«Porci con le ali»: così i Paesi più indebitati hanno spiccato il volo. Tutti tranne l'Italia

(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – «Maiali nel fango», così ci aveva ribattezzati il Financial Times nel 2008. La celebre testata economica sfruttava con disprezzo l’acronimo che definiva i 5 Paesi dell’Eurozona con i conti pubblici più disastrati, i Piigs appunto, ovvero Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna. L’anno precedente era esplosa la crisi finanziaria innescata negli Stati Uniti dalla bolla dei mutui subprime, travolgendo il sistema bancario globale. I mutui, nascosti dentro complessi prodotti finanziari venduti in tutti il mondo, avevano perso il loro valore reale e i Paesi con una pubblica amministrazione meno efficiente e il debito sovrano più elevato finirono nel mirino dei mercati. Vediamo come i Piigs hanno affrontato la tempesta e cosa è successo dopo. Scopriremo come e perché, tranne l’Italia, tutti gli altri Paesi oggi hanno il vento in poppa. 

Irlanda

L’Irlanda è la prima a finire sotto pressione. Dopo il boom degli anni ’90, alimentato dalla corsa dei prezzi delle case, nel 2008 il mercato immobiliare crolla e trascina nella crisi anche le banche. Lo Stato è costretto a salvarle e, per evitare la bancarotta, nel novembre 2010 Dublino chiede a Bce, Unione europea e Fondo monetario internazionale (la famosa Troika) un prestito da 67,5 miliardi di euro. In cambio accetta un duro programma di riforme e austerità: nazionalizzazione degli Istituti insolventi, taglio alla spesa pubblica, riduzione del 15% degli stipendi statali più elevati, aumento dell’Iva e altre imposte. Il prezzo sociale è altissimo: la disoccupazione triplica (15%), riprende l’emigrazione e il rapporto debito/Pil sale al 128%. A partire dal 2014 però l’economia torna a crescere, il costo del debito cala, ripartono le esportazioni e aumentano gli investimenti delle multinazionali tecnologiche e farmaceutiche. Negli ultimi 10 anni l’economia irlandese è cresciuta in media del 6,3% l’anno, la disoccupazione è tornata al 5,1% e il rapporto debito/Pil è quasi ai livelli pre-crisi (31,6%). Resta un punto dolente: il modello economico dipende dalle grandi multinazionali straniere che da sole generano la metà del Pil (Qui), perché attratte soprattutto dall’aliquota societaria del 12,5%, tra le più basse della Ue.   

Grecia

In Grecia il debito non è più gestibile a partire dal 18 ottobre del 2009, quando il nuovo premier Giorgos Papandreou rivela che i governi precedenti hanno truccato i conti pubblici per permettere al Paese di entrare nell’euro. E si scopre così che da anni Atene vive al di sopra delle proprie possibilità: troppi dipendenti pubblici, pensioni anticipate, evasione fiscale di massa, e un clientelismo sistemico. Ad aver appesantito ulteriormente i conti si aggiungono le spese faraoniche per le Olimpiadi del 2004. Nel maggio 2010, quando il Paese è costretto ad accettare il primo piano di aiuti della Troika, la situazione è drammatica: il disavanzo supera l’11% e il debito pubblico è fuori controllo (nel 2014 sfiorerà il 183% del Pil). In cambio del salvataggio sono richieste riforme lacrime e sangue: allungamento dell’età pensionabile a 67 anni, tagli agli stipendi pubblici, aumenti del carico fiscale, riduzione della spesa sanitaria, privatizzazioni per 50 miliardi e liberalizzazione del mercato del lavoro. Scoppia la rivolta sociale, mentre la crisi spinge la disoccupazione fino al 27% e i redditi crollano. La Troika attiva altri due programmi di aiuti finanziari (2012 e 2015), prestando complessivamente 289 miliardi di euro. Alla fine il percorso di risanamento e rilancio, più lungo rispetto a quello degli altri Piigs, viene completato sia dai governi «anti-sistema» di Alexis Tsipras (2015-19) sia del moderato Kyriakos Mitsotakis (2019-26), puntando sulla ripresa di turismo, investimenti esteri ed esportazioni. Dal 2016 l’economia greca si è stabilizzata, crescendo in media dell’1,8%, la disoccupazione è scesa al 7,9%, la spesa pubblica si è ridotta di due punti percentuali rispetto alla ricchezza prodotta e il rapporto debito/Pil si attesterà quest’anno al 136,9%, sotto il livello dell’Italia.

Portogallo

Dopo decenni di saldi commerciali negativi, nel 2010 Lisbona presenta un deficit pubblico che supera l’11% . Nel 2011 Troika anche per il Portogallo, che accetta un programma di risanamento da 78 miliardi di euro, in cambio di durissime misure di austerità: aumento dell’Iva, delle imposte su proprietà e redditi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e trattenute sulle pensioni più alte (in parte poi bocciate dalla Corte Costituzionale). Parallelamente il Paese avvia riforme strutturali volte a semplificare la burocrazia e accelerare la spending review. Per tre anni il Portogallo deve fare i conti con scioperi e mobilitazioni continue e una disoccupazione salita al 16,4%. Nel 2014 però torna a finanziarsi sui mercati. I governi di António Costa (2015-2024) e Luís Montenegro (2024-26) proseguono sulla strada della disciplina fiscale, riducendo il debito e rafforzando la fiducia degli investitori. Negli ultimi dieci anni il Portogallo è cresciuto del 2,2% annuo, la disoccupazione è scesa al 5,7%, il peso della spesa pubblica si è ridotto di circa due punti rispetto alla ricchezza prodotta (Qui pag 3), mentre il rapporto debito/Pil, dopo aver toccato il 132% nel momento più critico, quest’anno si assesterà sotto l’86%.

Spagna

Anche in Spagna la bolla immobiliare si abbatte sul sistema bancario. Madrid però non passa dalla Troika, bensì dal Mes, il Meccanismo europeo di Stabilità, che nel giugno del 2012 concede un sostegno di 100 miliardi di euro (ne saranno poi utilizzati solo 41). Le condizioni, accettate dal primo governo Rajoy, sono rigidissime: ristrutturazione del sistema bancario e nazionalizzazione degli istituti pieni di crediti deteriorati. Inoltre, si rende più flessibile il mercato del lavoro e si interviene su pensioni e pubblica amministrazione. Il momento più difficile è nel 2013, quando la disoccupazione raggiunge il 26% e il rapporto debito/Pil raddoppia rispetto al periodo pre-crisi, passando da meno 40% al 104%. In un clima di proteste e rivolte nasce Podemos, il partito anti casta e contro l’austerity. Il cambio di passo però arriva presto, e con la ripresa delle esportazioni, il rilancio del turismo e gli investimenti esteri, la Spagna torna a crescere. I governi successivi, guidati dal 2018 dal socialista Pedro Sánchez, proseguono la strada delle riforme rafforzando le tutele sociali con l’aumento del salario minimo, una drastica limitazione dei contratti a termine e puntando sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Negli ultimi dieci anni Madrid è cresciuta in media del 2,1%annuo, la disoccupazione è scesa al 10%, il disavanzo è rimasto nei parametri europei (2,4% nel 2025) e il rapporto debito/Pil quest’anno tornerà sotto la soglia del 100%.

Italia

L’Italia è l’unico dei cinque Piigs a non aver chiesto assistenza finanziaria, nonostante la gravissima crisi di fiducia che nel 2011 aveva spinto i rendimenti dei titoli di Stato a livelli insostenibili. Roma tenta di uscirne con il governo tecnico guidato da Mario Monti che sostituisce l’ultimo esecutivo di Silvio Berlusconi travolto dalla pressione dei mercati. Il nuovo premier vara la riforma delle pensioni, una spending review da 12 miliardi, avvia le liberalizzazioni, e introduce nuove tasse: Imu anche sulla prima casa, aumento dell’Iva, delle accise sulla benzina e imposta di bollo sui prodotti finanziari. In più, per contrastare l’economia sommersa, limita l’uso del contante a mille euro. La disoccupazione raggiunge il 12,6%, ma gli effetti sociali più pesanti si evitano grazie all’intervento della Bce che acquista i nostri titoli di Stato frenando così la speculazione.
Passata l’emergenza, con il ritorno dei partiti politici al centro della scena, le riforme rallentano e si arena il processo di liberalizzazione dei taxi, balneari, trasporto pubblico locale, rifiuti e quello delle professioni protette dagli ordini professionali. Anche il Jobs Act e la riforma della pubblica amministrazione producono risultati inferiori alle aspettative: il primo non riduce il discrimine tra lavoratori garantiti e precari, la seconda non scalfisce l’inefficienza della macchina dello Stato. Inoltre il continuo cambio dei governi porta a frequenti modifiche delle misure fiscali e occupazionali. Ridimensionata la spending review e alzato il limite del contante a 5.000 euro. Nel complesso, fatta eccezione per il mercato del lavoro con la disoccupazione scesa al 5,8%, il bilancio dell’Italia nell’ultimo decennio arranca. 

Nonostante abbiamo ricevuto la più alta quota di Pnrr (194,4 miliardi di euro), la crescita media è dell’1% annuo, il deficit ancora sopra i parametri europei (3,1%) e il rapporto debito/Pil quest’anno sarà il più alto della Ue, vicino al 140%.