Donne che piacciono alla gente che piace

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – L’Istat  ha confermato l’impressione che traiamo noi andando per strada e vedendo le serrande tirate giù, le vetrine impolverate di esercizi chiusi, spiando nel carrello della spesa  di chi è in fila al supermercato: in un anno si registra un milioni in più di individui in condizione di povertà assoluta.

Tra qualche giorno avremo analisi più approfondite ma intanto  ci è già stato anticipato che la povertà è cresciuta soprattutto al Nord, che le fasce più colpite sono quelle delle famiglie monoreddito dove porta a casa il salario una persona – azzardiamo che sia un uomo – tra i 35 e 50 anni, che si salvano di più i nuclei dove c’è un anziano che “aiuta” con la sua pensione.

E ci fa capire che la povertà si declina al femminile proprio come direttore e disoccupazione,  per via di donne costrette a “ritirarsi” dal mercato del lavoro per far posto a un compagno che guadagna di più, per dedicarsi giocoforza alla “cura” della casa, dei figli, degli anziani, dei malati, sostituendo un Welfare ormai cancellato, sollecitate socialmente e moralmente ad accontentarsi di contratti anomali, quando ci sono, di occupazioni precarie che ripropongono iniquità del passato quando le magliaie emiliane, le guantaie campane, quelle che cucivano le tomaie della Riviera del Brenta, si alternavano tra le macchine comprate a rate dove pedalavano tutta la notte e i campi, il pollaio, la cucina.

La  celebrazione compulsiva dei fasti dello smartworking è stata disturbata dalla notizia molesta che il lavoro agile penalizza le donne. Se ne sono accorti perfino al meeting Cl di Rimini,  passato alla leggenda  per essere stato teatro della svolta keynesiana del crudele Foca (il più crudele degli imperatori d’Oriente), dopo il crimine greco ma prima del suo riposizionamento in vista del governo bizantino quando ci ha rivelato come intende risolvere l’annosa questione femminile,  valorizzando il capitale umano in quota rosa:  «L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. Una vera parità di genere non significa unfarisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi ». 

Musica per le orecchie del femminismo neoliberista, quello che ha gettato alle ortiche emancipazionismo e ancora di più  lotta di liberazione delle donne, preferendo la meccanica sostituzione dei maschi con femmine nei ruoli manageriali e direttivi, riservati solitamente ai più prepotenti, arrivisti, spregiudicati che verrebbero così scalzati da belve speculari  ma più volitive, tenaci, ma ugualmente selezionate per meriti dinastici, affiliazione, obbedienza alle leggi del dominio.

Perfino il piano preparato da quelli in prima fila per rompere la pignatta dell’albero della cuccagna del Recovery, che Draghi promette di conservare nei suoi propositi,  si preoccupa di sanare quel maledetto gap favorendo la presenza delle donne nelle “stanze dei bottoni” dando spazio anche ad altre proposte costruttive per “dare gambe a un futuro diverso per le donne e per il Paese”, investendo sull’occupazione femminile anche nella Green economy, nel settore dell’innovazione e in quelli a maggiore intensità di impiego femminile, “disciplinando” smartworking e lavoro agile.

E difatti, tanto per non sbagliare, tratta la quota di maggioranza dei cittadini come una minoranza svantaggiata cui gettare un salvagente: 20 milioni per due anni  all’imprenditoria femminile e un fondo contro discriminazioni e violenza destinato a associazioni e Ong che promuovano l’inclusione, alla pari con immigrati (preferibilmente maschi), disabili fisici e disabili caratteriali in forma di giovani impreparati alle sfide della modernità, insomma quei segmenti di pubblico sui quali si agisce di solito per normalizzare la differenza e l’emarginazione.

 Non sarà un complotto, ma è sicuro che esista una cospirazione per offrire al posto della giustizia sociale qualche aggiustamento progressista, allestendo, tanto per dirne una,  le  quote rosa anche digitali: “disinvestire negli spazi degli uffici ed investire nelle babysitter per i nostri dipendenti” è la proposta di Marco Cerasa, A.D. di Randstad Italia, regole per razionalizzare lo smartworking “per contrastare il rischio che vengano penalizzate le donne”, dice Blangiardo (Istat),  e per questo devono essere le aziende “le prime a attivarsi” proclama Profumo.

E ci mancherebbe, che non dovessero essere gli uomini a darsi da fare, che si sa che altrimenti le mogli e madri si impigriscono, stanno al pc alternando lavoro con Fabebook e quattrosaltiinpadella, sono antropologicamente gregarie e  poco inclini alla consapevolezza identitaria:  “Prendiamo una signora con tre figli: per quella donna, andare a lavorare era un’occasione per uscire da un certo ambiente e sviluppare elementi di socialità,  tuona il presidente dell’Istat, il lavoro era occasione per interagire con altre persone, e un lavoro a distanza non dà questa possibilità”.

Vuoi mettere invece che opportunità relazionale è stata offerta a una cassiera del supermercato per uscire dalla gabbia domestica anche la domenica e i festivi barba al distanziamento, a una donna delle pulizie, alle dipendenti delle aziende delle Marche, del Veneto, pugliesi, nelle quali durante il Lockdown l’unico provvedimento di sicurezza è consistito nel far passare la distanza delle une dalle altre nella catena di montaggio da 15 cm. a un metro.

Di questi tempi è estemporaneo e risulta oltraggioso parlare, sia per gli uomini che per donne,  di “valori del lavoro”  secondo una retorica concepita a partire dall’alto dell’astrazione, piuttosto che dal basso della materialità del processo produttivo, delle imposizioni della necessità, che si traducono nell’obbligo della rinuncia, del sacrificio, dell’abdicazione di talento, vocazione e pure dei diritti e delle conquiste.

E lo è ancora di più da quando la nostra società è stata investita da un processo di medicalizzazione,  da quando l’approccio  sanitario  si è allarga a tutti i contesti, combinandosi con le forme di controllo anche a distanza e di polizia e incrementando discriminazioni e disuguaglianze investendo il lavoro, diviso in essenziale e “superfluo”, l’accesso alle cure, la mobilità, l’istruzione, esaltando quel connotato bio-politicointeso a una sorveglianza sempre più serrata e pervasivo degli atteggiamenti, dei comportamenti ma anche dei “modi di pensare” della popolazione.

Il rispetto dell’imperativo della salute è stato consegnato alle donne, alle madri di famiglia, secondo una distribuzione dei ruoli e della trasmissione di “valori” più borghese che patriarcale, e grazie a una persuasione morale che le invitava a “scegliere” un destino consono alla preziosa armonizzazione di un’occupazione marginale, precaria, esecutiva, e quell’attività di “cura” oggi più che mai doverosa e indispensabile.

Ovviamente la dolce violenza non riguarda manager, politiche, accademiche prestate al governo, che si fano interpreti generosamente di questo credo che non le coinvolge direttamente, che sfiorano con lo sguardo la “questione femminile” dietro agli occhiali Prada quando vanno a fare la spesa proprio come un Draghi qualunque che si rifornisce di carne per il brasato, quando distrattamente ascoltano la sciampista che domanda quando farà il vaccino mentre massaggia il balsamo, quando rilasciano interviste, reclamano il riconoscimento di “perfezione” dal palco di Sanremo o fanno pubblicità a qualche prodotto istantaneo di influencer gradite all’establishment.

E difatti da un bel po’ giorni campeggia sui social il photoshopspot della Boldrini col consiglio per gli acquisti del libro della Murgia, oggetto di diatribe con esponenti dello scemenzaio dei curatori dell’anime e della mente un tanto l’etto come Vanna Marchi in tv.

Non c’è da avere molte speranze nel riscatto di genere se proprio come gli uomini anche le donne si cercano una leader che testimoni e incarni la loro battaglia quotidiana di sfruttate, proprio tra quelle che non solo non la vivono direttamente, ma godono i frutti della loro ammissione e annessione alla cerchia oligarchica che permettono loro di rifiutare sdegnosamente un caffè con l’empio energumeno, ma di starci legittimamente sedute a fianco sugli alti scranni da cui si diramano i comandi che umiliano e affamano la   donna e l’uomo colpevoli di essere “qualunque”.