(Giancarlo Selmi) – L’altra sera a Otto e mezzo Lilli Gruber, Evelina Christillin e Gianrico Carofiglio ci hanno spiegato che per battere le destre serve Renzi. Che serve “l’unità di tutti”. Scanzi era l’unico a dire di no. Fantastico. Peccato che qualcuno abbia la memoria più lunga di tre secondi. Nel 2022 le stesse voci (Carofiglio a parte, che almeno allora restò defilato) applaudivano Letta mentre chiudeva la porta in faccia al M5S. Niente alleanza, niente accordo, nemmeno quelli di desistenza nei collegi uninominali. Il motivo? La famosa “agenda Draghi”, che nessuno ha mai visto né saputo spiegare.

Com’è finita lo sappiamo: il Paese consegnato alle destre su un piatto d’argento. Oggi gli stessi ci spiegano che senza unità non si vince. Ieri l’unità era il male assoluto. Un’inversione a U da manuale: basta andarsi a rivedere le puntate di allora. Ricordiamo che La7, per quasi due anni, ha avuto un’unica linea editoriale: contro Conte c’è stato un fuoco di fila quotidiano, da Merlino a Panella, da Gruber a Floris e Formigli. I cinghiali di Roma a reti unificate, il “non sapranno spendere i soldi del PNRR”. In ogni trasmissione andava in onda la lacrima di turno, il ristoratore senza ristori, l’operaio senza cassa integrazione. Tutto amplificato, tutto gonfiato, tutto contro un solo bersaglio: Giuseppe Conte, e qualunque cosa avesse odore di Cinquestelle.

Poi arrivò Draghi, e partì la santificazione. Applausi a reti e giornaloni unificati, da Repubblica alla Stampa al Corriere. Il risultato di quella linea monocorde? Meloni portata a Palazzo Chigi sull’asinello, come in una Domenica delle Palme. Magari senza volerlo, ma non per questo sono meno colpevoli. E il PNRR, quello che “Conte non avrebbe saputo gestire”? Gestito male da Draghi e fatto evaporare da questo governo, senza che il Paese ne vedesse i benefici. Adesso arriva Renzi. Per lui entrare nel campo largo è questione di sopravvivenza politica: ultimo nei sondaggi di gradimento, un partito fermo a percentuali da prefisso telefonico nonostante la grancassa mediatica.

Ha ragione Conte: Renzi non garantisce nessuna stabilità a un futuro governo progressista. Ha ragione Scanzi: è il politico più detestato d’Italia, e toglierebbe più voti di quanti ne porta. E c’è una domanda a cui nessuno risponde. Vogliamo riportare al voto i giovani e i poveri? Vogliamo promettere redistribuzione, welfare, diritti sociali, un nuovo patto sociale? E poi candidiamo proprio l’uomo che quei diritti li ha smontati? Il passato conta, anche in Italia. Soprattutto per chi oggi pretende di dare lezioni a chi ricorda.