Il direttore di Limes a Fanpage.it: “Uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe. Inoltre, al di là di quanto viene dichiarato pubblicamente, continuano a funzionare canali permanenti di comunicazione, in particolare tra americani e russi”. Intervista a Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista italiana di geopolitica Limes.

(di Davide Falcioni – fanpage.it) – “Uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe”. A parlare, intervistato da Fanpage.it, è Lucio Caracciolo, direttore di Limes, al culmine di un’estate, quella del 2026, segnata da una recrudescenza delle operazioni di guerra ibrida condotte da Mosca ai danni del Vecchio Continente. Di fronte a questa strategia del Cremlino, i Paesi europei – le nazioni baltiche in primis – hanno innalzato il livello di allarme ai massimi storici. Emblematica la posizione della Lituania: ieri il primo ministro Mindaugas Sinkevičius ha dichiarato di aver predisposto piani di evacuazione di massa per far fronte alle minacce russe, ribadendo al contempo di essere pronto a rispondere con la forza a un eventuale attacco di Mosca.

Da alcuni giorni a questa parte si parla con sempre maggiore insistenza di un alto rischio che Russia e Nato possano scontrarsi frontalmente a margine della guerra in Ucraina: si tratta di un’ipotesi realistica?

Distinguere oggi tra minacce realistiche e irrealistiche è un esercizio assai improbabile, perché sono saltati un po’ tutti i parametri che permettono di distinguere la realtà dalla fantasia. Ciò premesso, ritengo che questa possibilità appartenga al mondo dell’irrealtà piuttosto che a quello della realtà. Questo innanzitutto per un’ovvia considerazione di reciproci interessi: uno scontro diretto tra Russia e NATO finirebbe con la distruzione di entrambe. Inoltre, al di là di quanto viene dichiarato pubblicamente, continuano a funzionare canali permanenti di comunicazione, in particolare tra americani e russi.

Eppure, soprattutto dai Paesi baltici, giungono allarmi continui e toni molto duri. Ieri, intervistato dalla BBC, il premier lituano ha dichiarato di aver predisposto piani di evacuazione a fronte delle minacce provenienti da Mosca e annunciato di essere pronto a rispondere a un attacco, se necessario. Se si arrivasse a un’escalation, l’Europa – e l’Italia in particolare – sarebbe minimamente pronta a un scenario di guerra?

Uno dei paradossi di questa retorica è che assistiamo a una sorta di deterrenza al contrario. Quelli che sono sostanzialmente disarmati o semi-disarmati – e noi italiani lo siamo più che mai, così come in generale gli europei, inclusi i baltici che sono anche numericamente pochi – si comportano nei confronti della Russia come se avessero la bomba atomica e i russi fossero dei poveracci. Questa condotta porta a due possibili considerazioni: o ci troviamo di fronte a una follia collettiva, ipotesi che tendo a escludere, oppure vengono pronunciate affermazioni che non corrispondono del tutto a ciò che si pensa realmente. Nel frattempo, i russi possono permettersi operazioni provocatorie o test – ad esempio il drone di Lipsia, sempre ammesso che siano stati davvero loro a piazzarlo – sapendo benissimo che non vi sarà una risposta, nemmeno simmetrica, da parte di chi le subisce.

Qual è allora il vero scopo di queste dichiarazioni così sbilanciate da parte di alcuni leader europei?

Non c’è una risposta certa, ma diversi fattori che si sovrappongono. Il primo non pertiene alla razionalità geopolitica, ma alla sfera storico-culturale e psicologica. I popoli che hanno vissuto secoli di invasioni o dominazioni russe – dalla Scandinavia alla Polonia, dai Baltici fino alla Romania – mantengono condizionamenti profondi che travalicano il mero calcolo razionale. In altri Paesi, come la Germania, si sommano anche valutazioni di carattere industriale. Di fronte a una crisi economica devastante nell’industria meccanica e automobilistica, una parte del sistema produttivo tedesco mira a convertirsi verso la produzione militare per salvare posti di lavoro e quote di mercato. Infine, vi è una profonda paura dell’abbandono da parte degli Stati Uniti: si evoca la necessità di un nemico perché si teme che, se si fa la pace con la Russia, gli americani non abbiano più motivi per occuparsi dell’Europa. Personalmente ritengo che questo ragionamento sopravvaluti l’impegno americano pregresso e attuale, poiché vedo con molta difficoltà un intervento di Washington per difendere un Paese europeo, specialmente se non fondamentale, ma l’angoscia dell’abbandono pesa fortemente.

Intanto in Ucraina si continua a combattere. Se – dopo oltre 4 anni e mezzo di guerra – lei avesse la possibilità di indicare una via d’uscita per questa crisi, quale sarebbe la soluzione più probabile?

La soluzione, che potrebbe essere meno lontana di quanto s’immagini, sarà la presa d’atto di ciò che avviene sul campo di battaglia. Si andrà verso un congelamento del fronte: non un accordo formale e definitivo, ma uno stato di fatto informale ed effettivo destinato a durare alcuni anni. In questo scenario vi è un’evidente asimmetria: l’Ucraina ha un problema primario di sopravvivenza e di ricostruzione, mentre la Russia, pur avendo subito ingenti colpi, non è in pericolo di vita. Questo assetto favorirà un maggior disimpegno americano dall’Europa, che non significa un abbandono totale, ma la volontà di mantenere le distanze per concentrare le risorse sulla competizione con la Cina. Per noi la cosa più difficile sarà imparare a ripensarci in questo mondo in bilico, senza poterci più affidare all’ombrello protettivo statunitense.