Professori universitari contro il green pass: superate le mille firme

(lindipendente.online) – Sono oltre mille, per la precisione 1.025, i professori universitari che hanno firmato l’appello contro il passaporto sanitario. La lista aggiornata, di quelli che spesso sui media vengono fatti passare come pochi intellettuali controcorrente, mostra invece un movimento di idee che coinvolge ben più che una sparuta minoranza. La petizione era stata lanciata un mese fa e rifiuta il green pass in quanto strumento che «suddivide la società italiana in cittadini di serie A, che continuano a godere dei propri diritti, e cittadini di serie B, che vedono invece compressi quei diritti fondamentali garantiti loro dalla Costituzione (eguaglianza, libertà personale, lavoro, studio, libertà di associazione, libertà di circolazione, libertà di opinione)».

Nel comunicato che commenta il superamento della soglia delle mille firme, redatto dal responsabile comunicazione del gruppo, il professor Lorenzo Maria Pacini, si legge: «Noi crediamo nell’Accademia come luogo di civiltà, integrazione, cultura e cittadinanza attiva e continueremo a far sentire la sua voce contro l’inaccettabile strumento ideologico del Green Pass, che non ha alcun fondamento scientifico mentre, al contrario, esso è moralmente e socialmente dannoso, tanto più ora che viene esteso a nuove categorie di cittadini. Nelle università stiamo vivendo discriminazioni, tensione emotiva, disagio e divisioni che mai avremmo voluto vedere. L’applicazione politica del Green Pass, uno strumento vessatorio, è contraria ai principi stessi della scienza e della conoscenza, principi che le nostre istituzioni dovrebbero promuovere e difendere invece che mortificare, nonché in opposizione alle libertà e ai diritti fondamentali della persona, sanciti nella Costituzione italiana e nei Trattati e Carte di valore internazionale».

2 replies

  1. Alla Leopolda Renzi inscena l’auto-assoluzione per Open

    Il caso – L’ex premier annuncia una mostra che illustrerà lo “scandalo politico” dell’inchiesta. Nel 2020 aprì un sito sul tema: è ancora inattivo.

    (di Vincenzo Iurillo – Il Fatto Quotidiano) – Pronto come sempre a saltare sul cavallo delle notizie del giorno, con riferimento all’inchiesta di Fanpage.it sui presunti finanziamenti in nero della campagna elettorale di Fratelli d’Italia a Milano, Matteo Renzi comunica che alla Leopolda di novembre ci sarà una mostra che racconterà le indagini della Procura di Firenze sui finanziamenti -che i pm ritengono i parte illeciti – della fondazione Open.
    E vien da pensare che sarà l’evento clou della kermesse. È però lo stesso Matteo Renzi che quasi un anno fa diede notizia dell’apertura di un sito internet, http://www.guerraarenzi.it, “per seguire in maniera trasparente le accuse, le indagini e i processi”. Così scrisse nella newsletter Enews, ma se clicchi sul dominio si apre una pagina sostanzialmente vuota, c’è solo la promessa di dare informazioni che ancora non ci sono.
    Allora viene il dubbio che anche quello fatto ieri mattina a Parma alla presentazione del suo libro Controcorrente, durante un’intervista della giornalista Claudia Fusani, possa restare un annuncio senza seguito. Queste le parole del leader di Italia Viva secondo il resoconto delle agenzie: “Alla Leopolda ci sarà una mostra su Open, chi verrà il 19-20-21 novembre vedrà una mostra su quella vicenda. Ci sarà un processo e noi lo racconteremo: si tratta di bonifici regolarmente trasferiti e vedendo le ‘lavatrici del nero’ di questi giorni poi…”. Quindi il consueto accenno alla persecuzione giudiziaria di cui sarebbe stato vittima: “Ieri circa 150 poliziotti sono stati mandati a cercare Messina Denaro, la Procura di Firenze ha mandato 300 finanzieri a perquisire le case di persone non indagate, anche la Cassazione ha detto che è stata un’azione inutile. Hanno usato il doppio delle forze dell’ordine previste per un boss della mafia… Questa vicenda è uno scandalo politico, chi verrà alla Leopolda e vedrà la mostra lo capirà. Non ci toglieranno il sorriso, questo processo lo vivremo alla luce del sole, chiedo solo alla stampa la stessa rilevanza per le future assoluzioni che hanno dato alle inchieste”.
    Infatti non c’è solo Open. Le indagini in attesa di assoluzioni, secondo l’ottimistica e rispettabile opinione dell’ex premier che ha sempre respinto le accuse al mittente, sono diverse. I pm fiorentini hanno indagato Renzi per il compenso ricevuto per una conferenza ad Abu Dhabi, molto probabilmente il congresso organizzato dalla Salt il 10 dicembre 2019, quando l’ex premier parlò per mezz’ora su “Il futuro dell’Europa” insieme all’ex ministro delle finanze inglese Philip Hammond. Secondo gli inquirenti sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti e si lavora intorno a un paio di bonifici compiuti da una srl con sede a Portici.
    A Roma, invece, Renzi è indagato per finanziamento illecito per i suoi rapporti economici con l’agente dei vip Lucio Presta, e in particolare per i compensi del documentario “Firenze secondo me”, 700mila euro complessivi versati da Presta a Renzi (tra documentario, cessione dei diritti d’autore, promozione del personaggio e altri due programmi mai realizzati), che secondo la Finanza non erano realmente il corrispettivo per le prestazioni professionali, ma una sorta di dazione necessaria al senatore di Scandicci per acquistare la sua villa di Firenze.
    Ma è su Open, la cassaforte del renzismo, che il leader di Italia Viva combatte la madre delle sue battaglie giudiziarie. Con la Cassazione che in un paio di occasioni ha emesso provvedimenti favorevoli alla difesa di un coindagato, l’ex consigliere della Fondazione Marco Carrai, ponendo dubbi sul fatto che si trattasse “di una articolazione del Pd”. Si tratta di annullamenti con rinvio dei decreti di perquisizione di Carrai che Renzi ha preso al balzo per dichiarare chiusa in suo favore una vicenda ancora aperta.
    Open è l’inchiesta più delicata, perché figurano indagati Renzi e i suoi più stretti collaboratori dei tempi d’oro da premier e segretario Pd: l’ex ministra Maria Elena Boschi, l’ex ministro Luca Lotti, l’ex presidente di Open Alberto Bianchi. Per questi ultimi due c’è un sottofilone che ipotizza la corruzione insieme all’imprenditore Alfonso Toto e Patrizio Donnini, che per anni con Dotmedia ha partecipato all’organizzazione della Leopolda.

    "Mi piace"