Guardia Sanframondi: “Non è che dobbiamo richiamare Floriano?”

(Raffaele Pengue) – Ma chi ha amministrato (e amministra) Guardia? Domanda di riserva: ma cosa ha fatto chi ieri come oggi amministra Guardia? Per la prima volta nella storia politica di Guardia citiamo i suoi amministratori e non ci viene in mente nessuno. Almeno nessuno del presente. Chiedi poi cosa fanno per questo paese e non ti viene in mente niente. Almeno niente di minimamente rilevante. La loro inconsistenza ha del prodigioso, la loro incidenza politica è pari allo zero: l’unico segno visibile sono le fossette del loro sorriso permanente. Ma il discorso non è assolutamente ad personam, o se preferite ad spersonam, il problema non sono gli esponenti-zombie. Che considero perfino brave persone, nonostante il background. È più generale, riguarda l’intera ditta politica guardiese. Da oltre un decennio dici amministratori e ti sovvengono a stento una serie di surrogati: un gruppetto di ex democristiani di vecchio e nuovo conio; un paio di esuli ego-dipendenti. O i soliti habitué del trasformismo. Poi c’è tutto il vecchio mondo del museo delle cere.

No, dici politica e non trovi un volto, un nome, un’idea che possa rappresentarla. Si sanno solo i contorni e i condimenti, le bacheche e le pulizie di primavera. Poi basta. È solo la guarnizione che separa e protegge due superfici ben distinte del panorama socio-politico guardiese, assicurandone la tenuta stagna. E se vedi i loro massimi rappresentanti ne hai conferma pratica. Anzi, a coronamento, sono stati scelti col gratta e vinci e molti dubitano che esistano davvero. Qualcuno arriva a dire che sono stati scelti così per non fare ombra a qualcun altro, ma fare ombra a un’ombra è tecnicamente impossibile.

E quando passi alla domanda successiva, cosa ha fatto la ditta politica per Guardia, non sai cosa rispondere, consegni in bianco.

Insomma, per la prima volta nella nostra storia, chiami il cambiamento e non vedi niente e nessuno. Del resto il cambiamento è come la verità, prima o poi una strada per riemergere la trova sempre. Oggi sembra di vivere dentro un dramma o una tragedia in cui il protagonista si scopre agli occhi degli spettatori non per quello che si era mostrato ma per quello che effettivamente è. Però se sposti il discorso sul piano più ineffabile dello storytelling, della narrazione, allora ti accorgi che a Guardia comanda sempre il solito Club, entità ben definita e funesta che condanna, influenza e dispone. Il Club riesce ad arrivare dappertutto, identificarlo in un solo nome, una sola faccia, una sola persona, è limitante, perché la cupola è rotonda e sulla sua sommità non c’è solo l’Innominabile. È un magma, una gelatina, una setta, un catechismo.

Mettendoci nei panni di un cittadino guardiese “normale” avvertiremmo il disagio di vedersi guidati e rappresentati da gente affiliata, che – pur avendo il consenso – non ha alcun titolo per governare la comunità e non dà alcuna affidabilità. E da un Capo occulto, da una specie di Padrino-Ombra (annamo bene, direbbero a Roma).

Se fossimo un paese “normale” sentiremmo il bisogno, l’urgenza, di liberarci da questo Club, di tirare lo sciacquone, di rischiare ogni altra via, pur di non farsi trascinare in questa disastrosa corsa verso il nulla. Perché, come suggeriva Lao Tzu: “Solo chi ha la forza di scrivere la parola fine può scrivere la parola inizio”.