(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “In generale Berlusconi non dava troppa importanza a quello che usciva sui giornali, perché secondo lui parlavano solo a una piccola élite”. Egli “non temeva per la presa che avrebbero avuto sul suo elettorato”. Che, sosteneva, si fidava solo di ciò che diceva lui. Ecco, se cercassimo pezzi di discontinuità tra il prima e l’attuale dopo della destra italiana, subito ce ne scodella uno lo strepitoso libro di Paola Zanca. Che ha raccolto i segreti del “Regista di Berlusconi” (PaperFirst) direttamente dalla inedita e croccante testimonianza di Roberto Gasparotti. L’uomo che ha curato tutte le apparizioni pubbliche del suo leader e capo assoluto, a cominciare dal video che iniziava con “L’’Italia è il Paese che amo”. Mentre, come sappiamo, per la premier underdog stampa, televisione e un po’ l’informazione tutta rappresentano un pericolo da cui stare alla larga, come la classica fossa dei serpenti (a meno che l’invito non giunga da luoghi protetti e inoffensivi, come la Rai dei Bruno Vespa, o la Mediaset dei Nicola Porro e Paolo Del Debbio). Un atteggiamento quasi opposto che può fornirci più di una spiegazione.

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Certo, l’ex cavaliere aveva dalla sua la capacità di controllo assoluto sulla scenografia costruita a sua immagine e somiglianza e l’essere stato capace di sovrapporre (a colpi di editti, ricatti e censure) una comunicazione super controllata a una informazione perlopiù sottomessa. Altra carta vincente, come sappiamo, è l’aver saputo costruire una immagine che negli anni si è fatta leggenda: “Le canzoni-inno, i palchi bianchi, il divieto di ospiti vicino al podio, il prompter per leggere i discorsi, i bigliettini delle fan in tasca”. E poi, i capelli, il trucco, l’altezza poiché ogni appuntamento pubblico dell’inventore di Forza Italia doveva seguire un format preciso. Il racconto di un mistero narrato con accenti certamente gloriosi e gaudiosi (quasi mai dolorosi, per un sentimento di lealtà quasi filiale di Gasparotti). Di come un agente immobiliare, mezzo spiantato, sia riuscito a “vendere” agli italiani, per quasi un ventennio, una illusione abbagliante e avvelenata. La Meloni si accontenta di molto meno, attenta però a tracciare un solco netto con lo stile ruffiano e svaccato coltivato dai cortigiani del presidente-padrone (imperdibile la sfuriata dell’allora giovanissima ministra davanti al video musicarello di “Meno male che Silvio c’è”).

Scrive nella prefazione Marco Travaglio che il ritratto di Berlusconi tracciato dal suo regista-tuttofare “è anche quello della serva Italia che purtroppo gli è sopravvissuta”. È questo, purtroppo, un tratto deleterio di continuità di una nazione costantemente incline al servo encomio salvo poi, alla bisogna, capace di praticare con premeditata smemoratezza il codardo oltraggio nel celebrare la caduta dell’idolo di turno. Da quando c’era Lui a quando, adesso, c’è Lei si può dire che i Gasparotti (e i suoi eredi non pervenuti) si adoperino per allestire la scenografia più sfavillante e per vendere le bugie più farlocche. Anche se poi, come sempre, se il pubblico si stufa e smette di comprare, il circo chiude.