
(di Michele Serra – repubblica.it) – C’è qualcosa di invincibilmente italiano nella premiazione in Campidoglio di Vanna Marchi e della figlia Stefania Nobile. Cerimonia sfuggita ad ogni prudenza protocollare perché — diciamola come va detta — nemmeno la più alta delle dighe è in grado di arginare la gioiosa immoralità di una parte consistente del nostro popolo.
Si deve a un editore non famosissimo, ma certamente operoso, il merito di avere organizzato la premiazione di un libro di ricette della madre e di una autobiografia della figlia. “Premio Internazionale della Cultura” è la dicitura scelta per l’occasione, e suona strepitosamente farlocco come la celebre “crema scioglipancia” sulla quale Marchi madre e figlia costruirono un piccolo impero fondato sul raggiro e sull’assoggettamento psicologico delle clienti-vittime (chi non le ha viste riveda le quattro puntate di “Wanna”, la serie Netflix del 2022: meriterebbe di essere materia scolastica, ovviamente con gli alunni accompagnati dai professori). Finì con il carcere, come molto spesso accade a chi antepone il successo e la ricchezza personale alla legge e, per dirla in prosa, al rispetto degli altri esseri umani.
Ma c’è, nelle due, una vitalità indomabile. In rappresentanza della vitalità di un pezzo cospicuo d’Italia (maggioritario o no, dipende dai momenti e dai punti di vista), che delle leggi e del rispetto degli altri se ne frega. Marchi, con una schiettezza che le va riconosciuta, legge la propria vita solo in funzione di sé. Ciò che le giova è bene. Ciò che non le giova è male. Da un certo punto di vista (il loro), la sola colonna sonora degna della piccola cerimonia romana sarebbe stata l’Inno di Mameli.
Tanto per cominciare Io vorrei sapere chi ce l’ha portata in Campidoglio . Poi non vorrei che si confondesse chi ha compiuto questo misfatto con il popolo italiano così variegato nei suoi difetti come nei suoi pregi .
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