La boutique europea della guerra

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Si sa che il nero sfina, il rosso è il colore delle brune, il bianco si può osare solo da abbronzate, col grigio e il blu non si sbaglia mai, mentre il verde è un colore audace adatto alle più risolute, come fa intendere il proverbio: chi di verde si veste di sua beltà si fida. A confermare che la saggezza popolare ci indovina sempre è il  presidente o presidentə dell’Europarlamento che si è presentata in maglietta verde militare all’appuntamento epocale a Kiev con il presidente eroe e martire abbigliato come d’abitudine per girare il remake di “Quella sporca dozzina”.

D’altra parte in certi ruoli strategici ci vuole una donna che rechi il suo bagaglio di qualità specifiche di genere, sensibilità, attitudine alla cura, amabilità, che la mettono sempre dalla parte dei deboli e della non violenza, e anche un di tocco di muliebre civetteria che non guasta mai e che deve averle suggerito una versione ingentilita della divisa d’ordinanza del “popolo fatto esercito” e del suo leader, che si dimostra sempre attento alla sua immagine, diventata un’arma insostituibile di propaganda per sé e per il successo della serie arrivata  sui nostri teleschermi.

E difatti l’Adn Kronos ha messo un po’ di ciccia nelle sue cronache sulla guerra  con il parere professionale  della stilista Ravizza: “Zelensky è perfetto dal punto di vista stilistico, ha fatto sapere, impersona un guerriero, è un simbolo della resistenza dell’Ucraina” e quella sua maglietta fina, “di un colore che si usa molto nella moda”,  vuol dire  ‘sono con voi, non combatto in strada, ma combatto a tavolino e vi sono vicino”.

Chissà che elettrizzata la biondina di Strasburgo per le maschie blandizie  di Zelensky: “venire qui, le ha detto, è stato un atto eroico”, come non ha mancato di osservare la stampa a commento della foto della stretta di mano tra i due presidente, perché in quella stretta c’è “l’intera Europa che con fermezza dice no alla guerra si alla libertà”.

E alle quali la Metsola risponde con tre promesse: “Con l’invasione criminale del vostro Paese la Russia si è posta in diretto confronto con l’Europa, noi, la comunità internazionale, e le regole su cui è basato l’ordine mondiale, ma noi non glielo lasceremo fare“. L’Ue si impegna poi per appagare le aspettative del popolo ucraino di entrare a far parte dell’Unione: “potrà contare sul sostegno pieno dell’Europarlamento per raggiungere questo obiettivo”.  E infine nel ricordare che l’Ue ha fornito assistenza finanziaria, militare e umanitaria, ha confermato la volontà di collaborare oggi con sanzioni sempre più estese e un domani con il contributo concreto alla ricostruzione del paese martire.

Con promesse così impegnative ed azzardate è un sollievo sapere che l’Europarlamento conta addirittura meno die parlamenti dei paesi partner, incaricato delle Pr della Commissione, ruolo che svolge nella totale clandestinità e caratterizzato da interventi estemporanei come quella famosa risoluzione sulla memoria corta e manomessa che equiparava comunismo e nazifascismo, oggi riveduta e corretta con la condanna del primo che ispirerebbe le nequizie di Putin malgrado il trascorrere del tempo e degli eventi storici, e la legittimazione del secondo incarnato dai nuovi partigiani di Azov scesi in campo per difendere i nostri valori di civiltà e libertà.

L’ufficio propaganda fide della van der Leyen si adopera così per accreditare un messaggio unanimista e plebiscitario che dovrebbe galvanizzare i popoli europei chiamati al sacrificio in nome della solidarietà che da decenni non ha diritto di cittadinanza nel continente, sostituita da provvisorie e effimere carità che si rivelano ben presto pelose, come nel caso dei prestiti accordati a paesi investiti da fenomeni migratori – purché li investano per dirottarli su altri territori meno meritevoli di comprensione e aiuto, o di nazioni costrette da commissari liquidatori a elevare il loro debito per approvvigionarsi di preparati farmacologici farlocchi mentre l’economia andava in rovina, la gente moriva senza assistenza e cure proibite, le attività produttive chiudevano e si avviava una pratica discriminatoria per selezionare un personale più arrendevole e obbediente.

La mission aziendale ora consiste nel tradurre nei fatti l’etica penitenziale e sacrificale con la quale l’Ue condisce le sue misure che hanno come scopo primario quello di costringere i suoi membri alla rinuncia definitiva di autonomia e sovranità, per consegnarsi in maniera irreversibile e fatale all’egemonia americana.

Ad aiutare questi processi di dismissione della nazionalità, ormai colpevolizzata come declinazione del più bieco nazionalismo, è stata favorita l’ascesa al potere di governi che dichiaratamente si sono messi al servizio della causa o di burattini mandati dalla casa madre che oggi hanno infilato la testa nell’elmetto e a vari livelli di fedeltà si occupano della manutenzione e del prolungamento del conflitto in modo che si possa realizzare l’ipotesi fatta da Hillary Clinton di trasformare l’ucraina  nel nuovo Afghanistan, un deserto dei tartari con i russi arroccati e invischiati in una guerra dei nervi, dei costi immani, dell’isolamento internazionale.

Perché una caratteristica dei questi leader e degli ideologhi del totalitarismo occidentale è quella di sbagliare le previsioni con una cieca ostinazione pari solo al delirio di onnipotenza. E difatti l’esito delle sanzioni che stanno già pagando i cittadini europei dimostra la miopia della visione del futuro, la sottovalutazione della potenza che hanno scelto come nemica, delle sue alleanze inossidabili, e perfino della qualità morale  della mobilitazione che hanno promosso intorno alla leggenda di un popolo e di un leader che dovrebbe aggregare consenso e persuadere a rinunce e privazioni.

Così adesso la funzione dei portavoce europei è di indicare l’obbligo morale di partecipare a una guerra “giusta”, a disfarsi di eventuali dubbi legati alle accertate infiltrazioni naziste, a considerare doverosa l’occupazione militare dell’Ucraina e degli stati limitrofi da parte della Nato come sacrosanto deterrente difensivo, a ritenere irrilevante la presenza di 16 biolaboratori del figlio del presidente americano, alla paternità di un colpo di stato e delle lezione di un presidente che ha appena eliminato tutti i partiti di opposizione nel proprio Parlamento, dichiaratamente finanziato dagli Usa, contando sulla passiva acquiescenza di popoli che per due anni si sono bevuti frottole, pozioni e bocconi amari.

A guardarsi intorno e malgrado la pressione di una stampa indegna e prezzolata, sembra che   stavolta abbiano proprio esagerato: sgrezzati da una campagna che ha tolto diritto di parola e di manifestare, lavoro, beni, sicurezze e prerogative anche i meno scaltriti cominciano a temere un tempo di guerra già iniziato che costa 104 milioni in armi ogni giorno, mentre gli ospedali e la scuola, i servizi pubblici e l’assistenza a invalidi e malati sono costretti a sospendere la loro attività, che fa prevedere restrizioni, borsa nera per prodotti essenziali, speculazioni, razionamenti, autorizzati dalla obbligatorietà di combattere un nemico demoniaco che potrebbe minacciare questo Paese di Bengodi, la sua libertà, la sua pace.

Dobbiamo rassegnarci? È troppo tardi per dire di no? non è il momento di combattere il nemico in casa?

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