Può l’Italia rinunciare a breve termine al gas russo? No, a meno di non farsi molto male l’inverno prossimo e moderatamente quello dopo. Vogliamo dunque pagare in rubli? Non sia mai, i rubli no, però, insomma, un modo va trovato. […]

(DI MARCO PALOMBI – Il Fatto Quotidiano) – Può l’Italia rinunciare a breve termine al gas russo? No, a meno di non farsi molto male l’inverno prossimo e moderatamente quello dopo. Vogliamo dunque pagare in rubli? Non sia mai, i rubli no, però, insomma, un modo va trovato. Ma quando saremo indipendenti dalla Russia (e dipendenti dall’Algeria)? Se tutto va bene dal 2025. Sì, il discorso del ministro Roberto Cingolani nella sua informativa di ieri alla Camera è stato più articolato, ma la sostanza è questa e tanti saluti al “preferisce la pace o il condizionatore acceso” di Mario Draghi.

Andiamo con ordine. Questa è la previsione del governo secondo il titolare della Transizione energetica: “L’interruzione immediata dell’importazione di gas dalla Russia renderebbe critico il superamento dell’inverno prossimo”, che sarebbe “difficilissimo” perché “rimarremmo con gli stoccaggi al 40%”. Di che parliamo? “Per darvi un’idea, a inizio 2023 ci potrebbero mancare 10 o 15 miliardi di metri cubi su 76 totali, insomma un numero importante”, a spanne il 15-20% del fabbisogno di gas o, detto in altro modo, il 5-7% del mix energetico nazionale su cui il gas pesa per circa il 36%.

Cosa significa 10-15 miliardi di metri cubi? Basti dire che, sempre secondo Cingolani, le misure di risparmio già programmate tipo abbassare i consumi di riscaldamenti e condizionatori valgono due miliardi di metri cubi: per coprire gli altri 8-13 miliardi mancanti dovremmo distruggere domanda, cioè razionare elettricità/gas sia nelle case che nelle fabbriche (a non dire di prezzi in ulteriore aumento).

Insomma, se proprio dobbiamo rinunciare al gas russo che almeno si cominci dall’anno prossimo: “Un’interruzione a fine 2022 garantirebbe il riempimento degli stoccaggi, in modo concomitante alla crescita delle nuove e diverse forniture internazionali”. Non sarebbe comunque indolore visto che a oggi l’esecutivo ritiene che ci vorranno due anni per sostituire l’import dalla Russia grazie ai contratti firmati in Africa nelle ultime settimane: “Nel 2025, quando dovremmo essere lontani da questa fase, avremo sostanzialmente 25 miliardi di metri cubi che rimpiazzano i 29 attualmente importati dalla Russia” (il resto, molto poco, è affidato alla crescita delle rinnovabili). Questo se va tutto bene: “In tutti gli scenari è di fondamentale importanza che il primo rigassificatore galleggiante entri in funzione entro l’inizio del 2023” e il secondo “entro la fine del 2023 o al massimo l’inizio del 2024” altrimenti “non riusciamo a sostituire col Gln la parte di gas allo stato gassoso che ci viene a mancare”. È bene ricordare però che per nessuno dei due il contratto (se ne occupa Snam) risulta chiuso.

Domanda: perché Cingolani parla di stop alle forniture da maggio se il gas russo non è, né sarà messo sotto embargo? Perché tra due settimane Eni e le altre aziende che importano da Mosca dovranno pagare la prima tranche col nuovo sistema voluto da Vladimir Putin.

Com’è noto, il pagamento avviene in euro o dollari in un conto e poi – dice il ministro – “la Banca centrale russa in un paio di giorni li cambia in rubli e li deposita su un secondo conto, che è sempre aperto dall’operatore, che a quel punto dà un ok. La Russia considererebbe concluso l’acquisto quando viene dato l’ok, mentre per l’operatore europeo in realtà l’acquisto è concluso quando ha ricevuto la fattura in euro. Il problema sono quei due giorni di ‘cambio’, che vanno legalmente interpretati per capire se rappresentano una violazione delle sanzioni”. Su questo, dice Cingolani, l’Europa deve dare “indicazioni molto chiare” subito “perché già a metà maggio si dovranno fare dei pagamenti” e gli operatori “non possono rimanere col cerino in mano”.

Tutto il discorso è un messaggio a Bruxelles, dove lo scontro sul tema tra i Paesi Ue è durissimo. La commissaria all’Energia, Kadri Simpson (la sua Estonia è per l’embargo totale) ha sostenuto che dopo il blocco delle forniture a Polonia e Bulgaria, che avevano rifiutato di pagare in rubli, “ora le sanzioni devono colpire Gazprom”. Sarebbe solo un altro modo per chiudere i rubinetti.