Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-04-2014 Roma Politica Trasmissione tv “In Mezz’ Ora” Nella foto Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sullo schermo Silvio Berlusconi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-04-2014 Rome (Italy) Tv program “In Mezz’ Ora” In the photo Matteo Renzi

(di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano) – Alcuni uomini hanno un tale potere iconico da diventare aggettivi: senza scomodare Kafka, diciamo “berlusconiano” o “renziano” e tutti capiscono al volo cosa intendiamo. La parola descrive un insieme di tratti, un modo di fare, una cultura, un’antropologia singolare e inequivocabile, oltre che la pletora più o meno folta degli adepti. L’aggettivo è proporzionale alla fama e ne ricalca il valore, con poche eccezioni nella Storia: Napoleone era un cafone e un piccolo uomo, eppure “napoleonico” vuol dire grandioso, straordinario; mentre ormai “berlusconiano” e “renziano” partecipano di una tassonomia marginale, da gabinetto delle curiosità. Con una differenza sostanziale: che Berlusconi, che ha intercettato e generato un pubblico a sua immagine e somiglianza, ha impresso il suo codice a un’epoca, che è stata berlusconiana, cioè perfettamente incastrata allo Spirito del Tempo, amorale, edonista, ludica, individualista; mentre Renzi, sgomitando fin da subito per diventare aggettivo epocale e finito sinonimo di deteriore, si è autodistrutto nel giro di cinque anni.

Nell’ultima puntata di Report, divisa in multiproprietà tra i due mancati Napoleoni d’Italia, Berlusconi appare nelle sue adunate reattive, quelle delle pose mussoliniane di immanenza perenne tra sventolii di bandiere finte d’Italia, in realtà di Forza Italia, sotto Palazzo Grazioli: “Io sono qui. Io resto qui. Io non mollo! Io. Sono. Innocente!”. Aiutato da spie volontarie appostate in piccoli alberghi di Ischia nelle persone di bagnini, camerieri, ristoratori pronti a riferire agli avvocati e alla stampa di famiglia le brutte parole che il magistrato Esposito avrebbe detto sul suo conto prima di condannarlo (“È una chiavica, gli faccio un mazzo così”), B. non è solo un uomo: è un portale.

C’è tutto un mondo suscitato dal solo nome di B.: basta evocarlo, e come in un endorcismo lui si porta dietro un popolo, uno stile, la realtà di pixel, l’etica pubblicitaria, il vittimismo contundente, i miliardi, il sorriso gagliardo, il maquillage funebre, lo scandalo e il complotto, il carrozzone dei finti garantisti… Egli è legione.

Nella stessa puntata è stato svelato, con grande strepito del protagonista e dei suoi bravacci sui social, l’incontro di Renzi in autogrill con un uomo dei servizi segreti durante la crisi del governo Conte (innescata da lui, anche perché Conte cedesse la delega ai servizi).

Mentre B., a dispetto della taglia, proietta la sua enorme ombra trentennale sul Paese, Renzi – stante la sua irrilevanza elettorale – è più una spina di pesce ficcata nel velopendulo d’Italia. Dà fastidio, non si toglie, s’incista. “Lo dico per voi, siete una trasmissione importante, usate i soldi dello Stato, spero che li usiate bene”, dice il Senatore della Repubblica che prende soldi da una petromonarchia sanguinaria svolazzando nei cieli d’Arabia tra conferenze adulatorie e premi di Formula 1, e ha il 40,57% di presenze in Aula. Strizza gli occhi, insinuante: “Conte ha fatto degli incontri un po’ strani, a Palazzo Chigi, nell’agosto del 2019…. Su una vicenda di spie abbastanza strane”. E chissà che il punto non sia fare incontri a Palazzo Chigi in orario d’ufficio, invece che nella piazzola di sosta di un autogrill l’antivigilia di Natale, dopo aver visitato un bancarottiere, ex senatore di Forza Italia, recluso a Rebibbia. “Voi state facendo riferimento a un video (quello in cui lo si vede conversare con un ex agente del Sismi e attuale dirigente del Dis, ndr): sarebbe interessante sapere chi ve l’ha dato”, e però l’intervistatore non aveva fatto riferimento ad alcun video (così scopriva gli impostori il tenente Colombo). “Mi doveva portare, si figuri, i babbi, che sono dei wafer romagnoli, che io mangio in modo molto vorace… Oppure lei vuol dire che il dottor Mancini è il grande ispiratore della mia battaglia per cambiare l’autorità delegata?”, e verga segni su un foglio, come a mettere insieme i capi di un’eventuale querela (farà di peggio: un’interrogazione parlamentare per mano di uno dei suoi). Preferisce passare per tonto, ultima spiaggia dell’impudente, lui che voleva dare la cybersecurity all’amico Carrai.

Dovessimo compilare la voce “renziano” su una Treccani dei potenti o ex tali sulla base del suo dialogo col giornalista di Report, tra i sinonimi finirebbero: gaglioffo, stridulo, rissoso, comico, esiguo, intimidatorio, infantile, incredibile, abile a sviare il discorso ma modesto a risolverlo dialetticamente, aspro, linguacciuto. Habitué di regimi dove vigono metodi più radicali per sistemare i giornalisti, Renzi si sente vittima di complotti; dice che lo odiano, e in effetti in patria è detestato, ultimo in tutte le classifiche di gradimento, capo di una ridotta di miracolati, eterno presidente di Provincia che ha fatto i soldi (invece per noi, con le sue giacchette sfiancate, i pantaloni Scervino troppo corti, il peso oscillante, i suoi “dottore” negli sms, l’espressione che passa repentinamente da citrulla a feroce, egli è un personaggio clamoroso, una sagoma, un’autentica pacchia).

Grazie a Report è stato chiaro come due uomini così diversi e così affini, accomunati da una concezione affaristica della politica, l’uno principiatore l’altro epigono di un populismo di governo che ha portato entrambi a voler modificare la Costituzione in ottemperanza all’egotica fissazione esecutivista, condividano anche l’amicizia o quantomeno la consuetudine con barbefinte, personaggi bislacchi, cariatidi del potere.

E fa riflettere che Berlusconi, uno che è indagato per stragi di mafia e è finito ai servizi sociali per un reato contro lo Stato, viaggi ancora sul 7%, mentre Renzi, indagato ma incensurato, sia solo all’1,7%, benché anche lui quanto ad amicizie equivoche prometta bene. Misteri d’Italia.