Tutti i trucchi per aggirare il green pass (e beccarsi una denuncia)

(Sara Bettoni e Gianna Santucci – il Corriere della Sera) – Il sistema più diffuso è anche quello di più semplice attuazione. Il green pass arriva sul cellulare con un QR Code: di quel «codice a barre bidimensionale» si fa uno screen shot, una foto istantanea col cellulare. E la si invia.

Il ricevente potrà mostrarla per entrare in bar, ristoranti, scuole, asili, cinema («ovunque non ci sia controllo da parte delle forze dell’ordine o di un pubblico ufficiale, per evitare rischi», dicono). Chi fa le verifiche, inquadra semplicemente il QR con l’app di un altro telefono (senza chiedere documenti) e appare la spunta verde. Via libera. Anche se non si è vaccinati, non si è fatto un recente tampone e non si è stati ammalati.

Dopo aver raccolto segnalazioni su tale pratica, il Corriere ha fatto una serie di verifiche sul «sistema» di aggiramento della legge. Funziona: il green pass «replicato» concede accesso libero. Quanto la pratica sia diffusa, impossibile stimarlo. Resta un fatto: l’obbligo (più stringente dal prossimo 15 ottobre, quando riguarderà anche i luoghi di lavoro) aguzza l’ingegno (truffaldino, o addirittura con esiti penali).

Per ora, nei casi peggiori, si tratta di segnalazioni non confermate, ma che sono arrivate anche agli uffici della Regione Lombardia: medici (pochi) che sarebbero disposti a «simulare» l’avvenuta vaccinazione per concedere il certificato verde a persone che non intendono vaccinarsi. I professionisti si presterebbero a questa pratica per la loro contrarietà al vaccino anti-Covid e alla «pressione» esercitata dal sistema di certificazione. La segnalazione più grave riguarda un medico che lo farebbe per denaro.

Fatti che al momento non trovano conferme, ma sui quali c’è alta attenzione da parte dell’autorità sanitaria. Che nei giorni scorsi ha già svelato un altro tentativo di ottenere il green pass senza i requisiti: qualcuno ha provato a richiederlo presentando esiti di tamponi positivi falsificati. La carta verde è rilasciata infatti anche a chi ha contratto l’infezione.

Tra Milano e provincia sono emersi finora sette casi. Gli esiti fasulli non comparivano nei database del ministero, poiché i test non erano mai stati eseguiti. Un controllo con la farmacia in cui i cittadini dichiaravano di aver fatto il tampone ha permesso all’Ats di Milano di svelare l’inganno. Risultato: i malati immaginari sono stati denunciati. Strategie di aggiramento sono emerse in queste settimane anche per chi ha l’obbligo di vaccinazione: il personale sanitario.

Nell’ultimo report del governo si dice che il 94 per cento di questa categoria (1,9 milioni di persone) ha completato il ciclo di profilassi. Nel 6 per cento di medici e infermieri scoperti, ci sono pensionati ancora iscritti agli ordini ma che non lavorano più, professionisti che esercitano all’estero, persone che per validi motivi di salute non possono ricevere la dose. E, ovviamente, i contrari alle vaccinazioni: i «no vax».

In questo sottogruppo si moltiplicano i tentativi per opporsi – invano – alla legge. C’è chi si nasconde nei meandri del percorso burocratico, già complicato di suo, per sfuggire ai controlli. Tocca alle Asl e alle Ats verificare. A chi non risulta vaccinato viene inviata una Pec, o una raccomandata, in cui si invita l’operatore a rispondere entro 5 giorni. Qualcuno prova a sfuggire al postino e poi non va a ritirare la missiva in posta o ci va il più tardi possibile. In caso di mancata replica, parte la seconda raccomandata. Di fronte al silenzio dell’interessato, trascorsi i termini di legge, parte comunque la notifica di sospensione, spedita anche all’ordine di riferimento e al datore di lavoro. Il procedimento è solo ritardato.

Tra i temporeggiatori, alcuni hanno fissato l’appuntamento per il vaccino e mostrato la prenotazione come prova di buona volontà, salvo poi cancellare la richiesta. Così per due, tre volte. Di nuovo, un trucco inutile. I ripetuti differimenti insospettiscono gli addetti ai controlli. Alcune centinaia di operatori sanitari hanno invece scelto le vie legali per rifiutare l’iniezione anti-Covid e si sono rivolti al Tar, contestando l’obbligo. I giudici amministrativi non hanno concesso la sospensiva. A Brescia e Milano si attende la sentenza di merito a ottobre.

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