Entro il 2100 l’estate potrebbe durare sei mesi

(Marta Musso – wired.it) – Se non riusciremo a mettere un freno ai cambiamenti climatici, entro il 2100 l’inverno durerà meno di due mesi mentre le estati, dato ancor più più preoccupante, si prolungheranno fino a durare sei mesi, portando con sé ondate di calore, incendi, tempeste sempre più frequenti e maggiori rischi per la nostra salute. A raccontarlo sono stati alcuni ricercatori, coordinati dalla Chinese Academy of Sciences, che hanno stimato quanto dureranno le stagioni nei prossimi anni, dimostrando come alle medie latitudini dell’emisfero settentrionale l’estate si allungherà sempre di più, primavera e autunno saranno più brevi e, appunto, l’inverno si accorcerà progressivamente. E il colpevole, ancora una volta, sarà il riscaldamento globale. Lo studio è stato appena pubblicato sulle pagine della rivista Geophysical Research Letters.

Le nostre estati sono già circa il 20% più lunghe rispetto al passato: arrivando a protrarsi per sei mesi durerebbero circa il doppio di quelle degli anni ’50, ossia fino a quando le quattro stagioni hanno seguito uno schema prevedibile e piuttosto uniforme. Rispetto al passato inoltre le estati dei prossimi anni saranno più estreme, con ondate di caldo e incendi sempre più frequenti. Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno analizzato i dati climatici giornalieri disponibili in letteratura per misurare quanto siano già cambiate le stagioni (quando iniziano e quanto durano) e hanno osservato che in media l’estate dell’emisfero settentrionale è passata da 78 a 95 giorni tra il 1952 e il 2011, mentre l’inverno si è ridotto da 76 a 73 giorni. Anche la primavera e l’autunno sono stati più brevi, rispettivamente da 124 a 115 giorni e da 87 a 82 giorni.

Utilizzando poi modelli del cambiamento climatico per prevedere come cambieranno in futuro le quattro stagioni (se non riusciremo a mitigare il riscaldamento globale), il team è riuscito a dimostrare che i cambiamenti più grandi devono ancora arrivare: dai loro calcoli, infatti, è emerso che entro il 2100 l’estate potrebbe durare in media 166 giorni, riducendo il tempo di tutte le altre stagioni e in particolar modo quello dell’inverno, che potrebbe arrivare ad essere pari a soli 31 giorni. “Le estati stanno diventando più lunghe e più calde mentre gli inverni più brevi e sempre meno freddi a causa del riscaldamento globale”, ha precisato Yuping Guan, autore dello studio.

(Credit: Wang et al 2020/Geophysical Research Letters/AGU)

A subire i maggiori cambiamenti nei cicli stagionali, sottolineano i ricercatori, sono state le regioni del Mediterraneo e dell’altopiano tibetano. Ma gli enormi impatti si osserveranno ovunque nel mondo e toccheranno ogni aspetto della biosfera, dall’ambiente all’agricoltura e la salute umana. “Numerosi studi hanno già dimostrato che il mutare delle stagioni causa significativi rischi per l’ambiente e la salute, aggiunge Guan. Ad esempio, gli uccelli stanno già cambiando i periodi delle loro migrazioni e le piante germogliano e fioriscono in tempi diversi, portando a discrepanze tra gli animali e le loro fonti di cibo e sconvolgendo gli ecosistemi. I cambiamenti stagionali, inoltre, possono devastare l’agricoltura, specialmente per colpa di “false” primavere o tempeste di neve tardive.

E con stagioni sempre più lunghe, anche noi saremo colpiti: si osserverà un aumento delle allergie e delle malattie infettive, dato che le zanzare tropicali portatrici di virus riusciranno a espandersi fin verso le regioni del nord. Ci saranno, infine, anche eventi meteorologici sempre più estremi. “Un’estate più calda e più lunga porterà a ondate di calore e incendi più frequenti e intensi, mentre inverni più caldi e brevi possono causare un’instabilità che porta a ondate di freddo e tempeste di neve”, ha commentato Congwen Zhu, ricercatore pressa la Chinese Academy of Meteorological Sciences, che non è stato coinvolto nello studio. “Questo studio è un buon punto di partenza per comprendere le implicazioni dei cambiamenti stagionali”, ha commentato Scott Sheridan, esperto del clima presso la Kent State University. “Penso che rendersi conto di questi cambiamenti potenzialmente drammatici nelle stagioni probabilmente avrà un impatto molto maggiore su come si stanno percependo in generale i cambiamenti climatici”.

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