Povera Italia: il disagio dilaga, ma la colpa è sempre del Reddito di cittadinanza

Precarietà, salari bassi, inflazione: così il nostro Paese sta diventando la terra della povertà

(Enrico Mingori – tpi.it) – Se avete comprato questo giornale probabilmente riuscite a far fronte anche alle spese essenziali del quotidiano: cibo, casa, bollette, vestiario. Ma guardatevi attorno: un italiano su dieci vive sotto la soglia di povertà assoluta, cioè fatica a permettersi persino le spese minime per un’esistenza dignitosa. Lo dice l’Istat: i poveri assoluti sono il 9,4% della popolazione. Eppure non è sempre stato così. Nel 2005 aveva difficoltà ad arrivare a fine mese appena il 3,3% di noi. Da allora, in poco più di quindici anni il numero di individui poveri è quasi triplicato: ieri erano 1,9 milioni, oggi sono 5,6 milioni. Come siamo arrivati a questo punto? Prendete un Paese sfibrato da precarietà e disuguaglianze, aggiungeteci una crisi finanziaria, una pandemia, un’impennata epocale dei prezzi energetici e un’inflazione galoppante. Il risultato ce l’avete sotto gli occhi: tra gli Stati fondatori dell’Unione europea, l’Italia è quello con il più elevato tasso di povertà assoluta.

In trappola

Secondo il rapporto annuale dell’Istat, presentato pochi giorni fa a Montecitorio, le difficoltà economiche sono aumentate soprattutto per le coppie non anziane con figli a carico e per i nuclei monogenitori. «Già dal 2005 al 2015 c’era stato un cambiamento», ricorda Nunzia De Capite, sociologa dell’Ufficio politiche sociali di Caritas. «La povertà non è più concentrata solo al Sud, nelle famiglie numerose e fra i disoccupati. Da una decina d’anni ormai c’è stato uno smottamento economico e sociale che ha fatto aumentare in misura proporzionalmente maggiore la povertà  al Nord, fra gli occupati, nelle famiglie con due o tre componenti. E tra i giovani». Soprattutto dopo la pandemia, prosegue De Capite, «sono aumentate le persone che si rivolgono alla nostra rete di sostegno per la prima volta, mentre è rimasta elevata la quota di chi ne beneficia da più di cinque anni. Si è creato insomma quello che noi chiamiamo “effetto tenaglia”: è sempre più facile cadere in povertà, ma è sempre più difficile uscirne. Si rimane intrappolati». Povero, peraltro, non fa sempre rima con disoccupato: nel frullatore sociale che mescola precarietà e salari bassi, anche chi ha un lavoro può ritrovarsi sotto la soglia di povertà. Circa 4 milioni di dipendenti del settore privato (esclusi agricoltura e lavoro domestico) sono pagati meno di 12mila euro all’anno. Lordi. E 1,3 milioni di dipendenti – spesso giovani, donne o stranieri – hanno una retribuzione inferiore a 8,41 euro all’ora. E allora non sorprende vedere l’Italia al quarto posto in Europa per percentuale di working poor (lavoratori poveri): si tratta del 12% della forza lavoro del Paese, contro una media Ue del 9%. Solo Romania, Spagna e Lussemburgo fanno peggio di noi.

Ma il tema non sono solo gli stipendi insufficienti. Come si sottolinea nel rapporto annuale dell’Inps – anch’esso presentato nei giorni scorsi a Montecitorio – la povertà lavorativa «è il risultato di un processo che va oltre il salario e riguarda i tempi di lavoro (ovvero quante ore si lavora abitualmente a settimana e quante settimane si è occupati nel corso di un anno) e la composizione familiare (e in particolare quante persone percepiscono un reddito all’interno del nucleo), oltre che l’azione redistributiva dello Stato». Ad esempio, in 1,9 milioni di famiglie l’unico componente occupato è un lavoratore “non-standard”, cioè a tempo determinato o collaboratore o in part-time involontario. Questi occupati «vulnerabili» (così li definisce l’Istat) sono ormai quasi 5 milioni in Italia, pari a un quinto del totale degli occupati. E quasi la metà dei dipendenti a termine ha un’occupazione di durata pari o inferiore ai sei mesi.

«Spesso coloro che si rivolgono per la prima volta a noi di Caritas – spiega De Capite – sono nuclei famigliari di under 35 in cui una o due persone lavorano e in cui i redditi oscillano intorno ai mille euro al mese. Non sono più gli anziani soli che eravamo abituati ad assistere, ma i giovani precari. Persone che fanno lavori intermittenti, che lavorano cioè pochi mesi l’anno, magari per poche ore alla settimana. Già prima della pandemia vivevano in una situazione di galleggiamento e con il Covid sono precipitate e si sono rivolte ai nostri centri. Una tendenza totalmente nuova per Caritas».

Autunno caldo

Se i problemi vengono da lontano (precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro e stagnazione dei salari), nel 2022 le tasche degli italiani sono state ulteriormente svuotate dal ritorno di una “tassa occulta” di cui ci eravamo dimenticati: l’inflazione. A giugno l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dell’8,5%, un balzo che non si registrava addirittura dal 1986. Per l’anno in corso l’Istat si attende un incremento del 6,4% che potrebbe far tornare il potere d’acquisto delle retribuzioni ai livelli del 2009. «L’accelerazione inflazionistica che ha caratterizzato la seconda metà del 2021 e i primi cinque mesi del 2022 rischia di aumentare le disuguaglianze», avverte l’Istituto nazionale di statistica. Per non dire della contrazione della domanda interna, che peraltro frena l’economia nazionale ormai già da una decina d’anni.

«Tra gli effetti della guerra e della crisi del gas c’è da aspettarsi per l’autunno un aumento ulteriore dei poveri assoluti», mette in guardia il sociologo Domenico De Masi, che individua la causa all’origine del boom di povertà negli «effetti della politica economica neoliberista che è stata adottata in Italia negli ultimi trent’anni, anche e soprattutto dai partiti che si dicono di sinistra». E veniamo così al tema più divisivo della politica italiana: il reddito di cittadinanza. Oggi lo percepiscono 1,5 milioni di nuclei famigliari, per un totale di 3,4 milioni di individui coinvolti. Di questi circa la metà è difficilmente occupabile, mentre 393mila percettori hanno diritto all’assegno pur avendo un lavoro (evidentemente non ben remunerato).

Lotta di classe

La misura – che in tre anni è costata alle casse dello Stato complessivamente 23 miliardi di euro – non funziona in maniera perfetta. La Caritas – totalmente inascoltata dal Governo – ha osservato ad esempio che, per come è strutturato, il contributo penalizza chi risiede al Nord, le famiglie numerose e gli stranieri. Non tutti coloro che lo ricevono versano in condizioni di povertà assoluta, e d’altro canto non tutti i poveri assoluti ricevono l’assegno. Pur con tutti questi difetti, tuttavia, il reddito di cittadinanza secondo l’Istat ha «evitato a un milione di individui (circa 500mila famiglie) di trovarsi in condizione di povertà assoluta»: «Senza sussidi, l’intensità della povertà nel 2020 sarebbe stata di 10 punti percentuali più elevata, raggiungendo il 28,8% (a fronte del 18,7% osservato)».

Eppure c’è un ampio fronte nel sistema politico-economico – da Renzi e Salvini alla Confindustria di Bonomi – che identificano il reddito di cittadinanza come il nemico pubblico numero uno. Sul fronte opposto, osserva De Masi, c’è una massa di milioni di persone che versano in stato di povertà e che – se organizzate – potrebbero diventare una «forza inarrestabile» nel Paese. «Se avessero la necessaria consapevolezza, se fossero coordinati tra loro, se avessero una leadership, se sapessero qual è la posta in gioco, quali sono i nemici e gli alleati – prosegue il sociologo – i poveri sarebbero una classe sociale a tutti gli effetti. Purtroppo però non c’è nulla di tutto questo. Non c’è un partito che faccia azione pedagogica, che li rappresenti e dia loro voce». E così i 5,6 milioni di poveri italiani si ritrovano senza soldi, senza futuro e pure senza rappresentanza. Poveri e soli. Poi non stupiamoci se le elezioni le vince l’astensionismo.