Cultura di potere

(di ANGELA BUONO – lidentita.it) – Quello che Giovanni Spadolini aveva creato nel 1974, il Ministero dei Beni Culturali, voleva essere un Ministero diverso dagli altri, poco burocratico ed eminentemente tecnico, dedicato alla tutela del patrimonio culturale in tutti i suoi aspetti, dall’archeologia alle arti, ai monumenti , ma anche alle Biblioteche storiche e agli archivi di Stato. Col tempo i compiti di questo dicastero si sono ampliati, al paesaggio, agli spettacoli, e talvolta al turismo e allo sport. Tuttavia la macchina organizzativa e gli indirizzi operativi erano sempre rimasti nelle mani di una dirigenza proveniente dai diversi rami scientifici. A questa si accedeva per concorsi che fino a una quindicina di anni fa si svolgevano con cadenza annuale e potevano essere riservati a funzionari interni, aperti all’esterno, o corsi-concorso, con commissioni miste tra dirigenti di ruolo e docenti universitari del ramo interessato. Si diceva “i ministri passano e i direttori generali restano”. La riforma Melandri alla fine degli anni 90, creando le Direzioni Regionali per coordinare i diversi uffici sul territorio, 4 Poli Museali e due Soprintendenze Archeologiche Speciali autonomi col rango di Direttori Generali, aveva attuato un decentramento amministrativo evitando conflitti di competenza locali. Al centro erano state definite le Direzioni Generali specialistiche (archeologia, belle arti, archivi, biblioteche, spettacoli, personale) per dare gli indirizzi generali di coordinamento, affidate a dirigenti tecnici. Ma Franceschini non ha apprezzato questa organizzazione e approfittando di due punti deboli organizzativi che andavano semplicemente rivisti e migliorati, ne ha approfittato per avocare al Ministro e alla politica le nomine della dirigenza, trasformando radicalmente l’impostazione spadoliniana liberale del Ministero, che prevedeva la separazione dei compiti istituzionali dagli indirizzi strategici che spettano alla politica. I punti deboli erano la separazione dei musei dalle soprintendenze (i Musei più importanti però erano già autonomi nei Poli Museali) e sul territorio le eventuali divergenze tra le diverse soprintendenze (in realtà già esistevano le Direzioni Regionali che assumevano le decisioni comuni). Franceschini ha pensato di riformare completamente l’organizzazione del ministero, abolendo gli uffici esistenti e separando i Musei, creando prima 20, poi 40, poi 50 Musei e Parchi archeologi autonomi, alcuni affidati a dirigenti di rango generale. Dov’è il trucco? Questi direttori vengono nominati sulla base di un bando internazionale e di una selezione da parte di una commissione unica, che propone al Ministro o al Direttore Generale Musei, da lui nominato, una terna di nomi tra cui loro scelgono liberamente il vincitore. Quindi una scelta fiduciaria del ministro: per Direttore Musei infatti Franceschini chiamò prima il semisconosciuto Antonio Lampis, dirigente della provincia autonoma di Bolzano, poi il fedelissimo Massimo Osanna. Si tratta quindi di 50 dirigenti, molti esterni al ministero e qualche straniero, di nomina strettamente politica e totalmente dipendenti da Franceschini e dal PD, con casi anche clamorosi di figure estranee per curriculum all’incarico. Poiché il numero dei dirigenti era però bloccato bisognava ridurre il numero di quelli di ruolo. Quindi, con l’intento dichiarato di unificare i procedimenti ed eliminare i dissidi tra le diverse soprintendenze, il ministro ha abolito le soprintendenze specialistiche (archeologiche, monumenti, belle arti) fondendole nelle soprintendenze uniche. Ma esistevano già le Direzioni Regionali per questa funzione, che Franceschini ha degradato a segretariati regionali, del tutto inutili, per creare i posti di Direttore Generale da affidare ai Direttori dei Musei da lui nominati direttamente. I musei e le are archeologiche da lui considerati poco importanti sono comunque stati tolti alle soprintendenze e affidati a nuovi uffici, le direzioni regionali musei, scatoloni vuoti che comprendono di tutto un po’ sparsi su una regione. Non basta. Visto che i soprintendenti unici vengono così ad acquisire un enorme potere anche politico, perché nel loro territorio controllano tutto, anche se giocoforza sono competenti solo in una delle specializzazioni, molto diverse fra loro, Franceschini ha aumentato il numero di nomine dirette del ministro previste per legge che erano il 6% dei dirigenti al 15%, quota che ha comunque ampiamente superato noncurante dei pareri della Corte dei Conti, finendo così per controllare politicamente anche le soprintendenze, specie nelle città e regioni controllate dal Pd: Roma, Milano, Napoli, Emilia Romagna, Toscana.

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