identità in chiave socialdemocratica tedesca? «Ma declinata naturalmente in base alle nostre priorità, a cominciare dalla questione ambientale che coinvolge i giovani».

Congresso Pd, i nodi da sciogliere: tempistica, candidature e identità del partito

Rappresentanza e partecipazione: le due spine dei dem

Un altro capitolo da affrontare, infine, sarà sicuramente quello della struttura organizzativa: «È vero che noi siamo rimasti l’unica formazione politica che ha migliaia di sedi, ma dobbiamo riflettere sul fatto che in queste sedi l’età media è 70 anni. Non che non ci siano giovani attivi, penso per esempio a regioni come la Lombardia o a città come Napoli», conclude il big Pd, «ma c’è una domanda che non possiamo non porci sulla rappresentanza e la partecipazione, a maggior ragione guardando l’affluenza al voto sempre più bassa e il bisogno sempre minore di farsi rappresentare da parte dei lavoratori». Insomma, la strada che attende la prima forza d’opposizione è molto lunga. E la riflessione da aprire profonda. Anche solo guardando a quest’ultimo nodo, infatti, il Nazareno non può rimanere silente. La destra, del resto, piaccia o no, la sua soluzione per riavvicinare i cittadini alla politica l’ha individuata nel semipresidenzialismo, cioè in un percorso di rappresentanza che si accorcia. I dem hanno opposto un secco veto. Si attende un’articolata proposta alternativa.

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7 replies

    • Se la prossima segretaria sarà elly schlein fanno davvero la fine dei socialisti francesi,riusciranno solamente a farsi schiacciare elettoralmente da conte e dai cinque stelle

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  1. Chiacchiericcio, frasi enigmatiche, posizonamento preventivo rispetto all’altro della fazione x, calcolo dei pesi dell’onorevole a Poggibonzi o del sindaco della città di (?). organizzazione della festa della birra o della sagra del fico secco con annesso comizio …etc…etc…questa partitocrazia è copletamente affine a un partito di poltronari parolai come il pd.

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  2. Letta piano piano sta assumendo i connotati di Breznev e Andropov (tra l’altro è relativamente giovane ma dimostra 70 anni).
    La Serracchiona inccommentabile, solo un’ameba simile poteva ringalluzzire la pesciarola e i giornali al suo seguito

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  3. Il PD può contare sulla schiera di sindaci ed assessori oltre i familiari che bene o male sono dentro il 70% delle strutture e che vivono e prosperano grazie alla loro associazione, sarà estremamente difficile vederli sparire,
    Tolti i componenti di questa banda solo dei nostalgici e illusi oramai li votano.

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  4. Elly Schlein, direttamente da Obama a Richetti e Bonaccini.
    Ma ” prima donna “( e lesbica, giusto per differenziarsi, siamo o non siamo il PD?) alla segreteria.
    I progressisti che arrivano sempre dopo…

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  5. Giusto per puntualizzare: quasi tutte le Premier in Europa e nei vari Paesi sono di destra o centro-destra. Quelli che…le donne due passi indietro?

    Intanto in GB si prepara a comandare , da Destra, un “abbronzato”: più ricco del Re, ci dicono.
    Che sia sempre e solo questione di soldi anche il razzismo?
    Io penso proprio di sì…

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