Sarà vietato dire “parmigiano”? Troppo sovranista…

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Beh certo non è edificante avere come ministro della Famiglia, con delega alla natalità e alle pari opportunità una sanfedista, sul merito è meglio lasciar correre, parliamo di un pilastro della weltanschauung leopoldina almeno quanto il progressivo conflitto d’interesse, i podestà sceriffi del Ps con le panchine di prima di Rosa park hanno guardato per anni con un misto di ammirazione e invidia all’ardimento della collega persecutrice seriale di mendicanti e perché dovremmo deplorare un Ministero del Made in Italy dopo il Very Bello di Franceschini?

Quello su cui proprio non può invece sorvolare il fronte degli intemerati progressisti antifascisti e democratici, è il sovranismo alimentare, quello no, e non volesse il cielo che nella titolarità di un dicastero ci mettessero un pizzico di populismo, che magari a qualcuno poteva venire in mente il Grande Assente dal cosiddetto agone politico, da dove è stato espulso dalle élite mainstream, dai costituzionalisti che dimenticano quante volte compaia nella nostra carta a cominciare dall’articolo 1 (La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione) come un bene custodito e da tutelare e diventato monopolio esclusivo di rozzi misoneisti ignoranti criminalizzati o compatiti, comunque delegittimati come poveri di spirito, impauriti alla ricerca identità e sicurezza.

Ma da quando è scattata la proibizione, quando il divieto assoluto di esercitare l’autodeterminazione ? Facile rispondere, si può addirittura datare la cancellazione del principio di sovranità da ogni spazio delle nostre vite: il divorzio tra Tesoro Banca d’Italia, l’inesorabile veleggiare del Britannia, la campagna di demolizione e svendita del nostro patrimonio industriale pubblico, le privatizzazioni, certo. In Europa e nel nostro Paese si erano create le condizioni propizie per costruire istituzioni sovranazionali che sottrassero potere decisionale agli Stati, dando a questo processo giustificazioni di carattere morale in presenza di soggetti forti e egemoni e di partner deboli e esposti a tentazioni antifederaliste, secondo criteri che si sono riflessi nelle architetture giuridiche e nella realizzazione della moneta unica in aperto contrasto con le utopie di cerchie elitarie che auspicavano lo spostamento il livello della sovranità dai Paesi a uno “Stato europeo” con un unico esercito, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni alle emigrazioni, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali nel contesto di una politica estera unica e unitaria”, neutrale tra Usa e Urss.

Dovremmo smetterla di parlare di anime belle incantate da una narrazione retorica, se per decenni si sono alimentate leggende distopiche: è l’Ue che garantisce la pace. l’Ue ha lasciato una significative porzione di autonomia e competenze economiche ai partner, salvo la modesta eccezione dell’euro, l’Ue assicura standard di crescita omogenei limitando le disuguaglianze, proprio grazie alla natura deflativa della sua moneta unica che tutela dal dominio di pochi ai danni dei molti impedendo a stati forti di autofinanziarsi battendo moneta o emettendo bond e obbligandoli a entrare nei mercati, a subirne le condizioni passando beneficamente a loro dire dalle svalutazioni economiche, giuridiche e organizzative del lavoro per raccogliere le sfide della competitività, della produttività, dell’innovazione e delle esportazioni.

Pensate a come ci siamo fatti portare via, come i condannati sul carretto, la testa incappucciata, avendo per spocchia o per viltà rinunciato alla solidarietà degli affini, convinti che a noi non sarebbe capitato, che ci saremmo salvati sotto l’ombrello carolingio, persuasi che tra scandali, repressioni, disuguaglianze, disordine, era alla fin fine preferibile la spoliticizzazione dell’economia, delle funzioni del mercato, della disciplina di bilancio.

Cominciò così la fase auspicata dai profeti del Grande Reset, quella di fare l’Italia senza italiani, soprattutto senza i lavoratori per fare un balzo avanti produttivo senza e a discapito dei proletari. Come? nei soliti modi: i licenziamenti, il decentramento aziendale, la trasformazione e la proliferazione dei contratti anomali. Non era facile arrivare alla totale precarizzazione e all’espandersi dell’economia informale, nei tempi voluti dai ceti dominanti, ma a questo venne in aiuto una delle componenti strutturali dell’ordoliberismo all’europea, il rigore sotto forma di austerità penitenziale, di sacrificio e di rinuncia favoriti dall’accettazione doverosa dei vincoli esterni e di una incessante opera di disciplinamento sociale, obbligatoria per riconquistare reputazione e legittimazione esterna.

Tutto agisce per far dimenticare che è all’interno di un contesto “nazionale” che di esprimono la lotta di classe, la determinazione a partecipare ai processi decisionali, alle esigenza si redistribuzione, equità, lotta alle disuguaglianze, per far uscire i cittadini dal “luogo” dove sono autorizzati, anzi, hanno il diritto politico e morale per chiedere conto dell’operato del loro ceto dirigente, in modo che si affidino fiduciosi al ricatto del mercato e di organismi sovranazionali.

È iniziata così la fese che gli storici definiscono della solitudine degli italiani persuasi delle virtù di confidare e affidarsi all’Unione, come una mamma severa ma irrinunciabile, un’Italia più in grande con vizi affini, litigiosità, burocrazie, clientelismo e nella quale si replicano le stesse disuguaglianze feroci, discriminazioni, inefficienze, guardianie intoccabili a difesa di lobby e privilegi. E non poteva che essere così, perché il principio della sovranità popolare sul quale la Costituzione si fonda, sia garanzie, valori e principi del lavoro che definiscono l’orientamento sostanziale della Carta e del sistema democratico, sono in totale contraddizione con i modi e le finalità dell’Ue e con il suo agire. La sovranità popolare non soltanto non solo non è un suo fondamento, basta pensare al ruolo irrilevante attribuito all’Europarlamento, o l’esclusione dai Trattati intergovernativi, ma è esorcizzata come un fantasma molesto da tutti i tavoli decisionali, sotto ricatto del giudizio dei mercati finanziari e perfino dei loro camerieri.

Dovrebbe farci sospettare che tra tante paure alimentate non ci sia quella di quel tallone di ferro, nel migliore dei casi retrocesso a deriva fideistica per che apprezza la cucina fusion e la pizza con ananas e nutella.