Forza Italia: dalla culla alla tomba

(Alberto Mattioli – la Stampa) – Dalla culla alla tomba. Il vecchio slogan del welfare laburista vale anche per Forza Italia a Milano, la città promessa del berlusconismo dove il partito è nato e dove rischia seriamente di morire. I presagi per le comunali prossime venture sono infausti. L’unico dubbio sulla rielezione di Beppe Sala è se avverrà già al primo turno e del resto lo sfidante, Luca Bernardo, finora è risultato incisivo soltanto come gaffeur. Nel centrodestra la vera gara è fra Salvini e Meloni, che hanno anche trovato dei capolista forti,

Annarosa Racca presidente di Federfarma per la Lega, o fortissimi, Vittorio Feltri per FdI. Gli azzurri hanno cercato affannosamente un nome della società civile ma non l’hanno trovato: capolista è Fabrizio De Pasquale, capogruppo uscente, non un nome che trascini le folle. Berlusconi regna ma non governa e Fi, di conseguenza, è spaccata fra Licia Ronzulli, custode dell’ortodossia del Fondatore, e Maria Stella Gelmini, che invece se n’è staccata perché contraria sia alla federazione con la Lega sia al partito unico del centrodestra, e l’ha pure pubblicamente dichiarato. Così ieri la manifestazione “Forza Milano” con l’ostensione solo telefonica di Silvio è risultata una festa piuttosto mesta.

Il partito continua a perdere pezzi, anche pregiati. Dei quattordici consiglieri regionali eletti nel’18 ne sono rimasti nove. Ultimi addii, direzione Lega, quelli del presidente del Consiglio regionale, Alessandro Ferni, e di Mauro Piazza, del resto traslocatore seriale: negli ultimi otto anni ha cambiato partito, in media, ogni 19 mesi. Ma al Pirellone tutti dicono che non è che l’inizio.

Fra smentite e voci, si riconcorrono i nomi di Alan Rizzi, di Simona Tironi, di Fabrizio Sala e addirittura di un recordman delle preferenze come l’ex assessore alla Sanità, Giulio Gallera. In Lombardia, Fi evapora. E dire che il binomio con Milano sembrava indissolubile. Nei giorni della discesa in campo di Silvio, la prima sede del partito in viale Isonzo fu il centro nevralgico di una conquista del potere che rilanciava il mito di Milano come incubatrice delle grandi svolte politiche nazionali, dal fascismo al craxismo.

Anzi, la stessa Fi si presentava come una via milanese a una politica concreta e fattiva modello “lasciateci lavorare”, altro che i bizantinismi e le fumisterie romane. La città ci credette subito: 38, 1% alle Europee del’94. Poi, nel’97, la vittoria in Comune con Gabriele Albertini, “presentato a Berlusconi da Romiti come espressione delle piccola e media impresa – ricorda un capitano di lungo corso del riformismo milanese come Sergio Scalpelli, che fu un suo assessore -. Fi ereditava il voto della Dc centrista e del riformismo laico e socialista, che a Milano era stato un fenomeno importante dal punto di vista culturale ma anche elettorale.

Era il partito delle professioni, del commercio, dell’artigianato, però con un forte radicamento popolare che lo faceva vincere negli ex feudi di sinistra come Baggio o Quarto Oggiaro. Il mondo cattolico si spaccò: ma una parte consistente, quella di Cl, appoggiò Berlusconi. Nel’95, quello di Roberto Formigoni in Regione fu il primo di molti trionfi elettorali”.

È a Milano, in San Babila, che nel 2007 Berlusconi lancia il Popolo delle Libertà dal predellino di un’automobile. È sempre a Milano, stavolta ingrata, che due anni dopo uno squilibrato gli spaccia la faccia con una statuetta del Duomo. E Milano, tutto sommato, resta berlusconiana fino al secondo decennio del nuovo secolo. Sempre Scalpelli: “La svolta sono le elezioni del 2011. Il centrosinistra le azzecca quasi tutte, il centrodestra quasi tutte le sbaglia, e Giuliano Pisapia diventa sindaco. Ma in realtà è Berlusconi che, travolto dagli scandali e dalla crisi, viene mollato dal suo elettorato”. Non è finita, però: alle comunali seguenti, Fi agguanta ancora il 20% dei voti, primo partito del centrodestra.

Tre anni dopo, alle Europee, il raccolto è già dimezzato: 10 e rotti. Il paradosso è che, se c’è una città dove il populismo non ha mai sfondato, è proprio Milano. Qui i grillini sono sempre andati peggio che altrove; idem la Lega, né ci si attendono sfracelli da FdI. Non si capisce quindi perché Fi faccia il vaso di coccio in mezzo ai due vasi di ferro del centrodestra. Proprio Scalpelli, sul “Corriere”, ha invitato i residui elettori azzurri a votare i Riformisti, un’alleanza molto milanese fra i partitini di Calenda, Renzi e Bonino e altri moderati che però hanno scelto Sala, che del resto non è esattamente Lenin.

“Siamo troppo moderati per gli elettori di destra e troppo alleati della destra per gli elettori moderati”, sospira un cacicco azzurro rassegnato ma lucido. E così Forza Italia si spegne nella sua capitale. Coincidenza o meno, proprio in questi giorni una curiosa mostra immersiva, “Piano B”, racconta il Berlusconi imprenditore, l’epica di Milano Due, dei vagiti di Canale 5, dei trionfi di Mediaset e così via, fermandosi appena prima della discesa in campo. L’effetto sta fra la commemorazione da vivo e la nostalgia per la Milano da bere: in ogni caso, pare proprio passato, e pure remoto.

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9 replies

  1. B. il grafomane torna cristiano e come Salvini sceglie il suo Papa: Ratzinger

    (di Fabrizio D’Esposito – Il Fatto Quotidiano) – Tra due giorni, mercoledì 29 settembre, Silvio Berlusconi festeggerà 85 anni (auguri). La sua senescenza è come scissa in due. Da un lato, la diserzione a causa della salute (?) delle udienze giudiziarie che lo riguardano. Dall’altro un’intensa attività epistolare con i giornali, a puntellare la sua autocandidatura al Colle, che però rientra decisamente nella categoria dell’irrealtà.
    In pratica, il Pregiudicato pluriottuagenario non compare mai in pubblico – anche in questa campagna elettorale – e preferisce piuttosto affidare i suoi pensierini retorici a lettere spedite ai quotidiani. L’ultima è uscita ieri sul Giornale di famiglia, ma l’oggetto di questa rubrica è la missiva apparsa sabato su Avvenire, il quotidiano della Cei.
    Tramontati ormai i tempi di quando la Chiesa italiana del cardinale Tarcisio Bertone tollerava la satiriasi di B. grazie alle genuflessioni penitenziali di Gianni Letta, l’anziano leader di Forza Italia si professa cristiano e liberale e rispolvera il vecchio repertorio teocon sulle radici religiose dell’Europa, sul primato dei valori non negoziabili (la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale), sulla necessità fermare l’immigrazione con una sorta di Piano Marshall per l’Africa.
    Lo spunto della lettera di B. è la partecipazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al recente Bureau del Ppe a Roma. In sintesi: Berlusconi si proclama un clericale di destra come Matteo Salvini e Giorgia Meloni ma non rinuncia a un’improbabile formulazione di princìpi liberali, laddove i teocon si avventurano sul sentiero strettissimo in cui si scontrano lo storicismo crociano e la dottrina della Chiesa.
    Dettaglio non secondario: il Pregiudicato non cita mai papa Francesco. Pure B. allora – e sempre come la coppia sovranista Meloni & Salvini – si riconosce ancora nel pontefice emerito Benedetto XVI. Osannato appunto per il suo liberalismo cristiano: “Sono trascorsi esattamente dieci anni dal 22 settembre 2011, quando papa Benedetto XVI tenne un bellissimo discorso al Parlamento tedesco su quelli che lui stesso definì ‘i fondamenti dello Stato liberale di diritto’”.
    Del resto proprio Francesco ha più volte rimarcato la sua ostilità al liberalismo delle destre, europee e no. Nell’enciclica Fratelli Tutti di un anno fa, per esempio, il papa argentino oppose alle “visioni liberali individualistiche” ossessionate dal profitto e dalla riduzione dei costi del lavoro, una politica “popolare” che si prenda cura dei più deboli. Ossia una società in cui l’individuo è subordinato all’unità del popolo (il pueblo) e la giustizia sociale viene prima di tutto. In un saggio recente, lo studioso Loris Zanatta ha definito tutto questo come “populismo gesuita”.
    I migranti, infine. Nella sua lettera ad Avvenire, Berlusconi attacca le “ondate incontrollate e disperate che si rovesciano sulle nostre coste, che generano solo tensioni e guerre tra poveri”. Secca e pragmatica la risposta del direttore Marco Tarquinio: “Oso solo suggerirle di contribuire a schierare il Ppe per ampi corridoi umanitari europei e, da noi, Forza Italia per flussi migratori alla luce del sole, cioè regolati, controllati e finalmente sottratti ai trafficanti di persone”.

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  2. Veleno
    e veleno,
    e colpa, la clessidra si svuota
    nel buco in cui mi celo
    agli occhi, miei,
    sciocchi.
    Solo la sabbia del Tempo
    non finisce mai,
    presto sara’ l’unico orizzonte
    e quando, carne,
    non v’e’ altro che il Tempo,
    carne,
    e’ tempo di andare.

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