Patrizi e plebei

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Ma mica credevate davvero di conquistarvi meriti presso la casta sacerdotale dello sviluppo, presso i profeti della competizione globale, mandando i vostri figli, con grandi sacrifici, alla Luiss, alla Bocconi, pagando  a caro prezzo quei disonesti parcheggi  sotto forma di master in prestigiose strutture formative gestite da acchiappacitrulli e propedeutici a brillanti carriere nella City?

Ma davvero  credevate che così sarebbe stata assicurata loro la scalata sociale e per voi il riscatto, grazie all’automatica affiliazione in quelle cerchie del privilegio, in quei delfinari dove l’inclusione invece è proibita a chi non vanta appartenenze dinastiche o di censo, proprio come lo è nel vostro ceto per il terzo mondo esterno che si affaccia da noi.

Ma davvero vi credevate che fossimo dentro a un film di Frank Capra, dove la virtù, l’onestà, l’onore vengono premiate, dove Mr Smith  va a Washington, diventa senatore come un qualsiasi  5stelle ma restando integro, innocente, specchiato riesce a far valere i suoi lodevoli propositi, o che i  format Publitalia o Leopolda garantissero che studi, curriculum, che potessero avere lo stesso peso e la stessa influenza delle raccomandazioni  ai tempi di Andreotti. Perché se che è vero che  continuano a declinarsi a vari livelli gerarchici in tutte le geografie del clientelismo e del familismo, ma  è altrettanto verificato che non possono competere con le impari opportunità  elargite a chi nasce da sacri lombi, da casati illustri con azionariati incorporati.

Dopo la irresistibile e irriducibile ascesa del cavaliere, dopo le scalate dei due matteo e di qualche altro esemplare in corso,  di archetipi di homo novus  se ne affacciano pochi,  perché certi cursus honorum richiedono investimenti, protezioni, appartenenze speciali e non bastano più i codici genetici dell’arrivismo,  della spregiudicatezza, che costituiscono la dotazione iniziale dei social climber.

E ormai non si vedono più in giro e sui rotocalchi per famiglie le favole edificanti di Cenerentola che sposa il principe, di Pretty Woman che sposa Gordon Gekko, di un personal trainer, o un attore o un giornalista (professione che ha perso smalto) come in Vacanze Romane, che innamora l’ereditiera o la futura regina: le interazioni di ceto sono evaporate nella polarizzazione tra una minoranza che ha e che accumula e depreda per avere sempre di più, combinandosi con altri che perseguono gli stessi obiettivi, e una larghissima e variegata molteplicità sociale con una classe che un tempo coincideva con l’alta, media e piccola borghesia, ormai impoverite, quelle che impropriamente viene indicata come “signorile”  contando sul mantenimento di margini ampi di sopravvivenza,  e i sommersi.

Tra queste  declinazioni pare non ci sia più scambio, interconnessione e reciprocità, grazie anche all’ideologia del politicamente corretto che congela queste gerarchie e differenze, le normalizza, nel timore che diano luogo all’unico conflitto che spaventa, quello appunto di classe.

Infatti è da un bel po’ che gli investimenti sulle generazioni a venire, pur guardati con generosa benevolenza, soprattutto se indirizzati verso università, scuole private, formazione a pagamento persuasive della bellezza del volontariato e della gratuita prestazione d’opera a scopo pedagogico, sono annoverati tra i consumi dissipati di un popolo che vuole troppo, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ben oltre i propri meriti. Sono questi gli effetti distorti del mito della meritocrazia, che ha saputo convertire perfino la parola uguaglianza in una bestemmia o in un tabù e che ha convinto milioni di lavoratori dipendenti che   fosse doveroso rinunciare a rivendicare diritti e salari, esigibili e erogabili solo in presenza di risultati produttivi.

E figuriamoci cosa succederà da ieri in poi, quando il lento e cauto riavvio del paese dirige milioni di persone versa una accelerazione traumatica dell’impoverimento,  secondo i dati del Def, che parlano di  un incremento del debito a fronte della contrazione dei consumi, una flessione degli investimenti, un peggioramento del tasso di disoccupazione, una caduta dei redditi da lavoro, un crollo del monte ore lavorate.

Se avete pensato come Renzi che la Buona Scuola, la privatizzazione soprattutto morale dell’università grazie ai ministri che si sono susseguiti, in testa quelli dell’area riformista, fossero il prezzo da pagare per mettere i vostri figli in condizione di rispondere alle sfide del mercato globale, di conquistarsi un posto  in prima fila nel grande teatro dello sviluppo e di un lavoro libero dalla fatica grazie all’automazione, all’informatica, se eravate convinti che il progresso fosse una divinità da adorare perché alla faccia cattiva delle disuguaglianze, del colonialismo, dell’oppressione opponeva quella buona delle conquiste scientifiche, della lotta alle malattie, dell’alfabetizzazione, dell’onnipotenza virtuale, temo che stiate per avere un gran brutto risveglio.

E basta pensare non solo alla guerra persa contro il cambiamento climatico, l’inquinamento, le patologie che ne derivano, alla correità nella demolizione della ricerca e dei sistemi presidiati alla cura, all’assistenza alla salvaguardia della salute, ma alla fine del lavoro inteso come valori di emancipazione, conquiste, quelle sì meritate con la lotta, diritti, ormai cancellati come optional cui è doveroso rinunciare in condizioni di “necessità”

Basta pensare  a quali sono e saranno le occupazioni per i vostri figli, se non si piegano all’appello della ministra ex bracciante e del presidente di regione che chiamano a raccolta, obbligatoriamente, quelli che indegnamente percepiscono redditi di cittadinanza e sussidi, perché restituiscano il maltolto, o quelli che dovrebbero gettare alle ortiche da raccogliere per il risotto e la frittata, anni di studio, curriculum e referenze, per tornare ai campi, in quelle funzioni fino a ieri sottratte occupate abusivamente dagli immigrati, ma con emolumenti inferiori perfino ai loro, come è imperativo nell’attuale stato di emergenza.

Governo e Confindustria le hanno individuate e designate con l’aggettivo “essenziali”: pony, facchini, magazzinieri, operai metalmeccanici e nel settore della fabbricazione di strumenti bellici, cassiere, commessi, camionisti, autisti di bus, guidatori di metro e treni con i quali portare in fabbrica, al supermercato, al call center, in uffici con orari flessibili altri inservienti, donne delle pulizie, postini, netturbini.

Perché contrariamente a ogni ipotesi dell’immaginario pandemico, nulla lascia prevedere  che vengono un futuro richieste figure professionali oggi esaltate, virologi, epidemiologi, specialisti pneumologi, cardiologi, perché la sanità già malata andrà verso l’agonia per i costi dell’emergenza, per risarcire scelte sbagliate del passato e del momento, e pure per non scalzare la casta sacerdotale che inebriata dal primato assegnatole non mollerà le poltrone accademiche e televisive.

Invece potete star tranquilli, manovali, operai sulle impalcature, subacquei addetti all’eterna manutenzione della potente opera ingegneristica veneziana occupata dalla cozze e dalla ruggine, talpe dell’alta velocità, quelli sì sono richiesti per mansioni servili e a termine nella lotteria delle grandi opere mai sospese per coronavirus, sempre attive e instancabili come la speculazione, lo sfruttamento, la corruzione che movimentano un una eterna ammuina.

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