Landini sazio a casa Brunetta: la politica magna come sempre

(di Antonello Caporale – Il Fatto Quotidiano) – “Cipolla, sedano, carota, un po’ d’aglio. I borlotti (tenuti ammollo dalla sera prima), una patata, rosmarino, pelati e poi, se si vuole un po’ di sapore, un culetto di prosciutto cotto. Quindi i maltagliati, fatti a mano però”. Non sappiamo se Renato Brunetta abbia proposto a Cgil, Cisl e Uil, per riformare la Pubblica amministrazione, la sua pasta e fagioli, ma sappiamo che la riforma è stata inghiottita da Maurizio Landini.

E dunque, come la storia gastronomica del Palazzo suggerisce, serve la cucina alla politica, quel “contatto umano” necessario, come appunto ha detto Brunetta rivelando la cena risolutoria nella sua casa alle porte di Roma che ha risolto il conflitto convertendolo un pochettino in un magna magna, qui da intendersi in senso proprio.Il patto dei borlotti o del fegato alla veneziana, altro piatto cult del ministro cuoco, fa finalmente rivivere la liturgia della buona tavola, dei compromessi magari al sugo, insaporiti e accompagnati da un rosso indiscutibile, per cui alla fine della bicchierata i distinguo si appianano, le riserve si annebbiano, l’antagonismo va a nanna.

Nella Seconda Repubblica è stato un felice susseguirsi di accordi post prandiali o di brevi incursioni nel frigorifero che hanno prodotto fatti e non parole. L’attacco di fame a volte è stato la premessa delle svolte. “Avete fame, vero?”, chiese Umberto Bossi a Massimo D’Alema mentre concordavano la caduta del governo Berlusconi nella cucina romana del senatur, un bilocale “tetro e cupo della periferia, un posto da operai”. Quello fu “il patto delle sardine” (era il 22 dicembre 1994) in ragione del fatto che Bossi – appurato che i colleghi congiurati avevano voglia di addentare qualcosa – si fiondò al frigorifero: “Trovai del pan carrè, qualche scatola di sardine e qualche lattina di Coca Cola e birra. Misi tutto sul tavolo”. “Io preferii digiunare”, annotò tempo dopo D’Alema. Ma Rocco Buttiglione, col quale il leader della sinistra aveva già pasteggiato a vongole nell’estate precedente, mangiò i tramezzini preparati dall’Umberto.

C’è modo e modo di invitare, di certo il più solenne fu quello che partì da casa Letta (Gianni, lo zio di Enrico) nel giugno del ’97, il 18 del mese per la precisione. E alla Camilluccia, il ricovero offerto dal plenipotenziario di Silvio Berlusconi, fu adeguato alle necessità: bisognava trovare un accordo non solo per riformare la Costituzione, ma anche per chiudere la belligeranza sul conflitto di interessi di cui il proprietario di Mediaset era protagonista. La cronaca, chissà perché, ha annotato solo il dolce, la crostata (da cui il patto della crostata) che in verità, secondo i narratori più accreditati, la signora Letta non servì avendo preparato un eccellente budino. Lo assaggiarono e ringraziarono dell’ospitalità Franco Marini, allora segretario del Ppi, Gianfranco Fini, naturalmente Berlusconi che insieme a D’Alema e sotto la regia di Letta, approvarono l’accordo.

Negli anni altre gozzoviglie sono state protagoniste di specialissime intese. L’ultima conosciuta, quella dell’arancino (siamo a Catania, novembre 2017) ha fatto fare pace al nuovo centrodestra formalizzando il trapasso di leadership: dal Biscione a Salvini.

Con la spigola (patto della spigola, 30 luglio 2008) Fini e Berlusca si accordano sull’ingresso di Alleanza Nazionale, l’erede del Movimento sociale italiano, in quello che allora si chiamava Popolo delle libertà. Qui la cronaca ha avuto un ripensamento, perché gli strateghi della comunicazione hanno orientato l’interesse sul pesce di mare in luogo del carciofo parendo sconveniente che due pesi massimi della politica avessero stretto la mano intorno al vegetale.

La cronaca è lunga e, riassumendo, ritroviamo la pajata, il piatto dell’Urbe, regina della svolta bossiana: mai più Roma ladrona e via a Gianni Alemanno sindaco della città. Si ritrovarono tutti davanti Montecitorio, l’Umberto, e una vigorosa Renata Polverini infilò nella bocca di Bossi un numero imprecisato di rigatoni. Il sugo colò sulla camicia. Poi gli applausi.

2 replies

  1. Gli anni ruggenti non finiscono mai, “mangia te che mangio io”
    Insisto- io penso – cosa avrà inghiottito?

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