Roma: La capitale sbagliata

(di Massimo Fini) – «Roma sarebbe una delle città più attraenti del mondo se non svolgesse una funzione che non è la sua» (Guido Piovene).Il viaggiatore che senza sapere, per avventura o per ipotesi, in che luogo del mondo si trovi, scendesse, superata Viterbo, lungo la Cassia, attraverso l’interminabile campagna laziale, abbioccante, sonnolenta, torpida e solitaria (“La mirabile solitudine della campagna romana” scrive Stendahl) popolata da pecore più che da uomini, disegnata dalle forre più che dalle coltivazioni, difficilmente potrebbe immaginare o supporre, al fondo di quella strada, l’esistenza di Roma. Roma con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti. Roma capitale di un Paese che bene o male, resta fra i primi dieci industrializzati del mondo.

Roma, è per il viaggiatore, un violento pugno nello stomaco. Nulla, fin quasi al raccordo anulare, la segnala o la preannuncia. Poi, quasi d’improvviso ci si trova davanti a questa escrescenza con le sue enormi e degradate periferie, la sua inaffondabile sporcizia, il suo tono mediorientale o, addirittura, asiatico.

Roma, come capitale, è un fatto quasi unico nel mondo occidentale. Come Londra, Parigi, Vienna, Roma è capitale a tutti gli effetti, è cioè la città più importante del Paese, ma a differenza di Londra, di Parigi, della stessa Vienna non ha nessuna dimensione e nessun retroterra industriale. Come Bonn, Washington, Brasilia, Canberra, Roma accentra le funzioni politico-amministrative ed è la tipica città che “consuma e non produce”; ma a differenza di quelle, che sono città dalle dimensioni ridotte, si avvicina pericolosamente ai quattro milioni di abitanti. Se si cercano paralleli in Europa si trovano solo Atene (che però è molto più piccola: mezzo milione di abitanti) o Madrid (che ha comunque un effettivo contraltare in Barcellona), che non sono incoraggianti.

Basterebbero queste caratteristiche “fisiche” di Roma a legittimare (ammesso che ci sia bisogno di legittimazioni) le domande che ci siamo posti con questa inchiesta. È Roma, la Roma di oggi, una capitale funzionale per l’Italia? Che cosa ha significato la scelta di Roma capitale per la nostra storia, soprattutto recente? E in che misura Roma, il suo particolare modo di essere, il suo millenarismo, sono responsabili dello sfacelo, della sempre più preoccupante arretratezza, del progressivo distacco dall’Europa, del nostro Paese? Sarebbe utile togliere la capitale a Roma? E sarebbe possibile? Quali le conseguenze? E dove trasferirla? E non si può e non si deve, almeno, ridurne e limitarne il pauroso accentramento di funzioni?

Antonello Trombadori dice che queste sono domande che si possono sentir fare solo in Italia e sottintende con ciò che sono domande provinciali e fuori dal tempo. Può darsi che sia così. Ma potrebbe anche essere vero il contrario e cioè che queste domande si pongono solo in Italia perché Roma, a differenza di Londra, di Parigi, di Vienna, di Bonn, dell’Aja, di Berna, di Washington, di Canberra, è un problema per l’Italia. Un problema vero, autentico e non dei minori, ma, forse, il più grave e decisivo.

La storia di Roma capitale. Roma capitale ci appare oggi cosa naturale, scontata, ovvia, da non ritornarci più su. Ma non era affatto ovvia nel 1861, quando si trattò di scegliere. Roma allora, con i suoi duecentomila abitanti e soprattutto con le sue strutture arcaiche, era poco più di un villaggio, rispetto a Napoli che era quattro volte maggiore, a Torino e a Milano che erano il doppio. Di Napoli, di Milano, di Firenze non aveva la vivacità. Di Torino non aveva la tradizione amministrativa. Non aveva una classe dirigente. Era anzi, nell’Italia delle “cento città”, la più arretrata di tutte. Eppure fu scelta. Perché? Fu una decisione puramente di testa, intellettuale, carica di retorica ottocentesca, dei nostri “padri fondatori”. Spiega lo storico Alberto Caracciolo, autore del più importante libro su Roma capitale (Roma capitale, Editori Riuniti): «Roma, allora, per la sua tradizione, era un simbolo universale. Poteva rappresentare un elemento unificante per il neonato Stato Italiano che ne aveva estremo bisogno. Inoltre Roma capitale era un modo per liquidare una volta per tutte la “questione vaticana”». Dice Piero Bassetti, intellettuale, industriale, oltre che deputalo della Democrazia Cristiana: «Si volle qualificare lo Stato nazionale agganciandolo alla tradizione imperiale e vaticana di Roma. C’è da dire che Roma ha ben ripagato quella generosa illusione. Roma infatti è la città che ha distrutto lo Stato nazionale».

Inoltre i nostri “padri fondatori” si ponevano già allora, a metà dell’800, il problema della megalopoli, del gigantismo, della “città assorbente” come si diceva a quei tempi. Non volevano riprodurre gli esempi di Londra e di Parigi che avevano sotto gli occhi. Scelsero quindi Roma anche e proprio a cagione della sua “debolezza”, pensando che in questo modo la capitale non avrebbe sopraffatto le altre città italiane. In questa scelta della “città debole” (soprattutto debole produttivamente) giocavano anche motivi meno nobili pur se ugualmente lungimiranti. Dice il sociologo Franco Ferrarotti: «Nigra, per esempio, aveva una paura birbona che si potesse riprodurre in Italia la vicenda della Comune di Parigi. E una capitale senza retroterra industriale era quello che ci voleva per allontanare quel fantasma».

Ma, in generale, si può dire che la scelta della classe dirigente di allora fu un atto di coraggio, una nobile decisione. La classe dirigente piemontese scelse infatti di svuotare Torino a favore di Roma, accettò, in nome di un bene superiore, di trasferirsi fisicamente in una città che non le era per niente congeniale (oggi, con la classe politica che ci ritroviamo, una decisione, spontanea, in senso inverso non è neanche pensabile). «Ed in effetti» dice Caracciolo «fu una scelta che, almeno inizialmente, pagò. Roma ebbe, i primi anni, una funzione aggregante e facilitò i primi passi dello Stato italiano anche nei confronti dell’estero».

Ma Roma aveva già allora delle caratteristiche strutturali, ambientali e psicologiche che, sia pure a distanza di molti anni, ( il nodo di Roma capitale viene al pettine, come vedremo, soprattutto negli ultimi quindici anni), dovevano rivelarsi deleterie per la vita dell’intero Paese.

Roma, quando fu conquistata nel ’70 dalle truppe del generale Cadorna, era già una città parassitaria, una città che “consuma e non produce”. Roma dice Caracciolo «vive solo di elemosine, di prebende, di espedienti. Il regime pontificio aveva portato clientes, prostituzione, mendicità. Per ogni cardinale c’erano mille persone che gli giravano attorno. Ed ogni nuovo Papa trascinava con se decine di migliaia di persone». «Quella in cui entrarono i Savoia», dice Vittorio Olcese, deputato repubblicano, «era la peggior Roma, era la Roma del Belli non quella di Leone X (cioè quelle del Rinascimento o anche del periodo barocco). Era una città in piena decadenza, circondata dalle paludi e dalla malaria, profondamente corrotta . Debross, presidente del tribunale di Lione, descrive in modo magistrale il sistema di impunità che esisteva a Roma; bastava mettersi sotto la protezione di una corporazione, di un collegio, di un convento, di una chiesa, di una casa principesca, per goderne. In questo modo migliaia di persone erano in pratica autorizzate a delinquere. E direi che questo senso dell’impunità si è conservato fino ai nostri giorni e si è trasmesso nella classe politica italiana, democristiana ma non solo democristiana».

Roma era solo apparentemente equidistante e baricentrica, in realtà gravitava molto di più nell’orbita meridionale. «Alcuni uomini della Destra» dice Bassetti «avevano previsto, con una lucidità impressionante, che, col trasferimento della capitale a Roma, la mentalità meridionale si sarebbe impadronita dei meccanismi dello Stato e lo avrebbe distrutto. Perché la concezione del potere meridionale è la negazione dello Stato. È platonica, tomista Lo Stato è un Ente, non è uno strumento né un servizio».

Roma non aveva, come si é accennato, una retroterra industriale e, in cento anni, non se l’è creato. Non ha mai raggiunto una dimensione, anche parzialmente, produttiva. Non è questa, tutta responsabilità sua. Vi ha giocato, come nota giustamente Trombadori, il fatto che, come tutto il Meridione, Roma ha subito, per molto tempo, la colonizzazione del Nord. Resta però il dato, incontrovertibile, che Roma ha visto aumentare in modo mostruoso il suo terziario. Infine Roma capitale (e non poteva essere diversamente) ha subito in modo pesante la presenza del Vaticano. In due sensi. Il primo è quello di cui parla lo storico Caracciolo: «La presenza del Vaticano si inserisce in questa vocazione parassitaria di Roma. Il sistema bancario, del Vaticano, ed il Banco di Roma è il caso tipico, dà forza ad un settore terziario spurio, si dedica soprattutto ad operazioni di speculazione, di intermediazione, di rendita. Ed è inevitabile che sia così, perché quelle banche rappresentano una potenza che non è moderna né tecnologica». Il secondo senso è più sottile e decisivo. E riguarda la mentalità, la psicologia, la profonda, se si vuole, ma millenaristica intelligenza cattolica, che permea di sé Roma, ogni sua fibra, ogni suo abitante, qualsiasi bandiera politica batta, ne fa una città, come vedremo meglio più avanti, che è l’antitesi di una concezione moderna dello Stato.

La Roma di Oggi. Queste “qualità” della Roma del 1870 si ritrovano, ingigantite, moltiplicate per cento o per mille, nella Roma del 1980 e le impediscono di funzionare come città e come capitale, o meglio la fanno funzionare in un modo tutto suo. Questa almeno è l’opinione della stragrande maggioranza delle persone che abbiamo sentito per questa inchiesta. Vediamone alcune.

Umberto Dragone, vicepresidente delle Cooperative, milanese, pendola fra Roma e Milano «Roma è una città meridionale, forse la più meridionale d’Italia. Si è trasfusa in Roma tutta la cultura napoletana, crociana, questo hegelismo minore che fa dello Stato il perno di tutto. Col paradosso però che lo Stato è fine a se stesso, serve unicamente ad auto-perpetuarsi. Lo stesso fenomeno abnorme della partitocrazia, del partito totalizzante, deriva in parte da questa cultura. E, in parte, dall’assenza, in Roma, dell’industria. Nell’amministrazione Roma ha messo il suo peggio, il suo modo di concepire i rapporti sociali, il suo burocratismo. È una citta incapace di governare il suo traffico urbano, in cui mancano i trasporti pubblici, che è tremendamente sporca. Questi problemi sembrano irrisolvibili a Roma, e di fronte ad essi la giunta rossa fa quello che faceva quella democristiana: alza le braccia al cielo. Roma è una sorta di incrocio fra Bisanzio e Napoli. È incapace di governare se stessa e, a maggior ragione, è incapace di governare realmente il Paese».

Massimo De Carolis, deputato democristiano, milanese: «Sembra anche a me che Roma non sia adatta a fare la capitale di un Paese moderno. Mi pare che sposti il baricentro italiano un po’ troppo verso il Mediterraneo ed i mari caldi e sia eccentrica rispetto all’Europa. Roma è il regno delle attività indotte, delle professioni che non si sa bene che cosa significhino, come certe pubbliche relazioni, certo giornalismo, certo tipo di pubblicismo, certo sottobosco del cinema. Questo, insieme a tanti altri fattori fra i quali non escluderei il particolare tipo di turismo che c’è a Roma, dà il tono, il mood del romano, il suo particolare atteggiamento nei confronti del lavoro; questa arbitrarietà, l’improvvisazione , il contare sugli agganci, sulle maniglie, sulle entrature. In una città in cui c’è questo costume collettivo cade in verticale il momento decisionale, quello della scelta e della responsabilità. Roma è una città di gomma, amorfa, in cui manca l’interlocutore, un qualsiasi punto di riferimento. È una cosa che si avverte anche a livello personale e che io ho sentito subito quando sono diventato deputato. Persino a New York tu riesci, sia pure con fatica, a farti, nel giro di qualche anno, una serie di collegamenti, saldi e veri. A Roma no. Tutto resta sempre a livello di superficie. In una città del genere diventa molto arduo affrontare qualsiasi problema di seria amministrazione».

Vittorio Olcese, milanese: «Roma è la città più distante dalle condizioni di vita di una società industriale. Basta pensare agli orari. Ha degli orari a sé, è completamente sfasata dal resto del Paese. Per molte ore perde i contatti col resto d’Italia. A questo punto il telefono, questo mezzo fondamentale della comunicazione moderna, non serve più, perché per quattro ore Roma tace. Riprende a lavorare quando gli altri sono andati a casa. La stessa burocrazia ministeriale risente, più che della mentalità papalina di quella meridionale-borbonica che, anche in ciò che ha di positivo (cioè l’alto livello giuridico e un certo senso della realtà), è di ostacolo ad un sistema amministrativo moderno che dovrebbe puntare sul dinamismo e sull’efficienza più che sul rispetto formale delle norme. C’è da dire però che anche i caratteri positivi dell’amministrazione borbonica stanno sparendo dalla burocrazia romana. Un po’ perché non esiste più il diritto e un po’ perché nessuna burocrazia può veramente funzionare se è continuamente attraversata da sollecitazioni politiche che ne deviano il corso».

Alberto Caracciolo, storico, vive a Roma: «Roma è una capitale infetta. C’è una evidente sproporzione fra le forze moderne, concentrate grosso modo, nell’area industriale, e le aree della rendita di cui Roma è un filtro con diritto di tangente. Via via che cresce questo bubbone che non ha in sé ragioni di svilupparsi, se non parassitarie, il rapporto di forze diventa sempre più sfavorevole all’Italia moderna. La Roma di oggi assomiglia singolarmente alia Roma della decadenza, quella di Diocleziano. Come quella è una grande testa che vive a sbafo».

Antonello Trombadori, deputato del Pci romano: «Bisogna ammettere che uno dei punti in cui Roma non vuole proprio mettersi al passo è la conquista di uno spirito pubblico non subalterno. E proprio perché è subalterno nei confronti delle strutture pubbliche, il romano è anche anarchico, individualista, non ha alcun senso dello Stato».

Franco Ferrarotti, sociologo, romano d’adozione: «Dal punto di vista di una razionale amministrazione delle risorse del Paese, Roma è completamente staccata dall’Europa. A Roma proprio perché nulla funziona, tutto costa di più, c’è un pedaggio aggiuntivo. Lo si nota e lo si paga dappertutto, nella mezz’ora o nell’ora che devi aspettare in più per ogni cosa, nel traffico che rende ogni appuntamento aleatorio, nei libri della Biblioteca che ci sono ma non si trovano, nel telefono che funziona male, nel nuovo incaricato che comincia a ricevere i primi stipendi dopo due anni e quindi si deve arrangiare e perciò spesso, o fa male il suo lavoro o si corrompe. Roma è una capitale di ostaggi. Aver bisogno di un ufficio qui, per chi non ha maniglie, per chi è davvero povero ed emarginato, è tremendo. In Roma capitale c’è tutto il problema del peronismo italiano, del populismo, della “benedizione”. Naturalmente tutto questo è un problema fino a quando l’Italia resta, bene o male, agganciata all’Europa. Se ce ne distacchiamo definitivamente, Roma è una capitale perfetta per l’Italia».

Paolo Grassi, pugliese, ex Presidente della Rai: «La Roma di oggi, e quindi l’Italia di oggi, è infinitamente più corrotta di quella del periodo fascista».

Ma c’è un altro fenomeno di cui Roma, il suo particolare modo di essere, è almeno corresponsabile: ed è l’enorme espansione della mano pubblica ed assistenzialista a danno di quella privata e produttiva. È vero che mano pubblica ed assistenzialismo sono stati soprattutto voluti (e gestiti) dalla Dc e favoriti dalle utopie delle sinistre oltre che dalla particolare struttura del capitalismo italiano (che ha avuto sempre la tendenza ad essere protetto, autarchico, assistito), ma è anche vero che se Roma fosse stata diversa da quello che è, parassitaria, terziaria, subalterna, assistita, se fosse stata anche una città industriale e in qualche modo produttiva, come Londra e come Parigi, la mano pubblica avrebbe trovato molte più difficoltà ad affermarsi ed ad estendersi nel modo abnorme, mostruoso, malato e pericoloso in cui si è estesa.

La forza di Roma. Come mai Roma, così debole, così «negativa», ha finito per averla vinta su tutto e su tutti? Perché nella debolezza di Roma sta proprio la sua forza. Roma (Roma più che i romani che ormai sono meno di trecentomila, a loro volta ghettizzati a Trastevere e a Monteverde vecchio), quale gigantesco mollusco, ha l’enorme capacità di assorbire e di fagocitare tutto. Ricordate Un marziano a Roma di Flaiano? Roma ha la capacità di digerire ogni «diversità» e di risputarla fuori innocua, debilitata, banalizzata, romanizzata.

«Le illusioni, forse ingenue ma anche piene di passione e di generosità, del centro-sinistra», dice Dragone, «si sono perse ed annacquate in Roma. I fautori del centro-sinistra, i rappresentanti della borghesia illuminata che, nei primi tempi, del centro-sinistra, scendevano a Roma con le loro speranze e con la testa piena di idee riformatrici, sembravano dei nipotini di Calvino e di Zwingli capitati in un bordello. Ed il bordello ne ebbe facilmente ragione».

Ma anche i comunisti non son più comunisti a Roma. Perdono tutta la loro terribilità, pericolosità e, diciamolo pure, la loro serietà. Basta entrare in un salotto romano e vedervi prestigiosi uomini politici comunisti o del Manifesto variamente intrecciati con palazzinari notoriamente corrotti e corruttori, mafiosi d’alto bordo, giornalisti dall’aria di manutengoli, direttori democristiani di reti televisive, cocottes, scrittorucoli da terza pagina del Corriere della Sera, fotografi alla moda, pubblicitari e parassiti di tutte le risme, per rendersi conto che, se fossero questi comunisti – i comunisti che vivono a Roma – a prendere il potere in Italia, non cambierebbe nulla. E basta vedere, negli stessi salotti, i socialisti per capire che in Italia, nonché la rivoluzione, non si faranno nemmeno le riforme. E lo stesso fenomeno mutogeno non risparmia, a quanto pare, i puri fra i puri: i radicali. Conferma Guido Aghina, radicale, assessore alla cultura a Milano: «La Aglietta, la Faccio, da quando sono approdate a Roma, sono profondamente cambiate. Si sentono l’ombelico d’Italia, forse del mondo, e hanno perso il contatto con la realtà».

«In questo senso», dice De Carolis, «Roma, nel bene e nel male, è veramente la garante suprema della conservazione, è il Gattopardo, è quella che non fa cambiare niente. A Roma vengono tutti riciclati ed omogeneizzati e ciò che ne viene fuori è qualcosa di grigio, di amorfo, di indifferenziato, dove il democristiano non si distingue più dal comunista, l’uomo del Nord da quello del Sud. In questo senso Roma è la stanza di compensazione delle differenze nazionali». «Ma lo è verso il peggio, e non verso il meglio, questo è il guaio», aggiunge Dragone.

C’è, in questo modo d’esser degli abitanti di Roma, nel cinismo, nello scetticissimo, nel millenarismo, nella pigrizia, nella tolleranza romane, un’indubbia intelligenza collettiva, una capacità, quasi genetica, di sopravvivenza. Non a caso sono, fra gli Italiani, quelli che vivono più a lungo. E, sempre non a caso i romani sono, secondo una ricerca pubblicata dalla casa editrice Ianua, quelli che perdono più rapidamente la memoria degli scandali. «Roma è una città lavandino», commenta Ferrarotti.

Gioca in questo tutta la profonda e sottile esperienza cattolica. Conferma Franco Ferrarotti: «Roma sopravvive alle proprie stesse ragioni di morte. È profondamente cattolica in questo. Il romano pensa che noi non abbiamo qui un passaggio permanente, che il male ci sarà sempre, che tutto è male, che nulla cambia e che se, per caso, dovesse cambiare non è affatto detto che sia in meglio. Roma ha una coscienza storica così inveterata che è atemporale. E che fa sentire stupido chiunque si agiti». È ripeto, una forma di intelligenza. Ma è un’intelligenza che è profondamente antitetica a tutto ciò che è amministrazione, che è cambiamento, che è riforma, che è moderno, che è progresso.

La mia opinione è che fintantoché l’Italia era un Paese ancora largamente contadino, Roma capitale poteva anche funzionare e funzionò. Non si scopre niente di nuovo quando si dice che l’etica del lavoro e del capitalismo è di derivazione protestante e che Roma, città cattolica per eccellenza, è completamente al di fuori da quest’etica e dalla sua logica. Ma il fatto è che intorno agli anni ’60 l’Italia è diventato un Paese capitalista o, se si preferisce, neocapitalista.

Roma inoltre poteva andare come capitale fino a quando i tempi storici mondiali erano, tutto sommato, ancora lenti, una generazione durava vent’anni ed un cappotto quanto una generazione. Nella civiltà tecnotronica, dove le decisioni si devono prendere sul filo delle ore e dei minuti, Roma è un assurdo.

Ma Roma non provocherebbe i guasti che provoca e non sarebbe così pericolosa se, nel frattempo, non si fosse verificato quel fenomeno che i nostri «padri fondatori» temevano e per evitare il quale scelsero proprio Roma come capitale: l’accentramento a Roma di tutto il potere e di tutte le funzioni e la conseguente esautorazione e sopraffazione delle altre città.

Il primo vero accentramento a Roma, dopo una fisiologica fase iniziale in cui la città passò da duecentomila a quattrocentomila abitanti, si ebbe nel periodo fascista. Fra le due guerre Roma sale da un milione ai due milioni e mezzo di abitanti del ’45. È il fascismo a favorire questo fenomeno sia perché è proprio delle dittature concentrare gli interessi nel luogo dove vive il «capo», sia per il blocco dell’emigrazione, sia, come spiega Caracciolo, «perché ci fu il raddoppiamento della burocrazia: quella fascista andò ad affiancarsi a quella preesistente». Ma durante il fascismo l’accentramento fu più di uomini che di potere. Il balzo fu più demografico che funzionale. Inoltre il fascismo ebbe, pur in mezzo a tanta retorica e forse a causa di quella, una certa cura di Roma. «Il fascismo» dice De Carolis «aveva bisogno di Roma come biglietto da visita internazionale. L’attuale classe politica, invece, di Roma come città se ne sbatte, non se ne preoccupa per nulla, basta vedere in che stato di deterioramento e di sporcizia la lascia. Per questa classe dirigente Roma è funzionale solo all’intrallazzo nazionale».

Inoltre, durante il fascismo, le strutture periferiche resistettero, Milano, Torino, Genova mantennero il loro ruolo e Roma fu solo una città un po’ più importante delle altre.

Il cambiamento radicale dei rapporti fra Roma e la periferia avviene negli ultimi dieci/quindici anni (e, paradossalmente, proprio nel momento in cui l’istituzione delle Regioni dovrebbe svuotare la capitale di molti poteri. Ma le Regioni saranno un completo fallimento). In questo breve periodo non solo Roma passa dai due milioni e mezzo di abitanti ai tre e mezzo, ma accumula, oltre al tradizionale potere politico ed amministrativo, anche quello economico, finanziario, culturale e dell’informazione.

In questi anni gli interessi e i collegamenti finanziari, se non le banche fisicamente, si spostano su Roma. Tutte le aziende aprono una sede a Roma, sede che diventa via via sempre più importante e decisiva. Alcune, come la Esso, vi si trasferiscono armi e bagagli. Ma, in generale, è l’intera industria che gravita su Roma, basti pensare che la vertenza Fiat, fra operai torinesi e padroni torinesi, viene trattata a Roma. Cosa che non ci stupisce più, data l’abitudine che ne abbiamo fatta, ma che è paradossale.

E come notava acutamente Piovene già nel ’74, «anche la cultura italiana, nel senso dei propagatori d’idee, poeti, romanzieri, saggisti, artisti, prima divisa ancora fra vari centri, è andata a stabilirsi in gran parte a Roma».

Tutti i giornali hanno ingigantito le proprie redazioni romane. Gli editori e i direttori dei quotidiani milanesi passano la maggior parte del loro tempo a Roma. Un settimanale radicato profondamente nel tessuto sociale del nord, come l’Europeo, fu trasferito, l’anno scorso, nella capitale in seguito ad una spregiudicata manovra politica tipicamente romana. Infine a Roma c’è lo strumento massimo del potere informativo (e delle clientele che ruotano intorno ad esso): la Televisione. E, attraverso la Tv, anche il linguaggio ufficiale è diventato una sorta di romanesco sia pur edulcorato e banalizzato.

Questo aberrante accentramento, oltre ad essere causa di una serie di diseconomie e di costi aggiuntivi, ha finito per depauperare ed esautorare le altre città italiane che sono diventate del tutto dipendenti, sussidiarie o subalterne a Roma («L”unità d’Italia» scrive Piovene «ha fatto poco, ma è riuscita a far diventare provincia quelli che un tempo erano Stati»).Non solo, questa dipendenza ha finito, alla lunga, per romanizzare l’Italia intera. Questo cancro enorme che è Roma sta terzomondizzando l’Italia. E le sue metastasi, che si chiamano clientelismo, burocratismo, parassitismo, inefficienza, mentalità mafiosa, corruzione, si diramano ormai ovunque e raggiungono Milano e Torino e Genova. Si salva solo ciò che riesce a sfuggire a Roma. Ammette lo stesso Trombadori: «Ciò che è vitale in Italia, per esempio l’economia sommersa, ha poco a che vedere con Roma, non ha contatti con Roma, è al di fuori del controllo di Roma».

Togliere allora la capitale a Roma? Che cosa accadrebbe? Lo spostamento della capitale segnerebbe la fine del regime e dell’attuale classe dirigente. Questa, almeno, è l’opinione di Massimo De Carolis: «Trasferendo la capitale si cambia il regime, perché questo regime si identifica con Roma. Si uccide questa classe dirigente che a Roma ha il suo humus, le sue radici anche fisiche, con questo sottobosco, questi giornalisti parlamentari, con i clientes, i servitori, gli stessi ristoranti, i servizi scroccati agli apparati pubblici. Ci sono esempi nell’antico Egitto in cui la morte di potentissime caste religiose fu dovuta proprio al trasferimento della capitale. Ma, nel nostro caso, poiché il regime non può volere la sua morte, la possibilità politica del trasferimento della capitale è legata ad un tale radicale cambiamento che non so se ci sia da augurarselo. Insomma solo la dittatura può spostare la capitale da dov’è».

Il Settimanale, novembre 1980Ma, in teoria, è possibile? Sì. Basta una legge del Parlamento, perché non c’è scritto in nessuna parte della Costituzione che la capitale debba essere a Roma (la Costituzione tutela solo l’integrità del territorio).E i parlamentari? Sarebbero disposti a votare una legge del genere? «Dalla rapidità con cui i parlamentari abbandonano il Parlamento e danno l’assalto ai treni ed agli aerei, direi di si» afferma Vittorio Olcese. Dice De Carolis: «Il trasferimento sarebbe visto come una liberazione da chi non accetta questo modo di far politica. E si troverebbero uniti parlamentari del Nord e del Sud, di culture e di partiti diversi. Tutta la nuova classe dirigente democristiana, per esempio, dai Mazzotta ai Borruso, non è integrata a Roma e non è funzionale al modo di far politica romano. Ma il politico classico, il «boss» del regime ed anche tutti coloro che «studiano da boss», a Roma ci stanno come i topi nel formaggio. Per questo ho detto che solo un colpo di Stato potrebbe cambiare le cose». E, peraltro, da questa classe dirigente non c’è certo da attendersi un atto di generosità, di lungimiranza politica, volto a «bene meritare della patria», come fu quello dei nostri «padri fondatori». Questi la capitale ce l’hanno e se la tengono.

Del resto, anche se ci fosse la volontà politica, le difficoltà sarebbero notevoli. «Il costo di un’operazione del genere sarebbe pazzesco» dice Bassetti «basta pensare al capitale fisso sociale che è investito in Roma. Che cosa costerebbe portar fuori Roma il Parlamento, tutti i ministeri, i partiti, i sindacati, le corporazioni».

Dove mettere poi i due milioni di persone, più o meno, che ruotano intorno alle funzioni politiche, amministrative, burocratiche, parassitarie, clientelari romane? Come certe grandi aziende dissestate Roma è tenuta in piedi dalle dimensioni stesse della sua catastrofe. Inoltre, avendo Roma distrutto la periferia, non si saprebbe oggi dove collocare la nuova capitale. Dice Trombadori: «Quale città ha oggi le qualifiche per essere capitale d’Italia? Io non ne vedo nessuna. Milano? Sarebbe una scelta in ogni caso sbagliata. Ed anche offensiva perché darebbe ragione al luogo comune generale che il Nord è migliore del Sud». Conferma Dragone: «Fino a dieci anni fa questo discorso poteva essere realistico perché allora la vera capitale era Milano. Oggi un’operazione del genere mi parrebbe molto artificiale».

L’opinione di quasi tutti i nostri interlocutori è che, caso mai, bisognerebbe fare tabula rasa e costruire ex novo la capitale in un piccolo centro. Ma è un’ipotesi che viene ritenuta da molti irrealistica (ma non da tutti. Il professor Caracciolo, per esempio, ci suggerisce di lanciare un referendum su questo problema).Ciò che è considerato possibile, concreto, necessario ed urgente da quasi tutti è un decentramento dell’attuale potere romano. Secondo Dragone e Caracciolo l’attività scientifica e tecnologica dovrebbe essere sottratta a Roma. Dice Caracciolo: «La cultura e l’attività scientifica e tecnologica sono oggi determinanti per lo sviluppo ed il progresso di un Paese. È su di esse che si gioca il nostro futuro. In Italia non si è creato ancora un polo scientifico-tecnologico, la questione quindi è ancora aperta. Ecco io credo che questo polo dovrebbe collocarsi al Nord, fra Milano ed Intra, e non a Roma. Però mi pare che fra il Cnr e il sincrotrone dei Castelli ci sia già la tendenza del potere politico romano a tenere sotto controllo anche la cultura scientifica».

A parere invece di De Carolis e di Ferrarotti una serie di funzioni, di ministeri tecnici, di operazioni potrebbe essere spostata fuori Roma, Dice De Carolis: «Faccio un esempio: le Partecipazioni Statali. A Roma dovrebbe rimanere la holding finanziaria, ma le società di settore potrebbero benissimo stare fuori. Lo stesso vale per alcuni ministeri. Le diseconomie sarebbero solo apparenti. Perché oggi le comunicazioni, se efficienti, sono sempre più facili».

Per Trombadori invece bisognerebbe «smitizzare la funzione simbolica della capitale che è una eredità napoleonica; il capo dello Stato, per esempio, potrebbe risiedere, di volta in volta, in varie città italiane». Il romano Trombadori insomma vorrebbe sbolognare, generosamente, Pertini. C’è poi chi, come Bassetti e come Aghina è, tutto sommato, favorevole a lasciare Roma a cuocere nel suo brodo così com’è. Perché? Perché Roma, avendo sfasciato lo Stato nazionale, favorirebbe l’inevitabile ripresa delle municipalità, delle autonomie locali, delle periferie. Paradossalmente Roma, accentrando tutto il potere, avrebbe creato un vuoto di potere e si sarebbe isolata dal resto dell’Italia. Il suo potere sarebbe fine a se stesso, ininfluente, servirebbe solo alla propria inesausta riproduzione. Insomma per battere Roma basterebbe ignorarla. Tesi suggestiva e non privai di verità. La Roma del quasi Duemila sarebbe insomma come quella del Basso Impero, enorme, corrotta, popolata di clientes, formalmente detentrice d’ogni possibile potere, sostanzialmente inesistente, senza vero controllo sulla periferia e pronta a sbriciolarsi al primo soffio di vento. Speriamo. Ma è bene ricordare che dopo il crollo di quella Roma l’Italia ci mise dieci secoli per trovare il suo Rinascimento.

11 replies

  1. Chi caxxo disse si Savoia di “entrare a Roma”??? Potevano stare a Torino?
    O volevano unire la casse , visto che erano pieni di debiti??

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  2. Peccato che la cultura dell’uomo nordico non abbia prevalso,( Milano -Torino-Genova) vero Fini? Da un razzista come te era inutile aspettarsi altro.Colpa mia che leggo le tue stronzate è colpa degli editori del Fatto che te le fanno pubblicare

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    • Mi permetto di proporre una valida alternativa a Roma capitale : Cairano in provincia di Avellino o Poppano che ha anche la banda.
      Caro Fini non perdere tempo. Le italiche doti non hanno confini sul territorio nazionale. Milano con Tangentopoli,Torino Sabauta e dedita a culti satanici,Palermo con la mafia ,Napoli delle cialtronerie sceneggiate etc etc…Teniamoci Roma che almeno ha avuto un passato storico culturale indiscutibile.

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  3. Mah, mi sembra un articolo completamente inutile, un un esercizio di retorica assolutamente inconcludente. Spostare la capitale d’Italia? Per citare Gesù è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago.

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  4. Fini, milanese anche se per metà russo, si è svegliato con il mal di pancia. Roma ha poco più di 2.800.000 abitanti: definirla vicina ai 4.000.000 è soltanto finalizzato a far tornare un ragionamento inspiegabilmente prolisso per essere soltanto un articolo, articolo peraltro abborracciato da commenti di storici, o anche pseudo storici, che vanno dal 1870 ai giorni nostri. Tornando alla sua popolazione, è estesa su un territorio comunale che comprende otto o nove volte l’estensione del comune di Milano o, se si preferisce, tre quarti dell’intera Val d’Aosta. Sicuramente c’è molto di vero in quel che scrive, ma distorce il lato migliore di Roma, città che accetta e accoglie tutti, purtroppo anche la trascurata mafia capitale

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  5. articolo vuoto e inutile come pochi, mi è stato impossibile arrivare in fondo, anche perché dopo che leggi otto volte parassitaria, corrotta, non peoduttiva ho capito che avrei ritrovato gli stessi concetti con gli stessi termini (!) ancora per un bel po… vabbè

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  6. È un articolo di quarant’anni fa, per certi versi anticipatore della deriva che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni, da Zampini a Tangentopoli a Berlusconi (tutti fenomeni scoppiati a nord del Po). Ma i tre quarti dell’articolo sono scemenze un tanto al chilo, pur se spesso proferite da stimabili personalità, Fini e Caracciolo inclusi (Ferrarotti tromboneggiava già allora, e non mi convincono il dc e il comunista, anche se erano tra le migliori teste dei rispettivi partiti). Una a caso: il fallimento delle regioni-anche quelle del Nord- è dovuto a cause endogene, molto più che dal tentativo centripeto (quale?) di soffocarne l’ “épanouissement”. I fatti sono andati in senso esattamente opposto a quello vagheggiato da Fini. Più Roma ha devoluto, più le classi dirigenti locali- dalle Alpi al Lilibeo- si sono dimostrate incapaci di assolvere ai compiti loro affidati, riproducendo a livello periferico catafalchi clientelari. La pandemia lo ha confermato. Il confronto poi con le capitali europee citate non sempre è sfavorevole a Roma. Malgrado gli endemici ritardi infrastrutturali e il fatto che abbia le più brutte periferie d’Europa, la nostra capitale è mille volte più vivibile e sicura di Londra o Parigi. Loro sì più simili al Cairo se non alle caotiche megalopoli dell’Africa sub-sahariana o del sud-est asiatico. E sono diventate tali proprio perché accentrano molto più di quanto non faccia Roma. Il cui centro poi è unico al mondo per la ricchezza di monumenti e per la varietà architettonica, che la fa essere al tempo solenne e magniloquente, ma anche provinciale, calda e accogliente come il paesello. Ognuno può trovare la Roma che gli è più congeniale. Questo non avviene quasi mai nelle città di pari rango (forse giusto a Vienna, o, in tempi recenti, a Berlino). Roma è un invidiabile e invidiato compendio e vetrina di una nazione che non ha eguali. Resta il nostro migliore biglietto da visita, che non abbiamo ancora imparato a fare pienamente fruttare proprio perché preferiamo autodenigrarci.

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