Afghanistan, chi finanzia le casse dei talebani?

(Andrea Nicastro – corriere.it) – «Se pensate che il peggio sia passato, se pensate che la situazione all’aeroporto sia tragica, vi sbagliate di grosso. Finita la crisi militare comincerà quella economica. Con le banche chiuse, senza accesso ai finanziamenti stranieri, c’è da aspettarsi una catastrofe umanitaria e un’ondata di migranti». Le parole di Ajmal Ahmadi, il governatore della Banca Centrale Afghana in fuga, suonano peggio di una condanna. Eppure sono allo stesso tempo una delle poche speranza rimaste all’Occidente per non vedere vent’anni di investimenti e sacrifici finire nelle fogne della storia. Il ragionamento, espresso anche dal presidente Joe Biden a più riprese, è lineare: l’Afganistan si reggeva sugli aiuti internazionali, se i talebani vogliono evitare il collasso economico e la conseguente esplosione sociale, devono rispettare l’impegno ad un «governo inclusivo» e moderare certi loro atteggiamenti verso donne e diritti umani. Cioè, dato il ritiro, l’influenza americana da «bastone e carota», diventa solo «carota». Il problema per gli afghani che hanno creduto nei valori occidentali è che probabilmente non basterà. I conti sono solo in apparenza a favore dell’Occidente.

I conti

Vediamoli. L’ex Stato filoamericano e i talebani assieme incassavano rispettivamente 2,5 e 1,5 miliardi: mezzo miliardo dalla droga, un miliardo dalle miniere il resto dalle dogane. Sul lato uscite, però, l’Afghanistan del presidente in fuga Ashraf Ghani contava su un budget di circa 8 miliardi l’anno di cui 6 erano donazioni. Il grosso delle spese (e degli aiuti) andava all’apparato militare: circa 5 miliardi. I talebani, invece, finanziavano la loro guerriglia con 1,5 miliardi. Le due parti in conflitto spendevano quindi un totale di quasi dieci miliardi di cui la guerra assorbiva il 60%. Se il miraggio del «governo inclusivo» (formula magica quanto vaga suggerita a Doha dagli americani) dovesse realizzarsi è facile che le spese militari precipitino. Vero è che i poliziotti dovranno rimanere o essere sostituiti; non tutti i soldati (e tanto meno i combattenti talebani) potranno essere smobilitati per non alimentare rivolte; in compenso non ci sarà bisogno di acquistare armi per parecchi anni a venire. Il risparmio può arrivare a circa 3 miliardi così che al nuovo Emirato talebano servirebbero più o meno 7 miliardi per sostituire (con meno spese belliche) l’attuale macchina statale.

Il ruolo delle Ong

Un peso importante nell’economia veniva delle agenzie umanitarie e da centinaia di Ong che non passavano dalle casse pubbliche, ma che comunque contribuivano a far funzionare tutto. Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pronte 500 tonnellate di farmaci e strumentazione sanitarie, ma non riesce a portarle in Afghanistan perché non trova un velivolo disponibile ad atterrare nel Paese. Ammesso e non concesso che gli aiuti umanitari continuino a fluire anche verso un Emirato talebano, mancherebbero comunque tre miliardi l’anno di aiuti soprattutto Usa perché l’Afghanistan talebano resti povero com’era quello filoamericano. Sono questi tre miliardi (più gli aiuti umanitari) la «carota» su cui conta l’Occidente per avere ancora influenza sul futuro del Paese: troppi burqa vorrà dire meno pozzi. Ai talebani non converrà, è la speranza dell’Occidente.

L’economia informale

Tutti questi dati sono in parte nei bilanci governativi verificati dai consiglieri americani, in parte stimati delle Nazioni Unite. Il limite tanto dell’allarme dell’ex governatore della Banca Centrale di Kabul quanto delle speranze di Biden e dell’Occidente tutto è che solo il 10 per cento degli afghani ha un conto in banca e oltre l’80 per cento dell’economia è informale, sfugge ai calcoli del Pil. Un esempio: l’export afghano è ufficialmente inferiore a un miliardo, meno del confinante e poverissimo Tajikistan che però ha un quarto degli abitanti. Difficile da credere a meno che si considerino il contrabbando come un effetto inevitabile di 40anni di guerra. Il discredito del governo filoamericano viene anche dal non aver fatto nulla per cambiare la situazione.

Le donazioni

I talebani, con i loro mezzi brutali, potrebbero invece riuscire a ridurre la vasta area di corruzione e recuperare risorse. Altri miliardi possono venire dai donatori del Golfo, i cui giornali scrivono che soffocare l’Afghanistan togliendo gli aiuti sarebbe un errore. Altri ancora dalla Cina interessata a sfruttare finalmente i diritti che vanta sulle miniere di rame, ma anche contrattarne di nuove per zinco e terre rare. Mentre guardiamo alle tragedie dell’aeroporto, i talebani costruiscono già il loro apparato amministrativo. L’ex capo della loro «commissione economica» a Doha è diventato governatore della Banca Centrale, Haji Mohammad Idris. I dipendenti del ministero delle Finanze hanno fatto sapere di essere al lavoro. Il primo Emirato tra il 1996 e il 2001 riuscì a ridurre la violenza interna e a garantire stabilità economica. Avevano un perfetto controllo del territorio tanto che fermarono (in cambio di aiuti) anche la coltivazione dell’oppio. Chi crede di cambiarli con una sola «carota» da tre miliardi, li sta sottovalutando.

6 replies

  1. “Chi crede di cambiarli con una sola «carota» da tre miliardi, li sta sottovalutando”

    è quello che gli occidentali “compreso il corriere” hanno fatto per 20anni

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  2. “I talebani, con i loro mezzi brutali, potrebbero invece riuscire a ridurre la vasta area di corruzione e recuperare risorse.”

    ” Il primo Emirato tra il 1996 e il 2001 riuscì a ridurre la violenza interna e a garantire stabilità economica. Avevano un perfetto controllo del territorio tanto che fermarono (in cambio di aiuti) anche la coltivazione dell’oppio.

    ridurre la vasta area di corruzione e recuperare risorse.
    controllo coltivazione dell’oppio in cambio di aiuti
    riappacificazione tra gli islamisti mujaheddin / talebani, ci penserà la Cina
    per la sharia garantisce Arabia Saudita in cambio di aiuti cosi anche la Boschi, Bonetti , saranno accontentate

    Quindi uno stato islamico come Arabia Saudita, Qatar , Emirati arabi …..

    Sempre che qualcuno come sento ora la Ferrario cianciare che i talebani sono terroristi sostenitori di Al Qaeda ,( lei lo sa !)
    non decide ancora di ” liberare” il mondo da terroristi talebani afgani camuffati da cinesi ( ma questo non si dirà) che oltre a preparare attentati terroristici sfruttano anche le ricchezze afgane.

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  3. Il fondotinta sulla narrazione
    Di Giulio Cavalli -24 Agosto 2021

    Tommaso Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) viene definito “console” a Kabul. L’ambasciatore, intanto, a differenza di altri colleghi, se n’è andato dall’Afghanistan…

    È iniziata la tipica fase in cui ci imbattiamo ogni volta che l’Occidente combina disastri in qualche Paese straniero e ha l’urgenza di apparire con la faccia del buono. Diceva Gino Strada (e lo ripete spesso e bene sua figlia Cecilia) che per fare bene la guerra bisogna imparare a usare bene le parole che servono per compiere la truffa in modo chirurgico: le missioni di pace che sono stracariche di armamenti ne sono un fulgido esempio ma anche le bombe che dovrebbero essere “intelligenti” o peggio i cosiddetti “danni collaterali” (che sono civili innocenti rimasti ammazzati per terra) rendono perfettamente l’idea di un’operazione di disinfestazione utile a fare apparire vero ciò che invece non lo è.

    Le foto dei soldati che salvano i bambini, ad esempio, sono certamente funzionali per una superficiale impressione in cui i buoni sono talmente buoni da apparire salvifici e i bambini vengono tratti in salvo grazie all’attenzione dei soldati occidentali che con le loro mani li strappano dall’inferno: quei bambini vengono strappati dalle loro famiglie che non sanno mai se riusciranno a mettersi in salvo da una situazione in cui gli Stati che vorrebbero apparire come salvatori hanno responsabilità enormi. Non solo: sono gli stessi soldati che puntano i loro fucili contro quei bambini nei campi profughi in giro per il mondo. Non solo: sono gli stessi soldati che hanno addestrato quelli che ora sono diventati carnefici, sono gli stessi soldati che esportano la democrazia a suon di bombe.

    Certo non è facile tenere la barra dritta e mantenere un equilibrio di osservazione, restando lucidi. Però, sia detto, questa insopportabile trasformazione in “buoni” è innocente e immorale. Ieri in Italia è esplosa la fiabesca narrazione di Tommaso Claudi, definito “console” su tutti i siti dei principali media mentre viene fotografato indaffarato a salvare bambini. Peppe Marici, portavoce del ministro degli affari esteri Di Maio, ha confezionato un zuccheroso tweet: «Oltre quel muro c’è la speranza. Grazie al nostro console a #Kabul Tommaso Claudi. Non si sta risparmiando, senza sosta, fino all’ultimo». Benissimo. Peccato che Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) non sia “console” ma semplice “secondo segretario generale” (come fa notare mazzetta su twitter) e questa morbida narrazione serve per non dire che l’ambasciatore Vittorio Sandalli se n’è andato dall’Afghanistan in fretta e furia. Non solo: la Farnesina nei giorni scorsi ha confezionato una nota esultante in cui ci dice che l’Ambasciata italiana a Kabul è stata ricostituita, udite udite, a Roma (sembra uno scherzo, lo so). Nella nota si dice che a Kabul è rimasto un “presidio diplomatico” che altro non è quel Tommaso Claudi facente funzioni di console ma che non lo è visto che non esiste nessun consolato italiano. Se a qualcuno viene il dubbio che tutti gli ambasciatori per motivi di sicurezza se ne siano andati allora vale la pena sapere che l’ambasciatore britannico è molto apprezzato in patria proprio perché è rimasto, l’ambasciatore tedesco incontra e tratta di persona con i talebani, l’ambasciatore francese a Kabul è indaffaratissimo, come quello dell’Unione, l’ambasciatore spagnolo a Kabul dice che non rientrerà fino a che l’ultimo spagnolo e l’ultimo collaboratore degli spagnoli non avranno lasciato l’Afghanishtan. E se vi è capitato di leggere giornali entusiasti per l’italiano Pontecorvo, definito “ambasciatore” si sono dimenticati che lavora per la Nato.

    Questo è solo un piccolo esempio eppure racconta moltissimo della comunicazione in tempo di guerra. E qui, se ci pensate bene, siamo sempre in guerra: pensate come sta messa la comunicazione.

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    • giusto 5 minuti fa cercavo notizie sul nostro ambasciatore, dopo che ho visto la foto del “console”, poichè mi ricordavo di aver letto che la nostra ambasciata era stata chiusa.

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