Il gioco più bello del mondo

(Francesco Erspamer) – I primi mondiali di calcio che ho seguito con attenzione furono quelli in Messico del 1970; di quelli in Inghilterra di quattro anni prima ho solo pochi ricordi confusi che fanno fatica a restare distinti dalle informazioni acquisite in seguito. In ogni caso per più di mezzo secolo ho periodicamente passato alcune settimane con la testa nel pallone.

Non accadrà quest’anno. Quest’anno i campionati in Qatar non solo non li guarderò ma neppure mi interessano. Non perché non ci sarà l’Italia; abbiamo vinto gli Europei e mi basta per almeno dieci anni: stravincere mi puzza di monopolio e di arroganza. E neppure perché è assurdo avere assegnato l’organizzazione dei mondiali a un paese che non era mai riuscito a qualificarsi e che è poco più grande e popoloso dell’Abruzzo nonché intollerabilmente afoso d’estate: solo perché immensamente ricco e alleato degli Stati Uniti (che hanno convinto, o guarda, i paesi confinanti a sospendere le sanzioni decretate contro di esso per via del sostegno dato a movimenti integralisti).

La ragione della mia ostilità è che amo il calcio e lo pratico da sempre; per cui lo considero un po’ mio. La grande finanza se ne è appropriata e lo sta stravolgendo e spremendo per arricchirsi smodatamente nel più breve tempo possibile, incurante delle conseguenze di medio e lungo termine; fa così con qualsiasi cosa tocchi e appena l’ha sfruttata fino in fondo, la butta via. Distruggerà anche il gioco più bello del mondo, come veniva chiamato (originariamente era addirittura “the people’s game”, il gioco del popolo, prima di diventare il giocattolo dei miliardari e dei giornalisti al loro servizio), se la si lascia fare; e la stanno e stiamo lasciando fare. Non però con la mia partecipazione o complicità. Con la vostra?

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