La falsa narrazione sul Cashback: cancellarlo non favorirà i poveri, ma gli evasori fiscali

(Luca Telese – tpi.it) – Anche se qualcuno l’ha scambiata per una decisione “tecnica”, la cancellazione del Cashback è stata, forse, la vera notizia politica della settimana dopo la rottura tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Un ennesimo strappo di Mario Draghi con il governo passato, un gesto perfettamente legittimo (non era certo obbligato a mantenere il provvedimento) e tuttavia già curioso per il modo stesso in cui è stato annunciato: ufficialmente solo come una “sospensione”, e populisticamente come una redistribuzione di ricchezza a favore dei fondi per la cassa integrazione.

Nel racconto mediatico di questi giorni Draghi-Robin Hood toglie ai ricchi per restituire ai poveri. Così la prima domanda viene davvero facile, almeno se si resta su questo terreno: chi mai baratterebbe un sconto di Stato del 10% sui consumi con un provvedimento di sostegno a chi non ha lavoro? Nessuno.

Tuttavia la questione è mal posta, e la foglia di fico populista non regge su nessun piano: perché mai, per esempio, questo gettito aggiuntivo al fondo per la casa integrazione dovrebbe essere fatto con fondi provvisori? In nessun caso, ovvio. Ed infatti non era quello il tema. Ma è il resto della motivazione esposta da Draghi, piuttosto, che – riletta a mente fredda – sembra quasi surreale.

“Il Cashback – ha affermato il presidente del Consiglio – ha un carattere regressivo ed è destinato ad indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del Paese in condizioni economiche migliori”. E ancora: “La maggiore concentrazione dei mezzi alternativi al contante si registra tra gli abitanti del Nord e, più in generale delle grandi città, con un capofamiglia di età inferiore a 65 anni, un reddito medio-alto e una condizione diversa da quella di operaio o disoccupato. Anche se non esistono a tutt’oggi dati specifici a riguardo – conclude Draghi – è presumibile che siano queste categorie a trarre i maggiori benefici dal Cashback e dai bonus e superbonus collegati”.

Tutto questo messaggio, come era prevedibile, è stato condito dalla maggior parte dei media con voci e boatos su costi proibitivi della misura e incartato con questo titolo: “Draghi: il Cashback favoriva i ricchi”.

Curiosamente si potrebbe facilmente dire il contrario. Intanto spiegando che il primo obiettivo – a prescindere dai percettori della super riffa – non erano i ricchi o i poveri, ma (più prosaicamente) i Pos. Solo grazie a questo provvedimento, infatti, in Italia centinaia di migliaia di esercenti che fino a ieri si rifiutavano testardamente di installare i dispositivi di pagamento, sono stati costretti – a furor di popolo – a farlo.

Ovvero: proprio negli esercizi commerciali e negli studi autonomi, dove la norma non prevedeva (come è noto) nessuna sanzione per chi non offriva la possibilità di pagamento elettronico, è stato il Cashback a costruire l’infrastruttura dei nuovi pagamenti digitali. E ha potuto farlo, non partendo da una imposizione, ma dallo stimolo della domanda.

Dopo che, con questa misura, si era alimentata alla perfezione la “febbre dello scontrino”, era molto difficile rispondere (come in passato): “Mi spiace, noi non abbiamo il Pos”. Era molto difficile continuare a mantenere il canale del nero come percorso esclusivo di pagamento. E la finalità del provvedimento era esattamente questa.

È stato il Cashback, e il rischio di perdere decine di clienti, a costringere gli esercenti riluttanti ad accettare per la prima volta la via della moneta elettronica. Ed era il meccanismo apparentemente ludico del Cashbak che ha prodotto questa riconversione in modo naturale, aggiungendo al bilancio positivo centinaia di migliaia di Spid attivati (soprattutto per gli anziani), senza cui non si poteva registrarsi sulla app.

D’altra parte – ecco perché è assurdo il giudizio ideologico sulla misura- questo congegno era stato copiato da tanti Paesi che lo hanno sperimentato con successo, a partire dalla Spagna. Ovunque ha prodotto gli stessi risultati.

Ecco perché il calcolo dei benefici non può essere quello che ha provato a sintetizzare Draghi (chi sono i percettori e quanto hanno percepito di sconto, quanto è costata la misura) ma piuttosto un altro: quanti pagamenti non sono avvenuti in nero, da quando è scattata la “febbre dell’oro” (in questo caso digitale)? Quanti ne arriveranno nei prossimi anni, seguendo quei canali di credito elettronico? Quanti di quegli utenti “scontrinomani” hanno fatto a emergere i loro acquisti dal mondo del nero?

Infine una notazione: il racconto reale del Paese – a partire dai casi di cronaca dei personaggi buffi che frazionavano il pieno di benzina in cento transazioni da un euro (inutilmente, visto che hanno tutti ricevuto un sms che spiegava come quelle spese non erano riconosciute – è il contrario di quel che dice Draghi.

Il Cashback non è stato il gioco di società dei ricchi (che già avevano la carta, da anni, e non anelavano allo sconto di 150 euro), ma semmai quello del ceto medio e dei poveri informati che aguzzavano l’ingegno per raggiungere gli obiettivi richiesti per il bonus.

Ho visto con i miei occhi tanti consumatori impegnati in conti e calcoli per raggiungere i parametri di accesso. E, così facendo, questi cittadini hanno anche contribuito a riattivare i consumi, usufruendo di fatto di uno sconto di Stato del 10%.

Quindi la domanda di oggi non può essere quella che sorge spontanea, su quale battuta populista si possa fare contro una misura che aveva una finalità precisa (rendere più accattivante la moneta digitale dei soldi in nero) e l’ha raggiunta. Il tema dovrebbe essere, piuttosto, come si rimodulano gli sconti (magari abbassando solo la quota di “sconto”) senza perdere “la guerra del Pos”, proprio un minuto dopo averla vinta. Questo sì, sarebbe un regalo: non ai ricchi o ai poveri. Ma alle vere vittime del Cashback: gli evasori.

1 reply

  1. DI CARLO DI FOGGIA
    “Quale accordo? Il testo firmato non lo è di certo, si fa fatica perfino a definirlo”.
    Sergio Cofferati si mostra assai perplesso quando gli si chiede cosa pensi della “presa d’att o ” sul blocco dei licenziamenti, il documento di 7 righe siglato martedì tra le parti sociali e il governo. L’ex segretario della Cgil che ha portato milioni di persone in piazza per difendere l’articolo 18 (marzo 2002) osserva sconsolato l’epilogo di un passaggio fondamentale. “Mi chiamavano, sbagliando, il signor No. La verità è che spesso serve dire di no e proporre soluzioni migliori”. I sindacati, Cgil compresa, hanno salutato con entusiasmo l’accordo che raccomanda alle imprese di usare le 13 settimane di Cig prima di licenziare… U n’enfasi ingiustificata. Non è un accordo, a partire dal titolo “Presa d’att o ”: mai visto prima. Il governo sollecita le parti a convergere su una “ra c c o m a n d a z i o n e ”: cosa vuol dire? Non si capisce quale fondamento giuridico possa avere e quindi la sua efficacia. Peraltro riguarda solo una parte, i datori di lavoro, che in realtà non avranno alcun vin-
    colo. È un contorto atto politico che non risolve il problema di fondo. Una scelta sbagliata destinata a creare molti problemi. Perché i sindacati sono contenti? Temo abbia prevalso la paura per la reazione delle persone in caso di rottura. Ma non si è deciso nulla e il governo si è inventato nuove forme di rapporti fra le parti sociali… Come si poteva risolvere? Perché affidarsi alla buona volontà di Con-
    findustria? Se va bene si sposta il problema di 13 settimane, se va male avremo migliaia i licenziamenti. Si incentivano le aziende a
    non licenziare, ma la Cig è temporanea, serve per trovare una soluzione al problema che ne ha richiesto l’uso, che qui non viene
    trovata. Serviva svuotare la sacca di lavoratori a rischio licenziamento, cioè una vera politica del lavoro. Il governo Draghi sottovaluta il tema lavoro? Mi pare non lo consideri proprio. C’è un vuoto enorme. Prendiamo il Pnrr: miliardi di investimenti che avranno effetti sull’attività delle imprese e sul lavoro. Dei primi si parla poco, dei secondi zero. Eppure dovrebbe essere normale valutare gli investimenti anche in termini di obiettivi occupazionali, sia quantitativi che qualitativi. L’asse di questo esecutivo è a destra? Non è certo progressista, e non è un problema piccolo. Decidere di non decidere dà la sua cifra: lascia mano libera a una parte dei contendenti, i datori. Perché le forze di centrosinistra non riescono a incidere? Considerano la sua nascita l’unica via percorribile, non hanno pensato o costruito altro e sono prigioniere di loro stesse. Dovrebbero avere idee sui grandi temi, valorizzare e far crescere il lavoro. Non c’è nulla. Lei 20 anni fa teneva in scacco i governi, Landini oggi deve elemosinare l’invito di Draghi. Di chi è la colpa? Un sindacato in crisi deve trovare al suo interno le cause della sua debolezza. Landini fa il suo lavoro con passione, ma le difficoltà sono antiche, la sconfitta sul Jobs act è stato un dei momenti più duri. La politica ci ha messo del suo emarginando i sindacati. I confederali hanno scelto di essere minoritari nei settori dove c’è conflitto, dalla logistica ai rider, combattendo il sindacalismo di base e siglando accordi capestro.
    È un problema enorme. Si è incancrenita la relazione tra le forme di rappresentanza. La Cgil deve mostrare di avere qualcosa da dire
    ai lavoratori di questi settori e avere un rapporto leale con i sindacati di base. Sono i confederali a dover promuovere questo dialogo.
    Cosa va fatto oggi? Due leggi fondamentali: sulla rappresentanza sindacale, all’interno della quale si deve inserire il salario minimo, e la revisione dei diritti del lavoro. Lo Statuto del 1970 va aggiornato alle nuove forme di lavoro. Le uniche cose di sinistra fatte in questi anni le ha fatte il M5S…
    Il Pd è vittima dell’illusione della terza via blairiana, ma il Jobs act non c’entra nulla con la sinistra. Su questo i 5Stelle si sono rivelati progressisti: il centrosinistra deve trovare un dialogo sistematico con loro.

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