Afghanistan: nemici a fasi alterne

REALPOLITIK USA – DAI MUJAHIDDIN FORAGGIATI CONTRO I SOVIETICI AGLI “STUDENTI DEL CORANO” FINO AI COLLOQUI DI PACE CON IL FEDELISSIMO DEL MULLAH OMAR

(pressreader.com) – di Fabio Scuto – Il Fatto Quotidiano – Il riconoscimento di un’autorità rivoluzionaria non è mai una questione semplice. Dopo che i bolscevichi presero il potere in Russia nel 1917, ci vollero anni prima che l’Unione Sovietica fosse riconosciuta dalle nazioni occidentali. Gli Stati Uniti negarono il riconoscimento fino al 1933. Una domanda simile si pone ora a Kabul. Ma il periodo buio che attende l’Afghanistan sotto il dominio talebano non esclude la possibilità di costruire relazioni di livello internazionale, quelle che darebbero legittimità ai talebani ma forse contribuirebbero ad attutire il previsto colpo di frusta sulla società civile afghana.

I Paesi occidentali stanno tenendo duro o almeno fingono di farlo, perché certamente non si può lasciare il predominio di Cina e Russia – ben posizionate con i nuovi talebani a Kabul – in una regione così strategica. Dovrebbe prevalere una “realpolitik” – il capo degli Esteri della Ue Josep Borrell ha già dichiarato: “Sono loro che hanno vinto la guerra e con loro dobbiamo parlare” –. Alla Casa Bianca di Joe Biden forse è presto per parlarne – brucia ancora la ritirata stile Saigon da Kabul – ma potrebbe essere inevitabile. L’America ha le mani in pasta in Afghanistan da oltre 40 anni e non sarebbe certo la prima volta che “cambia” cavallo.

1979-1982

Gruppi di guerriglieri noti come mujahiddin organizzano un’opposizione e un jihad contro le forze d’invasione sovietiche. Gli Usa attraverso l’Arabia Saudita iniziano segretamente a incanalare armi ai mujaheddin dal Pakistan.

1983-1986

Il presidente Ronald Reagan accoglie i combattenti afghani alla Casa Bianca nel 1983 e il leader dei mujahiddin Yunus Khalis visita lo Studio Ovale nel 1987. La Cia, fornendo i missili antiaerei Stinger ai mujaheddin, cambia le sorti della guerra, permettendo loro di abbattere gli elicotteri da combattimento sovietici.

1988-1993

Gli accordi di pace di Ginevra sono firmati da Afghanistan, Unione Sovietica, Stati Uniti e Pakistan, e le forze sovietiche iniziano il loro ritiro il 15 febbraio 1989. L’Afghanistan precipita nel caos con i signori della guerra (e della droga) che si combattono senza tregua.
1994
I talebani, studenti-guerrieri afghani ultraconservatori che emergono da gruppi di mujahiddin e seminari religiosi in Pakistan e Afghanistan, prendono il controllo di Kandahar, promettendo di ristabilire l’ordine e portare maggiore sicurezza. Impongono rapidamente la loro dura interpretazione dell’Islam sul territorio che controllano.

1996

I talebani conquistano Kabul. Solo tre Paesi riconoscono ufficialmente il regime: Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

1997

Appena un anno dopo però il gigante petrolifero statunitense Unocal ospita una delegazione di leader talebani, tra cui l’ex ministro degli Esteri Mullah Mohammad Gaus, negli uffici della compagnia a Houston, in Texas. Lo scopo della visita della delegazione – in cui hanno ricevuto un trattamento regale, incluso un viaggio vacanza al Monte Rushmore – era quello di firmare un accordo per costruire un gasdotto che sarebbe andato dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan fino al Pakistan e India. Per i talebani sul piatto 100 milioni di dollari l’anno.

2001

L’Alleanza del Nord, appoggiata dagli Stati Uniti, entra a Kabul il 13 novembre. I talebani fuggono a sud e il loro regime viene rovesciato. Dopo l’invasione americana dell’Afghanistan nel 2001, le autorità d’occupazione Usa nominano presidente Hamid Karzai, carica che ha ricoperto fino al 2014. Karzai è un membro della tribù Popalzai, la stessa tribù di Abdul Ghani Baradar, un tempo vice del mullah Omar (una celebre foto li ritrae insieme mentre stanno fuggendo in motocicletta) e ora leader dei nuovi talebani. Baradar venne catturato nel 2010 dagli americani e liberato nel 2018 per ordine di Donald Trump per portarlo al tavolo dei negoziati a Doha che gli Usa hanno tenuto con la leadership talebana nel 2020. È quasi impossibile tracciare le linee che separavano il governo corrotto di Karzai dai talebani, ma allo stesso tempo quei legami potrebbero aiutare oggi gli Stati Uniti a trovare canali per arrivare ai nuovi signori di Kabul. Perché ci sono in gioco immensi interessi economici. Gli Usa non solo hanno continuato a portare avanti l’idea del gasdotto dal Turkmenistan, ma l’hanno trasformata in un progetto di punta nel 2014 che potrebbe generare enormi profitti per l’Afghanistan, il Turkmenistan e le società americane che avrebbero dovuto costruirlo. Ancora più importante, il progetto è un modo per aggirare la pipeline degli ayatollah iraniani. I Paesi attraverso i quali dovrebbe passare – Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India – hanno firmato un accordo per costruire la pipeline a un costo stimato di 7,5 miliardi di dollari. La costruzione è iniziata nel 2015 e, sebbene gli Stati Uniti non siano partner nel finanziamento o nella costruzione, vedono il suo completamento come una mossa che potrebbe aiutare a riabilitare l’Afghanistan.

2013

L’Amministrazione Obama annuncia l’intenzione di avviare colloqui formali di pace con i talebani.

2020

Dopo due anni di trattative Stati Uniti e talebani firmano un accordo di pace a Doha, in Qatar, il 29 febbraio. È qui che i talebani acquisiscono la loro legittimità, quando sono riconosciuti dalla Casa Bianca di Donald Trump come partner nei colloqui diplomatici sul futuro dell’Afghanistan. La firma di quell’accordo – che prevedeva la liberazione di 5.000 talebani detenuti e la fine degli attacchi alle forze Usa in cambio del ritiro – è di fatto un certificato di legittimità.
Gli Stati Uniti non sono l’unica potenza che ha mantenuto canali aperti con il “nemico” talebano. Russia e Cina (che condivide con l’Afghanistan un delicato confine di 45 chilometri) quest’anno hanno ospitato rappresentanti del movimento e hanno tenuto e stanno tenendo – a Mosca, a Pechino e Kabul – colloqui sulla costruzione e il rafforzamento dei legami economici. Arabia Saudita, India, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti hanno aiutato – economicamente e militarmente – i talebani nel corso di questi anni e ora sperano di raccogliere i frutti dei loro investimenti.

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3 replies

  1. il grande GIOCO continua…
    quanti rifugiati dovremmo ospitare?
    per far contenti tutti quelli che strepitano gratis?
    in cambio di che?
    cosa si può ottenere ora quello che non abbiamo ottenuto in 20anni di spese e di morti?

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    • Senti, uno ti dá uno strappo fino a casa, e poi gli si pianta l’automobile, tu non ti fermi un poco a dargli una mano?

      Invece in Afghanistan uno ti da da interprete, o ti aiuta a tenere i mezzi al caldo, o ti fa da mangiare, e poi di punto in bianco gli arriva un Donald Trump e lui deve schiodare sei mesi dopo (per dire) come un razzo con un razzo nel sedere. Secondo te chi ha il dovere morale di dargli una mano?

      Se non vuoi rifugiati o morti in mare lavora con i pacifisti, sennó o ti metti a fare il postino per Erdogan o ti tieni i morti di fame che fanno esattamente come faresti tu al loro posto.

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      • cornuti (dagli Usa) e mazziati (ospitalità ai rifugiati collaborazionisti)

        a suo tempo, chi ha collaborato con la repubblica di Salò, lo faceva spesso per denaro ma sapeva dei rischi, nel 45 qualcuno la pagò con la morte o la prigione.

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