Quel lapsus di Formigoni sulla Sanità: “Ai privati non abbiamo tolto soldi”

(di Daniele Luttazzi – Il Fatto Quotidiano) – Lo stile panoramico, utile per i riassunti, ha un difetto: tralascia dettagli che possono essere importanti. Il 20 maggio scorso, Formigoni, ospite di Telelombardia, dice: “Io ho governato 17 anni, ma sono scaduti nel 2012. Io ho costruito una sanità di assoluta eccellenza sia nel campo ospedaliero sia nel campo della medicina di territorio. Dopo di me è arrivato qualcuno che nessuno cita mai, che ha governato 5 anni e ha cambiato profondamente e in peggio la sanità di Formigoni”. I giornali adesso riportano spesso questa sua ricostruzione, dandola per buona. Lo è? Lascio la replica a Maria Elisa Sartor, professoressa di Organizzazione sanitaria all’Università degli Studi di Milano: “Nel 1997, la Lombardia dà una sterzata decisa verso un modello pensato per facilitare il più possibile l’entrata dei privati nel Servizio sanitario regionale (Ssr)… L’ospedale diventa il fulcro intorno al quale si immagina di costruire il nuovo sistema. In questo modo si perde il bilanciamento tra ospedale e territorio presente nel modello precedente… una scelta obbligata, data la strategia di privatizzazione del sistema… Il grosso della struttura pubblica territoriale viene in parte riattribuita agli ospedali e in parte eliminata… Maroni intende cambiare… ma la riforma del 2015 resta incompiuta proprio per quanto riguarda le articolazioni territoriali delle nuove strutture… con questo modello, al privato è consentito di non rispondere subito. È la Regione a dover espressamente richiedere la partecipazione del privato all’emergenza verificando il grado della sua disponibilità a offrire servizi extra-contratto… con il corollario del protrarsi dei tempi di intervento… e con costi maggiorati a carico del Servizio sanitario regionale”. (Per fortuna, a dicembre scadono i 5 anni di prova, e il ministero della Salute dovrà giudicare se è il caso di abrogare la legge Maroni e riscriverla).

Una settimana dopo l’intervista a Telelombardia, Formigoni aggiunge al Corriere della Sera che fu lo Stato, dal 1992, a ridurre “i posti letto pubblici fino a scendere a 3,7 ogni mille abitanti. Sono state tagliate anche le terapie intensive. Il taglio dei fondi statali… ci impediva di investire di più sul pubblico”. Due omissioni: 1) le terapie intensive calano perché il privato ne ha di meno rispetto al pubblico (30 per cento contro 70); 2) nonostante la riforma statale del 1992 (aziendalizzazione, apertura ai privati, responsabilità alle Regioni: con la scusa del deficit da contenere, fu distrutto il Ssn del 1978, uno dei più efficaci in Europa, in cambio di disuguaglianze, inefficienze e corruzione), altre Regioni implementarono riorganizzazioni meno squilibrate di quella lombarda, e infatti hanno retto meglio l’onda d’urto (parte della quale, però, nessuno lo dice, si è abbattuta sulle farmacie, nell’assenza per malattia dei medici di base).

Curioso che, oggi, Formigoni accusi la riforma del 1992: ispirata al modello sanitario thatcheriano, non solo concepiva la sanità come un mercato, con soggetti privati che entravano con orientamento profit, ma permise a Formigoni di varare il modello lombardo (inadeguato alle pandemie, anche perché affida la gestione della medicina territoriale ai grandi ospedali) di cui continua a vantarsi. La chiusa spetta al suo notevole lapsus freudiano durante l’intervista a Telelombardia (a 14’15”): “In sostanza non abbiamo tolto una lira alla sanità privata perché la sanità pubblica non ha avuto da noi nessun vantaggio”.

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