Meloni, prove generali di “tecno-sovranismo”

Non c’è dubbio che l’elezione di Ignazio Benito La Russa alla seconda carica dello Stato, nonché quella dell’integralista filo-Putin Lorenzo Fontana, assurto alla Presidenza della Camera, sia un vero e proprio trauma per la maggior parte dei cittadini. Non solo […]

(DI DONATELLA DI CESARE – Il Fatto Quotidiano) – Non c’è dubbio che l’elezione di Ignazio Benito La Russa alla seconda carica dello Stato, nonché quella dell’integralista filo-Putin Lorenzo Fontana, assurto alla Presidenza della Camera, sia un vero e proprio trauma per la maggior parte dei cittadini. Non solo perché queste due figure sono divisive, ma perché riflettono un’immagine oscura e ripugnante di questo Paese: quel che l’Italia in parte è stata, che non è più, che non vuole più essere. Chi può riconoscersi in loro? Non è difficile presagire che, nel futuro prossimo, ciò sarà fonte di incrinature, tensioni, contrasti. Tuttavia sarebbe un errore interpretare questa scelta di Meloni come un mero gesto di sfregio, l’affermazione di un’arroganza senza freni. Certo che nulla è stato concesso alle opposizioni, come dovrebbe essere in democrazia, ma al riguardo c’è già una lunga tradizione.

Il punto è che quella scelta non rappresenta il primo passo di una politica post-fascista, volta a riesumare gli incubi del ventennio, i fantasmi del passato. Piuttosto va inquadrata in un inedito progetto politico che si può chiamare tecno-sovranismo e non è meno allarmante. Vorrei ricordare che questa formula, rilanciata da Gilles Gressani, è nell’aria da un po’ e già da anni si discute sul nome per una destra – far right, estrema, radicale e tuttavia non minoritaria – che, pur essendo vecchia, vecchissima, ha l’abilità di spacciarsi per nuova. Prima ritenuta oscena, oggi è normalizzata nello spazio pubblico. Questa destra, pur non nascondendo la provenienza fascista, non esibisce una continuità ideologica, non sta lì a rivendicarla. Si presenta (e in fondo è) come un progetto in grado di far fronte all’instabilità dei tempi grazie a una re-azione, un reazionario far leva su basi, radici, identità note e familiari.

Prima puntati su Trump, poi su Orbán e Morawiecki (ma gli esempi sono più numerosi), adesso i riflettori sono ovviamente rivolti verso Meloni che si accinge a dar forma a questo progetto favorita dal contesto bellico. Come ho cercato di denunciare mesi fa su queste colonne, lo scenario attuale è segnato da una faglia, ormai profondissima, che alla frontiera russo-ucraina divide e ferisce l’Europa. La faglia è un confine amico-nemico nel senso inteso da Carl Schmitt. Il che vale sia da una parte sia dall’altra. In entrambi i casi ha la meglio un neo-nazionalismo feroce, spietato e sconcertante, che si riverbera anche nei Paesi europei. Si inneggia all’appartenenza patriottica contro il Nemico russo – chi non ci sta è un traditore. L’Europa si ricompatta intorno alle armi e ai dettati bellici della Nato. Voi chiamatelo, se volete, “atlantismo”. In tale contesto una nuova destra può inserirsi con facilità.

Questa sorta di “stato d’eccezione” in politica estera, cioè di sospensione della democrazia, per cui i cittadini, anche volendo, non potrebbero scegliere altro, si aggiunge a una sospensione previa, che ben conosciamo, quella del dettato economico, ovvero la completa subordinazione alla governance finanziaria della politica ridotta per questo ad amministrazione manageriale. Il governo Draghi, comunque lo si giudichi, è stato un passo decisivo verso un’ulteriore sospensione tecnica della politica.

Meloni è stata abilissima non nell’assicurare continuità, come si dice un po’ superficialmente, bensì nell’assumere la logica tecnocratica, che favorisce le élite, senza però – e qui sta il punto – cadere nella trappola elitarista (in cui è caduto il Pd). Anzi, forte del retaggio passato, si è fatta paladina del popolo. Così è arrivata allo straordinario risultato elettorale. D’altronde non è una novità che la tecnocrazia abbia prodotto la frattura tra élite e popolo, provocando il populismo in tutte le sue forme. Peraltro, essere oggi vicino al popolo, essere insomma un po’ populisti, non è in nessun modo una scelta negativa.

Ma quello di Meloni è un populismo sovranista, che difende cioè la sovranità della nazione in modo reazionario e, per certi versi, ancestrale. La deriva patriottica sta nell’intendere il démos come éthnos, il popolo come etnia, tra legami di sangue, di suolo, di famiglia. Di qui l’ossessione dell’identità e la xenofobia, intesa come timore verso tutto ciò che estraneo e altro, che potrebbe alterare: la modernità cosmopolitica, gli omosessuali, le femministe, i neri, il pensiero unico, gli intellettuali, ecc.. Coagulandosi intorno al “noi” patriottico e sovrano, gli italiani si apprestano così ad applaudire Giorgia Meloni, la salvatrice e redentrice della nazione in balia delle onde di una tempesta mai vista. Non si sa con quali conseguenze per la democrazia.

L’esperimento tecno-sovranista, basato su una schizofrenia politica, è in questa forma nuovo e come tale può presentarsi. L’Italia ne sarà purtroppo il laboratorio.