Luca Telese: “L’incredibile storia dei 700mila euro di Renzi”

(Luca Telese – tpi.it) – Vedi alla voce insabbiare. La cosa più bella, sul caso Matteo Renzi, è uno stato d’animo giornalistico ben raccontato dalla prima pagina di Libero di oggi: “La vendetta dei Pm: Renzi indagato”.

Un titolo straordinario perché rivela un certo umore, un sentimento dei media, gli effetti di un’ottima campagna di depistaggio, la tanta voglia di taroccare una notizia che i signori dell’informazione trattano quasi controvoglia. Renzi è di nuovo indagato, e la colpa, secondo i giornali amici, non è sua, o di una imputazione che andrebbe come minimo verificata, ma dei suoi presunti persecutori togati. Ed ecco il fatto (a dir poco clamoroso) oscurato nel racconto pubblico di questa vicenda.

I magistrati hanno scoperto che Renzi ha preso dall’agenzia dell’amico Lucio Presta 700mila euro firmando un contratto per tre programmi televisivi: il primo, un documentario, è stato realizzato (ma scopriremo tra poco a che prezzo). Gli altri due programmi, invece, a distanza di quattro anni non hanno mai visto la luce.

Il primo, su cui all’epoca si favoleggiava di una formidabile asta, è stato venduto. Ma i pm hanno anche scoperto che la cifra del contratto è…. Mille euro. Altra notizia interessante: questa fattura non è stata mai pagata. Quindi, il saldo teorico dell’agenzia Presta è questo: 700mila euro dati all’ex premier. Incasso teorico a fronte di questa impresa: mille euro. Incasso contabile reale: zero. Mica male, no? Se fossimo nel mondo delle favole si potrebbe dire: forse è un investimento andato male. Nel mondo reale una domanda bisogna farsela.

Invece la vicenda scompare, affogata dalla consueta narrazione vittimistica renziana. Ecco La Repubblica, in perfetto stile Gedi: “Quelle inchieste che tengono l’ex premier sulla graticola”. Quindi la colpa è “delle inchieste”, non di questi numeri che ballano. E subito dopo, sempre nel titolo, c’è il virgolettato del martire di Italia Viva: “Ma a me nessuno fa paura”. Ovviamente Renzi si guarda bene dal spiegare o chiarire: “È tutto in regola”, dice. Cosa, di grazia?

Anche il Giornale sembra in linea con l’ufficio stampa leopoldino: “Attacca le toghe, Renzi indagato”. Quindi è vittima con dolo: non è indagato per questi bilanci sbarazzini, ma perché le toghe (cattive) ovviamente, si vogliono vendicare. Renzi martire della libertà di opinione, perseguitato solo perché ha minacciato di firmare i referendum radicali: e in realtà, a bene vedere, se le toghe fossero scaltre dovrebbero gioire: il sostegno di Renzi, dopo il 2016, è una buona garanzia per far fallire un quesito referendario.

Ma torniamo alla rassegna stampa. Solo con il Corriere della Sera si tira un sospiro di sollievo, perché il titolo del quotidiano di via Solferino è ineccepibile: “Renzi e Presta indagati per il documentario su Firenze: finanziamento illecito”. Ecco, il tema che sparisce dal dibattito è questo: qualcuno ha dato 700mila euro a Renzi, senza guadagnare un solo euro in cambio.

Ma siccome Renzi è stato Presidente del Consiglio, ha amministrato la cosa pubblica, ha gestito le nomine in Rai, se qualcuno lo paga 700mila euro, più di Alberto Angela, per un documentario che ne costa mille, qualche domanda è giusto farsela.

Soprattutto perché la storia di questo milione di euro del leader di Italia Viva non comincia con questo avviso di garanzia. Inizia il 18 gennaio 2018 quando, ospite di Nicola Porro in una puntata di Matrix in piena campagna elettorale, Renzi dice al giornalista: “Le mostro l’estratto conto del mio conto corrente bancario!”. Il colpo di teatro è perfetto: nel saldo si legge che l’ex premier può contare solo su 15.859 euro.

Peccato che cinque mesi dopo, La Verità riveli che l’uomo di Rignano sta comprando a Firenze una villa da 1,3 milioni di euro. E che la notizia susciti parecchio scalpore, se è vero che i coniugi Renzi in quei giorni pagano ancora una rata mensile di 4.250 euro per il mutuo della loro vecchia casa di Pontassieve (che all’epoca non è stata ancora stata venduta).

Da dove vengono, allora, i soldi per il villone di Firenze? Mistero. Renzi, inaugurando la sua strategia, non lo dice. Lamenta una intrusione nella sua vita privata (già allora) spiega che vende la sua villa di Pontassieve. E dice: “Sono stato eletto parlamentare e prendo un ottimo stipendio. Non avendo più attività di Governo – aggiunge – posso avere ulteriori entrate e persino prendere un mutuo”.

I giornali si accontentano di questa spiegazione, del super-acquisto non si parla più. Renzi si compra anche una Mini Cooper da 29mila euro, mentre dalla dichiarazione patrimoniale si apprende che nel 2017 ha guadagnato solo 29mila euro lordi. Ma non è finita: nel novembre del 2019, un’inchiesta di Emanuele Fittipaldi, su L’Espresso, rivela da dove arrivano quei soldi.

Per poter stipulare il rogito, Renzi (si era ben guardato dal dirlo), aveva ottenuto un prestito generosissimo e difficile da decrittare a prima vista grazie ai soldi ricevuti dalla madre di un imprenditore fiorentino. Si tratta di Riccardo Maestrelli, che in passato è stato un generoso finanziatore della fondazione renziana e che, grazie al Presidente del Consiglio, è stato nominato alla Cassa Depositi e Prestiti. Dalla famiglia Maestrelli sono arrivati (fate attenzione alla cifra) 700mila euro.

All’inizio Renzi replica duro a tutte le notizie: “Ho restituito tutto, denuncerò L’Espresso per violazione del segreto bancario”.
Ma intanto il caso monta e diventa molto imbarazzante. Senza la segnalazione della banca per la normativa anti-corruzione il movimento di denaro non sarebbe stato tracciato. E così l’ex premier è costretto ad una nuova correzione del tiro: “Dovendo effettuare un anticipo bancario ho fatto una scrittura privata con un prestito concesso e restituito nel giro di qualche mese, quattro mesi circa”.

Per togliersi dall’imbarazzo di un caso che ha una doppia valenza politica ed economica, insomma, Renzi ha bisogno di una cifra molto importante. E dove la va a prendere? Da Presta, ovviamente: così non si può capire l’importanza di questa inchiesta, se non si capisce che quel contratto “televisivo” era già un enorme “bancomat” con cui l’ex presidente sanava la situazione dopo mille polemiche.

Se non altro perché il percorso era stato questo: i soldi sul conto corrente dell’anziana signora, che erano serviti per il prestito a Renzi, arrivavano dalla Cassa di Risparmio di Firenze, e arrivavano dalla Pida spa. E cos’era la Pida? Una holding fiorentina fondata dal marito della madre di Maestrelli e in quegli anni gestita dai tre figli della signora e dalla stessa Anna Picchioni. La Pida non aveva iscritto il finanziamento nel suo bilancio.

La causale del bonifico era: “Pagamento in conto acquisto 25 partecipazione Mega srl”. Il nome di Renzi non appariva in nessun modo. Il giorno dopo questa operazione era stato fatto un bonifico di pari importo, da quello stesso conto, a un altro aperto dal leader di Italia Viva presso il Banco di Napoli.

Il 13 giugno i due coniugi Renzi, ritiravano i fondi chiedendo 4 assegni per 100mila euro ciascuno che sarebbero serviti per pagare la caparra. Il giorno prima di andare a comprare la sua villa da 1,3 milioni di euro, dunque, Renzi non aveva un solo euro per l’acconto.

Solo alla vigilia dell’acquisto incassa questa cifra, con cui dispone gli assegni di cui sopra. Quando si ritrova sotto il rischio di una inchiesta e di una polemica e deve risolvere in qualche modo la questione del prestito, onorandolo, Renzi ottiene con perfetto tempismo il contratto provvidenziale di Presta.

Ecco perché non c’è nessuna persecuzione nei suoi confronti: non un filone di inchieste pretestuose, ma un unico percorso intorno ad un unico problema. I finanziatori cambiano, insomma, ma i soldi sono sempre gli stessi. Ecco perché Renzi non ha nessun pretesto per alimentare il suo pianto vittimistico.

Ovviamente può sempre dire che i giornalisti che indagano sulle sue risorse lo facciamo “per invidia”, come scrivono i suoi supporter sui social. E questa è l’unica cosa certa: anche io – infatti – vorrei comprarmi una villa e avere un amico che mi presta 700mila euro per poterlo fare.

10 replies

  1. Sì, ma il reato? Non so se avete presente, la magistratura è pagata (e MOLTO lautamente) per perseguire i reati, non per farsi i fatti della gente: quella era la Stasi della Germania Est, ma qui siamo in Italia, e -almeno in teoria- siamo in democrazia.

    Per inventarsi una cosa minimamente credibile pare che abbiano messo in mezzo il finanziamento illecito al partito: come mai se il finanziamento era al partito il nome “Italia Viva” in tutto questo sproloquio non c’è?

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    • Mammamia che sciocchezza di reato il finanziamento illecito al partito.
      Tra l’altro tu F. oltre a non conoscere la costituzione che obbliga il pm a indagare, non conosci manco la politica recentissima, e cioè che nel 2017 Italia morta non esisteva.
      Infatti all’epoca era ancora PD, e quei bambacioni non hanno visto manco un euro, sicuro. Lui si è pappato i soldi per quella cagata pazzesca che è la leopolda.
      Lucio Presta e chi sta dietro di lui, se vogliono finanziare Renzie lo devono fare alla luce del sole, così io cittadino posso vedere quello che Renzie fa per lui, e non pagargli contratti per cose che non sa fare e che il mercato a valutato 1000€.

      IL magistrato ben pagato come dici tu (e ci mancherebbe pure) non deve chiedere il permesso al parlamento per indagare sul parlamento: ci sei? Montesquieu? Dice niente?

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  2. QUESTO è il livello di informazione che i mass merdia fanno, danno delle notizie come se fosse normale che un imputato faccia causa (e vinca) contro un giornalista che ricordi che è imputato:

    https://www.corriere.it/politica/18_novembre_16/diffamo-tiziano-renzi-nuova-condanna-travaglio-501021fa-e9b9-11e8-863b-3e637f80be2e.shtml

    «DIFFAMÒ TIZIANO RENZI». NUOVA CONDANNA PER TRAVAGLIO

    «Nella seconda causa Tiziano Renzi contro Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano è stato nuovamente condannato, stavolta per un intervento televisivo». Lo scrive su Facebook Matteo Renzi.

    «Travaglio condannato due volte nel giro di un mese, insomma: dovrà pagare altri 50.000euro. Sono ovviamente contento per mio padre, ben difeso dall’avvocato Luca Mirco – prosegue il senatore del Pd -. Ma soprattutto vorrei condividere con voi un pensiero: bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni. Perché la verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo. Ci sono dei giudici in Italia, bisogna solo saper aspettare».

    «E verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda. Ci hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento ci ridarà ciò che abbiamo sofferto ma la verità è più forte delle menzogne. Adesso sono solo curioso di vedere come i Tg daranno la notizia», conclude Renzi.

    La precedente condanna

    In precedenza, a fine ottobre, Travaglio, in solido con altri colleghi del suo quotidiano, era stato condannato dal Tribunale di Firenze a pagare 95 mila euro per due articoli pubblicati sul Fatto quotidiano.

    IL PREZZO DELLA VERITÀ

    Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano”

    Avrei voluto parlarvi anche oggi di ciò che accade nel mondo reale. Ma ieri ho trascorso il pomeriggio a correr dietro a un post di Matteo Renzi su Facebook con la notizia di una sentenza del Tribunale di Firenze che, per la seconda volta in un mese, mi vede soccombente con suo padre Tiziano per un risarcimento di 50 mila euro. Solite geremiadi sulle “ingiustizie, le falsità, le diffamazioni”, il “mare di fango” che lui e i suoi genitori plurinquisiti hanno dovuto “sopportare”. Solito elogio ai magistrati che (al momento) gli danno ragione (“ci sono dei giudici in Italia”: soprattutto a Firenze).

    Solito auspicio che “torni il tempo della serietà” e della “verità” (cioè il tempo dei Renzi). E minaccioso avvertimento ai tg (“sono curioso di vedere come daranno la notizia”, come se fossero usi occuparsi di processi per diffamazione). Il bello è che non so letteralmente di quale sentenza o processo stia parlando, perché né a me né ai miei avvocati risultava quella causa.

    Forse la busta verde con l’atto di citazione si è persa tra le tante per colpa mia o dell’ufficiale giudiziario, o è andata smarrita nella trasmissione dalla nostra segreteria allo studio legale, chissà. Sta di fatto che ero contumace e non ho potuto difendermi. Poi, in serata, una giornalista molto addentro alle cose della famiglia Renzi – in un’ intercettazione depositata agli atti di Consip, Tiziano ne elogia la performance in una puntata di Otto e mezzo con il sottoscritto e Matteo ridacchia: “L’abbiamo mandata noi” – cita sul sito del Foglio brani della sentenza e soprattutto la frase che mi è costata 50 mila euro. La pronunciai proprio nella puntata di cui parlano babbo e figliolo: quella del 9 marzo 2017.

    Eccola: “Il padre del capo del governo si mette in affari o s’interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo”. Il minimo sindacale della cronaca del momento, e anche di oggi: com’è universalmente noto, Tiziano Renzi era ed è indagato dalla Procura di Roma (con richiesta di archiviazione non ancora valutata dal gip) per traffico d’influenze illecite con la Consip: società controllata dal governo, ai tempi in cui il premier era il figlio Matteo, che aveva nominato l’ad di Consip Luigi Marroni.

    Non solo. Tiziano Renzi si era messo in affari con un’altra società partecipata dal governo, Poste Italiane, ottenendo per la sua “Eventi 6” un lucroso appalto per distribuire le Pagine Gialle nel 2016, quando Matteo sedeva a Palazzo Chigi. Affare legittimo, a parte la puzza di conflitto d’ interessi, e mai sfiorato da indagini. Ma totalmente vero e verificato. Ricapitolando: quella sera, dalla Gruber, dissi la pura, semplice e anche banale verità. E la ripeterei identica oggi.

    Purtroppo, non so ancora perché (la sentenza non la posseggo), ero contumace, nessuno mi ha avvertito che si stava procedendo in mia assenza e non ho potuto dimostrare di aver detto la verità. Nel processo civile non c’è un pm che conduce le indagini (se ci fosse stato, avrebbe acquisito le carte dell’ inchiesta Consip e dell’affare Poste-Eventi6, e subito archiviato il caso): c’è solo un giudice che esamina le “memorie” legali del denunciante e del denunciato e su quelle decide, senza nemmeno tener conto dei fatti notori.

    Ma in questo processo i miei legali non c’erano, dunque il giudice ha deciso su quel che gli raccontavano gli avvocati di Renzi sr. E ha concluso – almeno secondo ilfoglio.it – che le mie parole “hanno connotazioni oggettivamente negative, alludendo ad un contesto di malaffare e ad un intreccio di interessi privati, economici e politici ad elevati livelli. L’offesa è tanto più grave in quanto si mettono in relazione gli affari personali dell’attore (Tiziano Renzi, ndr) con l’ ascesa politica del figlio che, all’ epoca dei fatti, era stato capo del governo e, quindi, figura istituzionale dalla quale tutti si attendono attenzione e sensibilità per gli interessi dello Stato”.

    Cioè avevo addirittura insinuato un’inchiesta su Tiziano Renzi per Consip e un legame diverso dall’ omonimia fra il Renzi che s’interessava a Consip e prendeva appalti da Poste, e il Renzi che guidava il governo azionista di Consip e di Poste. Quanto all’importo di 50 mila euro, meglio non commentare.

    Un caso simile mi era già accaduto vent’anni fa. Nel ’95 Cesare Previti mi denunciò perché l’avevo definito sull’Indipendente “cliente di procure e tribunali” (e lo era eccome: era indagato a Brescia per un ricatto a Di Pietro, per cui sarebbe stato poi rinviato a giudizio e infine assolto).

    Durante il processo, l’Indipendente chiuse i battenti. L’avvocato, non più pagato dall’editore in liquidazione, pensò bene di smettere di difendermi. Così nel ’99 mi ritrovai condannato dal Tribunale di Roma allo sproposito di 79 milioni di lire per non aver prodotto le carte che provavano quanto avevo scritto: cioè l’atto di iscrizione di Previti sul registro degli indagati, di cui tutti i giornali parlavano, ma che il giudice non poteva conoscere perché poteva basarsi solo sulle carte prodotte dalle parti (e la mia non aveva prodotto nulla: il mio fascicolo era vuoto, così come la sedia del mio difensore).

    Siccome non avevo 79 milioni sull’unghia, Previti mi pignorò per due anni il quinto dello stipendio. Poi la Corte d’appello ribaltò la sentenza, ma non del tutto, perché le prove già disponibili in primo grado non erano più ammissibili in secondo: i giudici ridussero il danno alla somma che avevo già pagato (una ventina di milioni). Vedremo se stavolta andrà meglio.

    Ma me la vedrò io. Se ve l’ho fatta tanto lunga, cari lettori, è perché ne sentirete come sempre di tutti i colori. Ma mi preme dirvi ciò che vi ho già detto in occasione dell’altra causa alla fiorentina persa con babbo Renzi: ho detto la pura verità, quindi – se volete – potete continuare a fidarvi di me e del Fatto . Ci vuole ben altro per intimidirci.

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  3. …..si è proprio vero, ci sono i piglianculi e poi i metinculi, scegliete voi dove collocare il Bischero di Rignano.

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  4. Bisogna ammettere che qualche volta Renzi ha ragione. Quando parla di magistrati politicizzati non gli si può dare torto,infatti, il caso Palamara ,sul quale è evidentemente bene informato, dimostra che vi è un connubio incestuoso tra politica e settori importanti della magistratura. Peccato che era un amico e collega di partito di Renzi a dare dispoosizioni a Palamara: un certo Lotti da Firenze.

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