Wei-c’hi: il gioco che spiega la strategia espansionista cinese

(Andrea Venanzoni – fondazioneleonardo-cdm.com) – Se in Occidente l’antico gioco degli scacchi è stato molte volte utilizzato per spiegare, in metafora o nella realtà, un insieme di comportamenti politici o strategici di singoli individui, gruppi o Stati, l’Oriente sembra sensibile ad un altro genere di gioco strategico: il cinese Wei-c’hi, maggiormente conosciuto in Europa e negli USA con il suo nome giapponese, il Go.

Al Wei-c’hi hanno dedicato ampie riflessioni geopolitiche vari esponenti del mondo accademico e politico occidentale, a partire da Henry Kissinger a cui dobbiamo forse la più icastica formulazione del principio di correlazione tra le regole strategiche di questo peculiare gioco e l’azione espansiva del governo cinese.

Afferma Kissinger, nel suo libro ‘Cina’ contenente riflessioni ed episodi di vera vita diplomatica risalenti agli anni settanta, che il Wei-c’hi segna la verità del senso profondo dell’espansionismo cinese, improntato alla consapevolezza della illusorietà di una vittoria definitiva.

C’è in questa tradizione la coscienza scintillante della lezione di Confucio e di quella legata al conflitto formulata da Sun Tzu ne ‘L’arte della Guerra’: per Sun Tzu, un esercito avversario deve essere vinto, non annientato e la vittoria deve essere raggiunta con il minor sforzo possibile, più ricorrendo alla raffinata sagacia che non alla forza bruta.

Ma già prima di Kissinger, Scott Boorman in un suo volume del 1969, scritto quando era ancora solo un ragazzo e tradotto in italiano nel 2013 dalla Luni col titolo ‘Gli scacchi di Mao. Il Wei-c’hi e la strategia rivoluzionaria cinese’ aveva messo a punto una connessione logica e culturale tra quel gioco e l’impegno cinese nella guerra del Vietnam.

Il Wei-c’hi è un gioco strategicamente complessissimo e sfiancante, talmente complesso che nessun sistema computerizzato ad oggi riesce a giocarlo in maniera soddisfacente, a differenza di quanto avviene con gli scacchi: nonostante alcune superficiali similitudini con questo ultimo gioco, il Wei-c’hi si basa su una tavola di gioco a griglia, il goban, articolata in diciannove linee da moltiplicarsi per altre diciannove. Uno scacchiere che consente molte più intersezioni e mosse rispetto al gioco degli scacchi.(Copertina) pannello di Kanō Eitoku mostra dei cinesi dell'epoca della dinastia Ming che giocano a go (XVI secolo). (Sopra) Due abitanti di Shanghai mostrano la tecnica tradizionale per tenere una pietra di go © Brian Jeffery Begger - https://bit.ly/35jOsQply

Viene giocato da due persone, con pietruzze bianche e nere, e si stima venga praticato da circa 2500 anni, visto che alcuni ritrovamenti archeologici consentono di datarne la nascita alla dinastia Han.

E c’è poi la finalità stessa del gioco a differire dagli scacchi.

Negli scacchi c’è sì strategia ma la sostanza è l’annientamento dell’esercito avversario e la conquista del campo centrale, determinato dalla paralisi del Re nella mossa dello ‘scacco matto’, con una dinamica medievale che anche in metafora evoca soldati, alfieri, cavalieri, Regine, Re, nella sublimazione della dinamica vestfaliana di eserciti e di Stati che reclamano il loro spazio territoriale.

Nel Wei-c’hi al contrario si tende a minimizzare strategicamente le mosse, e non si punta all’annientamento o alla conquista esibita, bensì all’accerchiamento. La vittoria finale è determinata quindi dalla colonizzazione dello spazio complessivo, calcolandone il punteggio, senza giungere alla consunzione totale dello sfidante.

E’ un gioco meno assoluto, più sfumato, più lungo nella sua durata e nei suoi esiti.

La politica espansionista cinese sembra in effetti richiamare esattamente queste dinamiche: un misto sapiente di sharp e soft power, egemonia militare e persuasione diplomatica, istituti culturali come gli Istituti Confucio e contatti articolati con associazioni, partiti politici, progetti egemonici come la Via della Seta e colonizzazione commerciale dei quartieri in una formula replicata in tutto il mondo e che connette ogni quartiere a forte presenza cinese, dall’Esquilino di Roma ai sobborghi di Dakar, in Senegal, dove troverete esattamente gli stessi negozi che potete ammirare nei dintorni della Stazione Termini capitolina.

Una forma strategica che si tiene lontana dal manicheismo del doversi incarnare univocamente in Davide o in Golia, in una super-potenza militarizzata o in uno Stato-civiltà emergente, e che consente, al tempo stesso, di essere ora Davide ora Golia, a seconda delle circostanze, del contesto e dell’avversario.

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2 replies

  1. strano riferimento a Kissinger che apprezza la filosofia cinese della conquista con astuzia e perspicacia, mentre lui è entrato in Cile a gamba tesa.

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