Conte archivierà Letta (e pure il Pd)

(Maurizio Belpietro – La Verità) – Letta archivia Conte, titolano i giornali commentando le ultime parole del segretario Pd. «Hanno deciso di fare cadere Draghi, una responsabilità grave», ha detto a proposito dei 5 stelle l’ex presidente del Consiglio concludendo la campagna elettorale. «Le nostre strade, dunque, si sono divise in quel momento in maniera irreversibile».

Chiaro, no? In realtà non molto, perché se si dà retta ai sondaggi, che continuano a circolare anche se una legge stupida pretende che siano tenuti nascosti agli elettori per non influenzarli, il fatto nuovo non è che «Letta archivia Conte», come scrivono le testate di riferimento della sinistra, ovvero i giornaloni, ma che Conte archivia Letta. 

Già, perché se fino a pochi mesi fa il destino dell’avvocato di Volturara Appula sembrava segnato, schiacciato com’ era tra le manovre del padre del Movimento e quelle dell’ex capo politico Luigi Di Maio, adesso, a essere segnato pare quello del professore di Sciences Po richiamato in servizio dalle correnti per mettere ordine in un Pd balcanizzato. Prima che calasse il silenzio sulle rilevazioni, il Partito democratico era stimato intorno al 22 per cento di consensi, non una grande percentuale, anche perché oltre a doverla confrontare con il 25 attribuito a Fratelli d’Italia bisognava calcolare che alle precedenti elezioni del 2018 non c’era Articolo Uno. 

Ma pur non riuscendo a conquistare lo scettro di primo partito del Paese, Letta poteva cercare di spacciare una sconfitta per una vittoria. Però sotto quel 22 per cento, vera soglia psicologica costruita come un argine per contrastare le critiche, sarà difficile reggere. E che la frana sia cominciata e l’argine rischi di essere spazzato via lo si capisce non solo scrutando i sondaggi, che ribadisco ci sono ma non si possono svelare, ma anche dalle dichiarazioni dei cacicchi dello stesso Pd. Da Andrea Orlando a Michele Emiliano, passando per il nuovo astro nascente del partito, ovvero Ely Schlein, vicepresidente dell’Emilia-Romagna, è tutto uno srotolare di tappeti rossi davanti a Giuseppe Conte e ai 5 stelle.

Sì, mentre Letta dice che l’alleanza con i grillini è archiviata per sempre, i suoi archiviano lui e già nelle segrete stanze si parla di Stefano Bonaccini segretario oppure del sindaco di Bari, Antonio Decaro, come candidato al prossimo congresso. Neppure chi lo ha richiamato da Parigi, mettendolo in sella alla guida di un partito che Nicola Zingaretti ha abbandonato accusando i compagni di pensare solo alle poltrone, ormai crede che Letta possa restare. A maggior ragione se il risultato delle elezioni somiglierà a quello che Matteo Renzi portò a casa nel 2018 e in conseguenza del quale fu costretto a fare le valigie.

Ma a proposito del fondatore di Italia viva: mesi fa, subito dopo la scissione dei 5 stelle capitanata da Luigi Di Maio, osservò che l’operazione era riuscita nel non facile compito di resuscitare Giuseppe Conte, che da fantasma della politica alla fine era riuscito a trovare un ruolo: quello di oppositore di Draghi. Profezia azzeccata, perché con una campagna tutta giocata nel Mezzogiorno e sul reddito di cittadinanza, con un gigantesco voto di scambio, l’ex premier gialloverde e giallorosso ha rianimato i 5 stelle, sottraendo consensi al Pd e gonfiando quelli grillini. Paradossalmente, correndo da solo e contro tutti, Conte ha recuperato parte dei voti che aveva perso, ponendosi come vero punto di riferimento della sinistra. 

In altre parole, non solo è Conte che archivia Letta, ma è il capo dei 5 stelle che dopo aver archiviato Davide Casaleggio, Luigi Di Maio, Beppe Grillo e la vecchia guardia del Movimento, oggi si candida a lanciare l’Opa sul Pd. Se infatti da queste elezioni il Partito democratico uscirà con le ossa rotte non sarà segnato solo il destino di Letta, ma anche quello di ciò che resta del vecchio partitone rosso.

Dal profilo Facebook di Stefano Fassina

?Il mio voto domenica prossima è per il M5S guidato da Giuseppe Conte. 

?È una scelta meditata e motivata, ma dolorosa perché, per la prima volta in quasi 4 decadi di presenze alle urne, mi separo dalla filiera originata dal PCI, di cui anche Liberi e Uguali, nel 2018, era in parte e indirettamente derivazione. Scelgo il MoVimento 5 Stelle per una ragiona essenziale. Per quelli che rappresenta: le periferie sociali, le classi medie spiaggiate, le generazioni più #giovani e più intransigenti sulla conversione ecologica integrale. 

Per quelli che c’erano stasera a Piazza SS Apostoli, più che per i protagonisti del palco. Certo, le fasce di #popolo dissanguato rappresentate dal MoVimento sono minori rispetto al picco delle ultime elezioni politiche. Dopo la fase catch all dalla facile postazione dell’opposizione, la perdita di consenso è inevitabile conseguenza della profilazione della identità, dovuta agli anni di governo nazionale e nei Comuni. Ma il M5S rimane, nell’arco progressista, il soggetto politico di gran lunga più insediato tra le fasce di popolo più in difficoltà. 

Qui, sta l’unico dato politico per accomunare il #M5S a La France Insoumise: le constituency, per usare il termine tecnico di scienza della politica. Il tentativo mediatico di screditare Giuseppe Conte nell’accostamento a Jean Luc Jean-Luc Mélenchon  è ridicolo. 

La base sociale di riferimento è condizione necessaria ad alimentare risposte giuste: se rappresenti quelli che stanno bene, è piuttosto improbabile che tu abbia come priorità gli interventi per quelli che stanno male. 

Ti concentri su punti post-materiali. Puoi eticizzare tutti i conflitti (dalla guerra, alle tasse, dal lavoro, all’immigrazione), tanto non pagano i tuoi. Insomma, la sinistra ufficiale è un lusso che le periferie sociali non possono permettersi. 

Certo, la condizione sociale dei rappresentati non è condizione sufficiente per definirti, altrimenti, in ossequio ad un determinismo economicistico, potremmo orientarci a destra, ancora più forte del M5S fuori dalle Ztl. Per scegliere da che parte stare, è quindi decisivo analizzare anche quello che si fa, perché oramai dovrebbe essere chiaro: non si è sinistra per rendita da gloriosa eredità o per roboanti propositi scritti e declamati. 

?In ragione del principio enunciato da uno dei maggiori filosofi contemporanei, Forrest Gump, “sinistra è chi sinistra fa”. Il M5S ha fatto cose di sinistra, anche quando ha governato con la destra. Elenco soltanto i titoli: nel Governo Conte I, il Reddito di Cittadinanza, strumento di contrasto alla #povertà e “salario di riserva” per resistere al ricatto del #lavoro povero; il Decreto Dignità, la prima misura in controtendenza dopo quasi 30 anni di precarizzazione del lavoro, attuata attraverso l’introduzione di specifiche causali per disboscare la giungla dei contratti a tempo determinato.

Poi, nel Governo Conte II, “l’europeismo consapevole”, sostenuto soltanto da alcuni di noi di LeU, nella resistenza all’imposizione del Mes; il blocco dei licenziamenti durante la fase più acuta della #pandemia, unico Stato a realizzarlo, seguito per un breve periodo dalla Spagna; la coerenza sulle politiche per la conversione ambientale, in particolare nella destinazione degli incentivi per la rottamazione delle auto e sul ciclo dei rifiuti a Roma; “l’atlantismo adulto” nello smarcamento dalla linea “più armi a #Kiev, più sanzioni a Mosca” e nell’insistenza sul negoziato per promuovere la pace, senza alcuna ambiguità sulla responsabilità di Putin nell’ingiustificabile aggressione all’Ucraina.

? Certo, vi sono stati anche provvedimenti inaccettabili nei governi presieduti da Giuseppe Conte, in particolare i famigerati “Decreti sicurezza” concessi alla Lega di Matteo Salvini. Certo, permangono ambiguità sul riconoscimento della funzione insostituibile delle rappresentanze sociali e dei “corpi intermedi”.

Quindi, nessuna aspettativa salvifica. Nessuna cambiale in bianco. Ma il cammino intrapreso dal M5S, al prezzo di perdite consistenti in termini di parlamentari e consenso elettorale rispetto a 5 anni fa, è chiaro. Il programma è condivisibile e le candidature selezionate sono di qualità.

?Oltre che meditata e motivata, la scelta “eretica” del mio #voto è dolorosa perché continuo a sentire un legame profondo con la comunità della sinistra ufficiale e, in particolare, con la comunità del Partito Democratico, nonostante la traumatica separazione imposta nel 2015 dal Jobs Act e dalla “Buona scuola”. È una comunità dove militano nei circoli, anche nei luoghi più impervi, nelle feste de L’Unità, nel volontariato elettorale, compagne e compagni, amiche e amici straordinari per passione e intelligenza politica disinteressata. Sono la migliore “società civile”.

?Dopo le elezioni, lavoreremo insieme a tante donne e uomini provenienti dai percorsi della sinistra sociale e ambientalista, con autonomia, per realizzare una relazione politica strutturata con il M5S. L’obiettivo è la ricostruzione, su solide fondamenta di cultura politica, dell’Alleanza progressista, sciaguratamente interrotta da chi ha eretto il Governo #Draghi a discriminante politica. Insomma, il 25 settembre è un passaggio di fase. Per quanto il futuro possa essere gravido di pericoli da destra, domenica prossima è un’alba, non un tramonto, per chi vuole fare “il mestiere della Sinistra nel ritorno della Politica”.

29 replies

  1. Francesco Guccini dice che voterà casini. L’età e un paio di interviste con Zoro hanno mandato in poltiglia il cervello del maestro. Alla faccia della saggezza a rimorchio dell’anagrafe.

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  2. Che ⚾⚾ questa retorica del voto di scambio da parte di Belpietro (in un articolo nel complesso buono, ma lui il giornalista lo sa fare). Quindi è voto di scambio anche promettere di detassare il lavoro?

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    • Anche il blocco navale, allora.

      P.s. tecnicamente, se proprio vogliamo essere precisi, una cosa già realizzata non può essere comunque “Voto di scambio”, ben diverso furono gli 80 denari. Ma vabbè…

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    • Esatto. Qualsiasi promessa elettorale è voto di scambio, inteso como lo intende Beltomo.

      Il voto di scambio ovviamente è altra cosa, ma si usa a sproposito il termine per gettare + merda su Conte.

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    • Pirgopolinice, puoi aggiungerci che la lombardia è la seconda o terza regione italiana con la percentuale più alta di percettori del reddito…, qui non si parla di voto di scambio?

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  3. Il “Voto di scambio” su cosa non si capisce davvero. Il reditto è sempre stato nei programmi, è stato attuato, e ora mantenerlo è un voto di scambio?! Sarebbe tale se venisse negato, e quindi tradito il proprio programma, per ottenere voti. Basta con queste c….. prive di logica

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  4. Beh, allora anche la linea politica seguita in campagna elettorale da Letta può essere declinata come voto di scambio.
    Tu “suicida” il PD e la possibile coalizione che potrebbe giocarsela e noi faremo questo per te.

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  5. Tra l’altro, Pirgo, il modo perentorio con cui afferma il concetto è da querela, perché il voto di scambio è un REATO.
    Che dimostrino, certi elementi, come può configurarsi come voto di scambio una misura a favore dei più disagiati, in vigore già da tre anni…
    Ma conoscono il significato di “voto di scambio”?
    O lo conoscono perfettamente, ma cavalcano strumentalmente gli sproloqui del Bomba, isterico per il solito attacco di invidia acuta?

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    • Giusto, e infatti Letta andrebbe indagato per voto di scambio.
      O, in alternativa, andrebbe disposta una perizia psichiatrica

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    • Ciao Anail non so se ricordi che gia qualche anno fa dicevo che secondo me il m5s deve (come doveva fare gia da subito dopo le elezioni del 2018) necessariamente querelare per tutelare la propria “immagine” dalle panzane vomitate a mezzo stampa (e tv); ma non avendolo mai fatto, questi continuano imperterriti, tanto già sanno che nessuno li querelerà…..

      Le querele per danno di immagine a mezzo stampa è concetto ben diverso dalle querele cosiddette temerarie, quelle dei politici fatte ai giornalisti che “indagano” (o riportano notizie di “indagini” della magistratura) nei loro confronti…

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  6. “nelle segrete stanze si parla di Stefano Bonaccini segretario oppure del sindaco di Bari, Antonio Decar”

    Ah quindi a uno non dico buono, ma quanto meno passabile che non sia stato mai renziano, proprio non ci pensano?

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  7. Grande ubaruni che hai resuscitato Mr. Magoo!
    Peccato che non abbia nominato la riforma Bonafede, il momento più alto del M5S. Purtroppo l’apice fuoriesce troppo dalla media come un ramo randagio dal cespuglio ed è stato un attimo tagliarlo con la schiforma cartabia.

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