Che brutto mestiere fare il sindaco

(Marcello Veneziani) – Ti candidi sindaco, ma perché ti vuoi mettere nei guai? Il sindaco è il mestiere più ingrato che ci sia. Sei sulla graticola per tutto il mandato e anche oltre, sei il politico più esposto al giudizio, al pregiudizio e alla rabbia della gente, sempre in prima linea; sei nel mirino dei magistrati e degli inquirenti, sei il capro espiatorio di tutti i problemi e i fatti che succedono nel tuo comune di competenza, sei sospettato di ogni furto, abuso e abominio accaduto nel tuo territorio, sei colpevole di ogni marciapiede, ogni buca e ogni cassonetto, perfino dei cinghiali in centro o di uno stupro in periferia. E prendi un compenso decisamente inadeguato per le responsabilità che ti carichi sulle spalle. E poi, la carica di sindaco non è più il trampolino di lancio per la carriera politica.

Eppure ci sono ancora tanti volontari che sgomitano e si fanno la guerra senza quartiere per disputarsi la poltrona in palio che somiglia piuttosto a una ghigliottina. Lo vedete anche per la tornata del prossimo 3 ottobre, quando Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e altri comuni eleggeranno il primo cittadino.

In principio fu la legge per l’elezione diretta del sindaco. Forse l’unica riforma elettorale e politica che ha davvero funzionato tra tante riforme e riformette, leggi e controleggi elettorali. Sull’onda di quella riforma nacque la stagione dei Sindaci, la loro grande popolarità, la loro ascesa. Si cimentarono personalità politiche come Rutelli e Veltroni, Bassolino o Fassino, Orlando o Bianco, la Moratti ed Alemanno; la carica di sindaco lanciò sul campo nazionale figure come Renzi o Chiamparino. Avemmo il primo sindaco-filosofo eletto dal popolo, il doge di Venezia Massimo Cacciari. E Mastella, De Mita, Cofferati… Venne pure la stagione dei sindaci sceriffi, da De Luca a Emiliano, poi elevati al rango di governatori nei rispettivi emirati.

Ora, invece, non un leader si cimenta per la candidatura a sindaco, ma figure minori o d’apparato, outsider o gregari. Nessun sindaco oggi è ricordato con gloria; anzi il meglio che possa capitare è che venga dimenticato in fretta, e senza strascichi giudiziari. Nessuno è diventato o si accinge a diventare leader nazionale, pronto a giocare a livello centrale e nazionale la fama di sindaco. Una fatica immensa, una gogna mediatica pazzesca e poi come compenso guadagnano meno di un parlamentare qualunque, un peone. Anzi, c’è una legge non detta nel nostro sistema politico in base alla quale più sei irrilevante, inutile e lavori poco e più guadagni: pensate per esempio ai parlamentari europei. E più ti impegni e offri il petto alle frecce come san Sebastiano, e meno guadagni. Come il sindaco, o l’assessore.

Non vi dico poi le aggressioni al sindaco, soprattutto nei comuni più piccoli, in particolare al sud. Mazziare il sindaco è uno sport diffuso. Pugni, calci, sputi e proiettili sono diventati l’ingrato companatico per l’attività di primo cittadino. Si, è l’effetto collaterale dell’elezione diretta dei sindaci; l’esposizione uninominale e mediatica assai forte, la personalizzazione della politica, il risvolto plebiscitario del voto diretto hanno la sgradevole controindicazione di concentrare sui sindaci aspettative generali e personali, civiche e private, un tempo riposte sui partiti o ammortizzate in più vasti iter decisionali, politici e amministrativi. Il decisionismo espone di più alle intemperanze della platea, semplifica il bersaglio. Da quando c’è la personalizzazione del potere, con lo sciame mediatico e le tv locali, gli odii e amori vengono concentrati e catalizzati in modo univoco e a volte incivile su di lui.

Il tasso di violenza dentro e intorno alla politica è sempre stato molto alto; ma in passato si esprimeva in chiave ideologica e collettiva, ora invece si esprime ad personam in chiave criminale. Chi può dimenticare le furibonde lotte sindacali e politiche del passato, le roventi lotte contadine, gli scontri tra estremisti, i picchetti, gli assalti, i copertoni bruciati, gli agguati e gli scontri di piazza? A volte nei confronti delle autorità erano aggressioni simboliche come gli sputi all’autoblu o le monetine. Il primo esempio di sindaco malmenato nella repubblica italiana fu letterario. Vittima fu il sanguigno Peppone, sindaco-compagno; l’aggressore però aveva mani sante e intenzioni pie, trattandosi di don Camillo. Ma il mondo piccolo del dopoguerra, che si agitava tra il brusco e il lambrusco sullo sfondo padano della guerra civile appena conclusa, è finito da un pezzo.

Negli anni di piombo l’uomo di potere che veniva colpito era un simbolo più che una persona, ora accade il contrario: il sindaco viene colpito a prescindere dal suo ruolo simbolico e autorevole, ma in quanto persona che detiene il potere e non mantiene impegni veri o presunti. A sud, poi, il rapporto personale è più forte, il temperamento è più caliente, la cafoneria più diffusa e in alcune aree domina la criminalità organizzata di stampo mafioso; un sindaco difficilmente può ignorarle, diventa facilmente complice per non diventare vittima. A volte lo è già in partenza, col voto di scambio. Poi c’è l’effetto mediatico della società sguaiata che passa da alcune trasmissioni sboccate e aggressive, irriverenti verso il potere: c’è chi crede che dare uno schiaffo a un sindaco sia come consegnargli un tapiro a Striscia la notizia. O esercitare il ruolo di popolo sovrano. La fascia tricolore non è uno scudo immunitario ma indica più vistosamente l’obbiettivo da colpire.

Insomma farsi eleggere sindaco non è un premio ma una condanna. Pensateci, candidati al martirio comunale.

Panorama

9 replies

  1. Capisco che non c’azzecca, ma ogni volta che ascolto l’inno della Russia mi viene la pelle d’oca il cuore batte frote e potente coome non mai e sono pronto a mettere un mattone sull’altro, come nell’Uomo di marmo, di Wajda.

    E mi vengono sempre le lacrime agli occhi nel pensare a tutta la fede posta nella credenza nel “salvatore”, fottuto retaggio religioso. Quando scattó l’Operazione Barbarossa, Stalin, quellínfame schifoso che ha tradito tutto il possibile, malato, pazzo, e pazzi tutti loro, il cancro Stalin disse, alla radio, non “compagni” ma “brathia’”, fratelli.

    Se ascolto una roba del genere prima di andare ad un corteo, “quel”tipo di cortei, RammazzoR tutti, li RsquartoR daal’alluce al follicolo capillare.

    Quindi, adesso, metto su “Lift Every Voice and Sing” e vado a prendere la pioggia.

    Buona cacca a tutti, e non sto scherzando: buona cacca sulla tazza alla domenica mattina. Con bontá, intendo.

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    • Proprio perché si è seduto con agevolezza nel tazzone le invio il risveglio della bestia :

      Scendete dai Campi e dalle officine
      Prendiamo la falce impugnamo il martello
      Scendete giù in piazza picchiate con quello scendete giù in piazza affondate il sistema.

      Voi gente per bene che pace cercate
      La pace per far quello che voi volete
      Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra
      Vogliamo vedervi morir sottoterra..

      Per i renzioti la versione di contessa diviene:
      Terra di betulla,
      Casa del castoro,
      Là dove errando va’
      Il lupo ancora;
      Voglio tornare ancora al mio bel lago blu..

      Kumbaya, my lord, kumbaya
      Kumbaya, my lord, kumbaya
      Kumbaya, my lord, kumbaya
      O lord kumbaya..

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  2. Mah, generalmente occorrerebbe credere a quello che si fa e non a quello che si dice. Se fare sindaco è un tale martirio, come mai in così tanti sgomitano per arrivarci?

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  3. Un sindaco è per sempre.Vedi Renzie,Nardella.De Luca…ecc.Un investimento per il futuro?Macello come non capirla.

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