Afghanistan: raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata

(Domenico Quirico – la Stampa) – La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato per questo Otto Settembre afghano è la parola interesse. L’ha pronunciata il segretario di Stato americano: restare in Afghanistan non è nel nostro interesse. Dando un nome alle cose si rischia di ferirle in mezzo al cuore con un colpo irrimediabile. Ho provato a immaginare un afghano all’aeroporto di Kabul impegnato in una caparbia opera di sopravvivenza, con i taleban all’uscio, collerici, farnetichi, sentenziatori di morte, vittoriosi.

O uno di quelli che vivono nascosti perché sanno che i taleban stanno spuntando i nomi nelle liste abbandonate dagli occidentali, e si sentono già imputati in bieche aule di tribunali supremi, da impietose inquisizioni. In poche ore il mondo nuovo si è dissolto di colpo nelle profondità di campo del tempo. E quello che rimane loro è la frase del segretario di Stato americano, uno di quelli che avevano promesso di buttar giù a spallate la loro storia medioevale.

Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all’improvviso affrettati. Ma come si fa a non ruggire di fonte a una così sfacciata, volgare manifestazione di nichilismo interiore? Raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata, di più vanitoso, lercio e appunto interessato di questo tradimento. Che il buio risorga Fa capolino già la successiva vergogna, cancellare gli afghani dalla memoria, si appronta il cassetto dove riporli accanto ai vietnamiti, ai cambogiani, ai somali, ai curdi e agli iracheni.

In Occidente i perseguitati non hanno fortuna, non suscitano simpatie perché sono deboli. A Kabul il nostro mondo, esportato a forza, provvisorio, tarlato, è crollato in poche ore. Ma era da tempo che noi ce ne andavamo con i nostri pregiudizi, i nostri soldati invincibili, i canti e le bandiere. Non abbiamo nemmeno provato, per nasconder la vergogna della sconfitta, a stendere la mano a coloro che sono rimasti lì, per cui non ci sarà nessun ponte aereo, nella speranza che non la rifiutassero con troppo disgusto: che avete fatto perché noi si sia meno infelici?

Ci chiederanno essi: che cosa avete fatto perché vivessimo in pace? In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l’aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi Già: gli afghani gli darebbero adesso ragione.

Il loro peccato è di essere soltanto esseri umani, troppo poco per diventare interessi, per questa trasmutazione non sono bastati venti anni. Dietro ognuno, anche quelli che non ci amavano, sì, anche i taleban, c’è una identità: retti, astuti, malvagi, pratici, dolci, autoritari, fanatici, secoli di fatiche durissime tra quelle pietre li hanno induriti. Invece sono rimasti ombre anonime e scialbe che si possono abbandonare, in fondo senza nemmeno l’ingombro di troppi rimorsi. Eppure loro eravamo noi, il loro destino eravamo noi. C’è in questa realpolitik così sguaiata un rischio mortale. I nostri proclami sono ormai cose morte ma non mute. Testimoniano, accusano.

Chi dopo questo tradimento così esplicito presterà ancora fede alle nostre parole, chi penserà che i nostri annunci di democrazia, tolleranza, la nostra magnifica parola diritti, siano altro che polvere se non coincide con i nostri interessi? Dove troveremo alleati visto che cerchiamo solo caudatari e complici provvisori?

Le assonanze tra Kabul e Saigon, tra la fuga dal Vietnam e quella dall’Afghanistan assordano: la trattativa con l’Arcinemico fino a un minuto prima impronunciabile, il ritiro, gli alleati locali lasciati soli con satrapi balbettanti e corrotti, con eserciti fatiscenti e abituatati a far da comparse, regimi che si sciolgono, presidenti che fuggono, divise e armi gettate via, gli elicotteri, sempre loro, che portano via i nostri e, se c’è posto, anche qualcuno di loro. La stessa domanda: perché i loro combattono e i nostri no? E’ solo a distanza di cinquant’ anni la replica della stupidità militare di qualche nuovo impomatato Westmoreland? No. E’ un metodo.

8 replies

  1. 18:16 17.08.2021
    Attualmente ci sarebbero in corso ancora combattimenti nella regione del Panjshir
    dove le forze del vicepresidente Amrullah Saleh avrebbero riconquistato nell’area di Charikar,
    nella provincia di Parwan, a nord di Kabul dai talebani, pare ci siano diecimila uomini dell’esercito afghano
    inviati nella regione sotto la guida del generale Abdul-Rashid Dostum.

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  2. Articolo impeccabile, pienamente condivisibile.
    Che schifo di politica internazionale, sembrano dei dottor Stranamore.
    Lasciare gli afgani in balia del fanatismo religioso è grave.
    Averli illusi su una possibile transazione democratica è ancora più grave.
    Ma forse sono addirittura meglio quelle bestie che si nascondono dietro il corano e lapidano le donne, rispetto ad una bestia che parla di scarso “interesse” dopo aver fatto esporre a inevitabili ritorsioni chi ha creduto in loro.
    Ma non volevano esportare la democrazia, volevano esportare solo i cazzi loro.

    E in questo modo hanno vanificato anche l’operato di chi si batte senza interessi e con convinzione nel tentativo di far evolvere democraticamente i popoli sottosviluppati.
    Non screditano solo loro stessi ma anche i temi di cui si fanno promotori.
    Ma gioiamo per questo scivolone il politicante USA, è un momento di trasparenza importante.
    La verità fa male ma le bugie molto di più.

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  3. “In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l’aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi”

    A busoneeeee!

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