Da Berlusconi a Draghi dopo appena un ventennio

Dal pianoforte alla danza classica, da convinta “antifemminista” alle Pari Opportunità, dall’esuberante Silvio al santissimo Mario (e a Calenda). “Rieccoci. Siamo tornati ai nani e alle ballerine”, dice uno molto maleducato, che si è appena seduto in platea, davanti ai replicanti del circo elettorale […]

(DI PINO CORRIAS – Il Fatto Quotidiano) – “Rieccoci. Siamo tornati ai nani e alle ballerine”, dice uno molto maleducato, che si è appena seduto in platea, davanti ai replicanti del circo elettorale. Del nano guai a parlarne, altrimenti si commuove e ci commuove. Della ballerina, che poi sarebbe Maria Rosaria Carfagna, in arte Mara, si può dire senza inciampare nei diritti violati, perché ballerina lo fu davvero, ma di danza classica, persino diplomata in pianoforte, anche se poi ha bazzicato una televisione molto al di sotto della sua intonata esuberanza, diciamo una tv in ciabatte e peperonata, condotta da brave persone, tipo Magalli Giancarlo, Mengacci Davide e il povero Frizzi, da cui ha fatto benissimo a scappare in piena gioventù, salvandosi per sempre.

Peccato per i calendari vedo-non-vedo che si è lasciata alle spalle, uno addirittura sgocciolante limoni accaldati su pelle nuda, che ancora la perseguitano, nonostante i cento tailleur Armani indossati, in questi ultimi vent’anni. Tutti rigorosamente con i bottoni della camicetta di seta ben allacciati fino all’ultima asola del perbenismo sociale, moltiplicato dall’ascesa politica dentro lo scollacciato impero berlusconiano: parlamentare nel 2006, a 31 anni, ministro per le Pari Opportunità a 33, vicepresidente della Camera dieci anni dopo. Titolare, in pubblico, di una estetica studiatissima (“è la più bella ministra del mondo”, stabilì la tedesca Bild) ancorché monotona, tuttavia bilanciata da una interiorità in permanente subbuglio a dirne la costante maturazione culturale. Dai tempi sordi in cui si dichiarava orgogliosamente “antifemminista, le quote rosa sono umilianti”, prendeva a calci negli stinchi i gay, “perché non possono procreare”, proponeva leggi contro la prostituzione “che come donna mi fa orrore”, e aggiungeva, facendo vento agli occhioni con le ciglia: “Non comprendo chi vende il proprio corpo per trarne profitto”. Frase di massimo coraggio che rotolò accanto all’inchiostro del suo compagno di partito Paolo Guzzanti che in quelle stesse ore, lanciava il suo libro invettiva con titolo spericolato “Mignottocrazia, la sera andavamo a ministre”, Aliberti editore, anno 2010, scritto guardando dentro lo specchio dei bagni di Palazzo Grazioli e quelli di Palazzo Chigi, dove transitava il gineceo del sultano. Il quale, in pieno marasma senile fece il guaio di dichiararsi pubblicamente davanti a Mara: “Se non fossi sposato ti sposerei”, nella opportuna cornice dei Telegatti, scatenando il digrignar di denti di Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, che pretese pubbliche scuse dal marito, e in capo a un paio di anni, anche il divorzio dal “Drago a cui si offrono le vergini per rincorrere il successo”.

Da quegli abissi di sudditanza Mara si è sollevata un poco alla volta, nel biennio fatidico 2011-2012. Istruita da Paola Concia e Vladimir Luxuria, chiederà scusa ai gay: “Ho superato una mia diffidenza”. Si rimangerà le stupidaggini sulla procreazione come “requisito fondamentale per volersi bene”. Si batterà per la legge contro il femminicidio con la campagna “Non è normale che sia normale”. Addirittura divorzierà da un tale Mezzaroma, palazzinaro, con cui si era sontuosamente sposata undici mesi prima nel castello di Torrimpietra con torta a cinque piani, i libretti della cerimonia in raso, le camelie, l’altare bianco, e il Cavaliere nero a farle da testimone.

Lui da allora in caduta libera. Lei sempre più imperturbabile e distante. Addio a tutti i corteggiatori di un tempo l’ex missino Italo Bocchino, il piduista Luigi Bisignani, i modi sempre più garbati, persino un libro fotografico – “a ridaje!” – stavolta per raccontare non i mesi dell’anno, ma le sue gesta da ministra, lei in mimetica tra i soldati in Kosovo, in maglioncino tra i terremotati e finalmente in velo di pizzo nero, non più davanti a un limone, ma addirittura in Vaticano da papa Ratzinger.

Fino all’apoteosi dell’ultimo governo accanto a Mario Draghi, che l’ha voluta ministro per il Sud. Compito che ha svolto con molti dossier e altrettanti “convegni programmatici” che sono il nuovo rito delle tecnocrazie riflessive, di solito convocate in ville blindatissime, tipo Villa Zagara a Sorrento lo scorso maggio, a promettere “una nuova stagione geopolitica per il Sud” (guai a prometterne una vecchia) con un po’ di economisti a contratto, qualche diagramma, imprenditori sgomitanti al buffet, molti fotografi, molte tv nei panni dell’orchestra che suona l’inno nazionale. Salvo poi scoprire – dai dati appena pubblicati senza fanfare e senza fanfaluche dallo Svimez, il centro studi sul Mezzogiorno – che il Sud in quanto a stagione geopolitica se la passa sempre peggio, poco lavoro, niente sviluppo, crollo dei consumi, scuole disastrate, asili inesistenti, i giovani più bravi in fuga, i salari più bassi d’Europa, il precariato più alto. Per non dire delle quattro mafie che masticano appalti, reddito e politica, ma non è mai chic parlarne in villa.

Mara forse sa, forse non sa. In compenso studia, si applica, ci prova. In qualità di ministro per il Sud ha fatto il consueto nulla, ma come padrona di casa è sempre stata bravissima e il riverbero mediatico è la sua permanente garanzia di successo. I direttori la adorano, i politologi anche di più.

Le sue radici stanno a Salerno, dove è nata il 18 dicembre 1975. Famiglia borghese, padre preside, madre insegnante, entrambi moderati, come la figlia che moderatamente puntava a diventare miss qualcosa, prima di accorgersi che al mondo c’è di meglio delle piccole trame di Lele Mora.

Iscritta a Forza Italia dagli esordi, impiega vent’anni per accorgersi che “non è quella la casa dei moderati”. Ne esce qualche ora fa sbattendo la porta. Si autocelebra: “Ho fatto una scelta enorme”. Casca dalle parti di Carletto Calenda, all’ombra del santissimo Draghi: “Ho la certezza di stare con gente che mai si sognerà di tramare con la Russia o con l’Ungheria di Orban. La mia è una scelta di libertà, serietà e soprattutto verità”. Nel frattempo si è risposata e ha fatto una bimba, trattandosi di vero amore. Tornerà in Parlamento con i voti del pd, graziosissimo capolavoro della nostra eterna commedia danzante.

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7 replies

  1. Corrias ti amo!!

    P.s. “ il divorzio dal “Drago a cui si offrono le vergini per rincorrere il successo”.
    Bella, bellissima frase, ma scarseggiano le vergini!

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  2. Ma come fa Letta ad imbarcare nella sua coalizione Carfagna, Brunetta e Gelmini? Più me lo chiedo più qualsiasi risposta mi sembra surrealismo puro

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    • Guarda che quelli (i pidioti) imbarcano tutti. Prima di questi 3 hanno imbarcato anche una certa Beatrice Lorenzin. Stessa provenienza.

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